Cimabue e Giotto raccontando San Francesco d'Assisi. Luce e racconto tra mistero e fede



di Pierfranco Bruni. 

L’arte e il mistero, nell’immagine di San Francesco d’Assisi, si intrecciano in un racconto che lega la dimensione del sacro a quella della visione. Francesco è infatti una figura narrata tra Cimabue e Giotto: in Dante è teologia e pazienza, in Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio è testimonianza, esperienza, cantico. Ma la storia dell’arte è sempre anche storia di sguardi. Ogni sguardo porta con sé ombre, colori, chiaroscuri. È da lì che il mondo prende forma. E il mondo, quando viene guardato, cambia.

Così accade a San Francesco: il santo che si fece spoglio per farsi pieno, che parlò agli uccelli perché gli uomini non ascoltavano, che chiamò sorella l’acqua e fratello il fuoco. C’è un Francesco visto da Cimabue e un Francesco visto da Giotto. Tra i due si apre un vero terremoto silenzioso: uno scarto profondo, capace di spaccare la pietra e lasciare entrare il cielo.

Il San Francesco dipinto da Cimabue nella Basilica inferiore di Assisi è il Francesco del Duecento che si chiude. È ancora bizantino nel respiro, ieratico come una preghiera sussurrata. Il volto è lungo, scavato, gli occhi sono mandorle scure che non guardano noi, ma oltre. Guardano Dio, il dolore, la regola. Cimabue lo vede come icona, non come uomo. È un Francesco già in cielo, pur avendo i piedi sulla terra. Il saio sembra tavola d’oro, le pieghe sono cascate solenni, geometriche, sacre. Non c’è vento, non c’è polvere, non c’è Assisi: c’è l’eterno. E l’eterno, in Cimabue, è ancora distanza, maestà, verticalità

In questa visione Francesco è già santo perché è già simbolo. Le stimmate non sono ferite che sanguinano, ma segni teologici che brillano. Il miracolo, per Cimabue, non è la carne che si lacera: è la carne che si trasfigura. Il corpo non pesa, il corpo significa. Dio e uomo stanno insieme, ma a prezzo della terra, che resta sfondo, teatro del sacro, non casa abitata. Per questo il Francesco di Cimabue è solitudine che diventa legge: è il fondatore, il padre, la Regola. Benedice, ma non abbraccia, perché l’abbraccio è cosa umana. Qui Cimabue dipinge ancora il divino che si concede all’umano, non l’umano che diventa divino.

Poi arriva Giotto. E con Giotto arriva la finestra. La parete si apre, entra l’aria, entra la polvere, entra Assisi, entra il mondo. Nella Basilica superiore, nel ciclo delle Storie di San Francesco, Giotto compie il rovesciamento: Francesco scende, non dal cielo, ma dalla leggenda. E cammina. Ha piedi, e quei piedi poggiano sulla terra. Le stimmate sanguinano, la tonaca ha peso, pieghe, rammendi. Gli occhi guardano: guardano il lebbroso, il lupo, Chiara, guardano noi.

Giotto lo vede come uomo. E proprio perché lo vede uomo, lo fa santo. Perché la santità, in Giotto, non è fuga dal mondo: è incarnazione. È scegliere il mondo quando il mondo è fatica, miseria, ferita. Il miracolo non è più l’oro del fondo, ma il gesto: Francesco che si spoglia davanti al vescovo e al padre, il mantello dato al povero, la predica agli uccelli. Tutto avviene qui, sotto un cielo azzurro e non d’oro, davanti a case che sono case, rocce che sono rocce, uomini che hanno volti veri, storti, stupiti, devoti, irritati.

Cimabue dipinge l’idea. Giotto dipinge l’evento. Cimabue fa l’icona per pregare. Giotto fa la storia per riconoscersi. Per questo, davanti a Cimabue, si contempla; davanti a Giotto, si partecipa. Perché non sono solo simboli: sono fatti. E i fatti, quando sono veri, sono già Vangelo.

