di Giovanni Zambito - Siculiana custodisce una storia antica, fatta non solo di monumenti visibili, ma anche di tracce silenziose, memorie orali e patrimoni spesso dimenticati. Da anni Alphonse Doria si dedica con passione alla ricerca dei beni materiali e immateriali del territorio, muovendosi tra campagne, archivi, grotte preistoriche e racconti di vita vissuta.
Dalle prime esplorazioni giovanili fino alla pubblicazione di numerosi saggi, il suo lavoro rappresenta un contributo prezioso alla conoscenza dell’identità storica e culturale di Siculiana. Con l’uscita di Elementi sui beni materiali e immateriali di Siculiana 2, Doria amplia ulteriormente il suo percorso di ricerca, affrontando temi che spaziano dall’archeologia preistorica alle miniere di zolfo, dalle architetture civili alla memoria collettiva.
Nell'intervista rilasciata a Fattitaliani ripercorriamo le tappe principali del suo impegno, le scoperte più significative - come il presunto dolmen di Monte Mariusa - e il rapporto diretto con una comunità che continua a essere parte viva del suo lavoro di indagine.
Quali esperienze personali l’hanno spinta a dedicarsi allo studio dei beni materiali e immateriali di Siculiana?
Sono stato presidente della Pro Loco di Siculiana e, in quel periodo, mi resi conto che non esisteva alcun elenco sistematico dei beni materiali e immateriali del paese. Da lì ho iniziato le indagini: la ricerca mi ha preso completamente ed è diventata una vera passione. Ancora oggi non posso dire di aver finito, perché quando si comincia a scavare nella storia, c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.
Come è nata la sua passione per l’archeologia locale e per le scoperte sul territorio?
La mia passione per l’archeologia nasce da ragazzo, durante le passeggiate nelle campagne. Mi infilavo spesso nelle grotte, che solo col tempo ho scoperto essere arcosoli, e da lì tutto il resto è venuto naturalmente. La curiosità è rimasta la stessa di allora ed è stata il motore che mi ha spinto ad approfondire e studiare sempre di più.
Ci racconti del suo ultimo saggio “Elementi sui beni materiali e immateriali di Siculiana”: come inviterebbe a scoprirlo chi non sa nulla di ricerca storica?
Nel libro ho raccolto molto materiale frutto di anni di ricerche: le grotte preistoriche di Contrada Capreria sono elencate, fotografate e pronte per chi vuole approfondire. Emergono aspetti importanti, come il sentimento artistico degli abitanti del Neolitico nei loro manufatti in terracotta. Ho documentato anche le miniere di zolfo, dove i nostri paesani lavoravano fin da bambini come carusi, unendo ricerca storica, documenti d’archivio e interviste ai protagonisti. Ci sono poi la carcara in contrada Cuba e molti altri siti: un patrimonio ricco di fotografie e informazioni. È un documento che, secondo me, vale davvero la pena consultare.
Tra i suoi libri, come “Indagine archeologica” o “Case e palazzi di Siculiana”, a quale è più legato e perché?
Quello che mi ha dato maggiori soddisfazioni è sicuramente Indagine archeologica. Nel 2007 ho organizzato un convegno sulla partecipazione qualificata e il riscontro è stato molto positivo. Anche il lavoro sul Santuario del SS. Crocifisso mi ha gratificato molto per l’attenzione continua ricevuta. Case e palazzi di Siculiana, invece, è un libro ricchissimo di notizie storiche e personaggi: contiene anche la ricerca su Leonardo Butticè, che presentai in un convegno nei primi anni Duemila, con grande soddisfazione personale.
Quali altre indagini considera più importanti per la storia di Siculiana?Le ricerche legate alle miniere di zolfo, alla cosiddetta via dello zolfo e ad altri siti come Cupuluna sono fondamentali per comprendere il passato del nostro territorio e le condizioni di vita delle persone che lo abitavano e lo lavoravano.
Sta lavorando a nuove pubblicazioni?
La ricerca non si ferma mai. Ci sono ancora tanti misteri legati a Siculiana che meritano di essere approfonditi e raccontati, e sto continuando a raccogliere materiale.
Come invita la comunità locale a contribuire alle sue ricerche storiche?
Ormai a Siculiana mi conoscono tutti: se mi vedono nelle campagne, sanno che cerco sassi e giammariti. Poi spesso li invito a casa, li intervisto e, davanti a un bicchiere di vino, ci facciamo una bella ragionata. È così che la memoria collettiva continua a vivere.