Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista, provvedo io a un ripulisti selettivo”.
Un’esegesi ardita, certo.
Ma di questi tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e
commentatori del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in
italiano corrente.
Socrate, prima di bere la
cicuta, ricordò a Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”.
Ringraziava il dio della medicina per la guarigione dalla vita, considerata
malattia dell’anima. Noi, più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a
qualche divinità della moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente
più nessuno.
Viene presentata una
bozza di riforma elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della
Prima Repubblica: Giulio Andreotti e Bettino Craxi avrebbero
votato “Sì” al referendum sulla Giustizia, assicurano i figli. Basta questo per
scatenare reazioni a catena, analisi medianiche, scomuniche preventive.
Nel frattempo il Cpr in
Albania “funziona”, un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno
offre il suo bravo incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di
critica è sacrosanto, anzi, è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo
di veleni, diventa smog. Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è
ortodossa: è monotona. E la monotonia, in politica, è più pericolosa
dell’errore.
Poi ci sono le sentenze
creative, quelle dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per
la toga. La magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se
oscillano troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso
dantesco nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno
scarto di memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la
responsabilità sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione.
E allora torniamo al
sisma. Le spiegazioni geologiche e vulcanologiche esistono, solide e
verificabili. Il resto è metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane
che si scrolla: un “shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi
dallo stress, per ripulirsi da un eccesso di tensione.
Di tensioni, alla Madre
Terra, ne abbiamo regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il
paradiso in un talk show permanente. E poi ci stupiamo se trema.
La Terra resta un
paradiso. L’inferno, semmai, è non accorgersene.
E se proprio il sisma
fosse un messaggio, non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione
elementare: meno strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie
morali, se non le sgomberiamo noi, restano.
E non c’è Protezione
Civile che tenga.
Giuseppe Arnò