Cimabue è come guardare il buio da lontano, con timore sacro. Giotto invece scende nel buio, accende una lanterna. E quella lanterna è la carne, è il pane, è il sorriso di Francesco che parla con il Sultano. La differenza è teologica prima ancora che pittorica. Cimabue viene da Bisanzio, da un Dio pantocratore che giudica dall’alto e manda la luce. Il suo Francesco è luce che cade, verticale, gerarchica. Giotto viene dal Comune, dalla piazza, dal volgare di Dante, da un Dio che si è fatto bambino a Betlemme e povero ad Assisi. Il suo Francesco è luce che cammina, orizzontale, fraterna.

Per Cimabue la povertà è virtù ascetica: ti sottrae al mondo. Per Giotto è scelta concreta, persino politica: ti mette nel mondo, dalla parte degli ultimi. Per questo il Francesco di Giotto ha compagni, fratelli, comunità. Non è solo: è minore. E il minore, nel Duecento, è rivoluzione.

Bisogna guardare le mani. In Cimabue sono mani che benedicono, stilizzate, quasi senza peso. In Giotto sono mani che toccano: toccano il lebbroso, la pietra di San Damiano, il legno della croce. E nel toccare si feriscono. La ferita diventa la prova che il cielo ha scelto la terra.

E poi c’è lo spazio. In Cimabue quasi non esiste: c’è il fondo, c’è l’assenza, perché il luogo è inutile quando si parla dell’eterno. In Giotto lo spazio diventa protagonista. Non è ancora la prospettiva matematica, ma una prospettiva umana, affettiva. Le cose vicine sono grandi perché contano, quelle lontane sono piccole perché attendono. È il modo in cui guardiamo ciò che amiamo. Giotto dipinge come amiamo.

Cimabue consegna un Francesco mito, intoccabile, da imitare con la preghiera. Giotto consegna un Francesco quotidiano, vicino, da imitare con la vita. Per questo, dopo Giotto, l’Occidente cambia: l’uomo entra nel quadro e, con l’uomo, entra il tempo, entra la storia, entra la possibilità del mutamento. Cimabue chiude il Medioevo, Giotto apre l’Umanesimo. Non con un manifesto, ma con un saio rattoppato.

San Francesco voleva essere alter Christus. Cimabue lo dipinge come alter Christus dogmatico, icona del Figlio. Giotto lo dipinge come alter Christus evangelico, fratello del Figlio: uno che piange, ride, ha fame, muore. E proprio perché muore, risorge nella memoria degli uomini, non nell’oro.

Oggi, entrando ad Assisi, si passa da entrambi. Prima nella Basilica inferiore: e lì si incontra Cimabue, e si fa silenzio, perché Francesco è ancora mistero, verticalità, dito puntato verso il cielo. Poi si sale, e si trova Giotto: e lì si respira, perché Francesco è strada, orizzonte, mano che indica il prossimo.

Non sono nemici, sono padre e figlio. Cimabue genera Giotto: il simbolo genera la storia, la teologia genera la carne. Senza Cimabue, Giotto non avrebbe avuto nulla da superare. Senza Giotto, Cimabue sarebbe rimasto senza eredi.

E Francesco? Francesco è felice di entrambi. Perché parlava con il lupo e con l’imperatore, con la pietra e con l’angelo. Sapeva che Dio ha molte lingue: quella ieratica di Cimabue, che dice “adora”, e quella umana di Giotto, che dice “segui”.

Abbiamo bisogno di tutte e due. Abbiamo bisogno dell’icona quando la vita è deserto. Abbiamo bisogno della storia quando il deserto fiorisce. E fiorisce ogni volta che un uomo si spoglia di sé, del proprio oro, del proprio nome, e resta con un saio, con una crepa, con una finestra aperta. Come la torre, come l’ulivo, come Francesco.

Con entrambi impariamo a smettere di guardarci e a cominciare a guardare. Nasce così uno sguardo orante, capace di essere insieme mistico e teologico, contemplativo e riformatore. In fondo, Francesco è stato proprio questo: restare alter Christus nell’edificare, nel custodire e nel rinnovare.

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