Arriva in libreria il primo maggio: il memoir Parlavo una lingua di neve della sociologa cilena naturalizzata canadese Caroline Dawson, nella traduzione di Elena Riva.
Parlavo una lingua di neve prende le mosse quando, nel Natale del 1986, Caroline e la sua famiglia fuggono dalla dittatura di Pinochet per trovare asilo politico in Canada, a Montréal. La strada verso l’integrazione della piccola Caroline, desiderosa di essere «un’immigrata modello», è raccontata con schiettezza e una certa dose di umorismo, e ci conduce attraverso tematiche quali lo sradicamento, il razzismo sistemico e il prezzo da pagare per conformarsi a una società alla quale sente di non appartenere del tutto, il dover «spegnere la piccola latina» dentro di sé.
Ma quella di Caroline non è solo una storia di esilio: è una riflessione profonda che analizza il linguaggio come dispositivo di potere e indaga i confini dell’appartenenza con una scrittura incisiva, mostrandoci come la scuola e la lingua possano essere, allo stesso tempo, strumenti di emancipazione e luoghi di umiliazione.
A chiudere il volume, una postfazione di Didier Eribon, punto di riferimento della sociologia contemporanea, che ritiene Parlavo una lingua di neve un tassello fondamentale dell’autosociobiografia contemporanea e mette in luce la traiettoria di Dawson in quanto transfuga di classe, dalla vergogna provata cercando di integrarsi in un mondo che ci vede come estranei, al paradosso che per raggiungere una posizione di rilievo bisogna imparare la lingua dei padroni (il francese del Québec), sentendo però di tradire le proprie radici cilene.
Annie Ernaux ha definito Parlavo una lingua di neve «un testo magnifico e limpido, capace di far comprendere la doppia condizione di “umiliata e offesa”, quella di essere immigrata e povera».
«Una grande conquista del femminismo è stata liberare le donne bianche da una parte dei lavori domestici per farli svolgere ad altre donne, immigrate come mia madre, che si doveva sorbire il doppio compito di essere al contempo massaia in casa sua e subalterna nelle famiglie piene di grana. Finché non è andata in pensione, mia mamma ha pulito i cessi di gente che aveva cose più importanti o meno schifose da fare.»

