Scrivere per resistere: la parola come coscienza e responsabilità. Intervista ad Antonella Perrotta

Fattitaliani


Intervista di Andrea Giostra - Scrittrice attenta alle ferite della Storia e alle contraddizioni dell’animo umano, Antonella Perrotta costruisce una narrativa che nasce dall’ascolto profondo della realtà e dalla volontà di interrogarla senza sconti. Nei suoi romanzi e racconti, la parola diventa strumento di analisi, denuncia e resistenza, capace di dare voce agli esclusi e di smascherare i meccanismi del pregiudizio. In questa intervista, l’autrice ripercorre il proprio cammino umano e letterario, soffermandosi sul rapporto tra scrittura e giustizia, sul valore della lettura, sull’idea di bellezza e sul senso stesso del raccontare oggi, in un dialogo sincero e intenso che invita il lettore a fermarsi, riflettere e mettersi in discussione.

Ciao Antonella, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori che volessero sapere di te quale scrittrice?

Sono sempre stata innanzitutto una lettrice. Ho iniziato a scrivere per caso. Anzi, per un debito morale legato a una vicenda personale e familiare. Ho così scoperto che a me piaceva scrivere e a qualcuno leggermi. Dopo il primo romanzo, “Giuè”, pubblicato con Ferrari Editore, ho continuato a scrivere e non mi sono mai fermata. Ho pubblicato il romanzo “Malavuci”, sempre con Ferrari Editore, finalista al Nabokov. Ho scritto racconti per blog e riviste, nonché racconti contenuti in volumi collettanei per Ferrari e Divergenze Edizioni. Per quest’ultime, ho anche curato il saggio “Noi, domani” della professoressa Daniela Piana. Ho poi fondato un mio blog, Sine Pagina, un contenitore di libere scritture aperto alle collaborazioni di altri autori, su cui, fra l’altro, dico la mia sui libri che leggo. In questo percorso, ho sempre cercato il contatto diretto con i lettori, anche attraverso reading music in cui mi sono scoperta performer dei miei testi, coniugando voce, musica e parola scritta in un unico corpo.

Chi è invece Antonella al di là della sua passione per la scrittura, per la letteratura e la lettura? Cosa puoi raccontarci di te e della tua quotidianità?

Dopo il liceo classico, mi sono laureata in Giurisprudenza. Ho sempre avvertito una forte insofferenza verso le ingiustizie e, studiando il diritto, volevo imparare a sopravvivere nella giungla della burocrazia e sognavo di difendere la legalità, ove messa a rischio. Poi, dopo anni di avvocatura, ho capito che anche la scrittura poteva farsi strumento di denuncia e di riflessione. Soprattutto, la scrittura. La scrittura, per me, non è soltanto raccontare una storia. È scuotere, sollevare dubbi, smontare certezze, mostrare anche la parte peggiore dell’uomo e le storture delle dinamiche sociali.

Qual è il tuo percorso accademico, formativo, professionale ed esperienziale che hai seguito e che ti ha portato a fare quello che fai oggi nel vestire i panni dello scrittore?

Nessuno in particolare, se non la lettura. Non credo si possa scrivere se non si legge e non si è letto. Ovviamente la scrittura si affina col tempo, ha bisogno di pratica ma anche di osservazione, di tecnica ma anche di empatia, di ricerca e di sperimentazione stilistica personale. Ha bisogno di un progetto e di una voce. Ognuno deve cercare e trovare la propria, quella che il lettore riconosce subito come tua.

Come nasce la tua passione per scrittura, per la lettura e per i libri? Chi sono stati i tuoi maestri e quali gli autori che da questo punto di vista ti hanno segnato e insegnato ad amare i libri, le storie da scrivere e raccontare, la lettura e la scrittura?

È stata mia madre ad avvicinarmi alla lettura sin da bambina. Da adolescente, ho iniziato a leggere i romanzi della sua libreria: Deledda, Pavese, Silone, Moravia, Sciascia, le sorelle Brontë, Jane Austen, Dickens, Virginia Woolf, Cechov, Flaubert. I classici, insomma. A diciassette anni lessi anche più di un’opera di Nietzsche, affascinata dalla filosofia che studiavo a scuola. Ma capii poco, a dire il vero. Chi è stato maestro? Credo, tutti.

Ci parli del tuo libro, “Malavuci”, pubblicato nel 2022? Come nasce, qual è l’ispirazione che l’ha generato, quale il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quale storia ci racconti senza ovviamente fare spoiler?

Ho iniziato a scrivere “Malavuci” senza un canovaccio, la storia è venuta fuori da sé e ha inglobato alcune mie ricerche sull’epidemia spagnola e sui profughi in Calabria durante la Prima Guerra Mondiale. Nel romanzo, la voce, inizialmente ironica, evolve progressivamente al dramma nel descrivere una piccola comunità, divorata dal virus del pregiudizio, che finisce per vittimizzare chiunque si dissoci dal sentire comune. Come su un palcoscenico i protagonisti sviscerano, tra colpi di scena, le proprie bassezze, mettendo in atto condotte discriminatorie dolorose e immotivate. Il romanzo è un grido d’intolleranza verso la discriminazione, un’indagine sui tormenti interiori dell’individuo in quanto tale e come membro di una comunità. Attinge alle dinamiche linguistiche e comportamentali generate dai pregiudizi e dagli stereotipi, mettendo in risalto atteggiamenti deplorevoli che fanno della “diversità” un peccato da punire e del “diverso” una persona da emarginare.

Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre li scrivevi?

Tutti coloro che spesso si abbandonano, anche inconsciamente, a opinioni e comportamenti nutriti da pregiudizi e stereotipi. Ieri, come oggi, i preconcetti, la violenza verbale, l’isolamento sociale sono presenti nei fenomeni del bullismo, dell’omofobia, dell’intolleranza razziale, ancora molto radicati.

Tu hai scritto altri libri. Ci parli delle tue opere? Quali sono, come sono nate, quale il messaggio che contengono? Insomma, raccontaci della tua attività letteraria, dei romanzi.

“Giuè”, pubblicato nel 2019 per Ferrari Editore, è un legal storico, ambientato nel tumulto politico del primo dopoguerra. Trae ispirazione da una vicenda realmente accaduta in Calabria il 1° maggio del 1920, durante uno scontro tra socialisti e popolari, e contiene un’analisi lucida della giustizia mancata. Il personaggio di fantasia, Giosué detto Giuè, un povero contadino ignorante e ignaro, diventa nell’immaginazione un perfetto capro espiatorio da consegnare a una giustizia ipocrita che trasforma in verità una ricostruzione giudiziaria falsa e di convenienza.

Ho poi pubblicato racconti lunghi inseriti in collettanei. L’ultimo è contenuto nel volume edito da Divergenze, “L’ultimo dei brocchi” nella nuova edizione del 2024, con all’interno quattro racconti. Nel mio, novità dell’edizione, in uno scenario caravaggesco, due voci si alternano per offrire al lettore un duplice punto di vista della medesima realtà, conducendolo verso un finale inatteso di violenza ed espiazione che svelerà “il senso di un ritorno” che dà il titolo. Quello che ho scritto, e scrivo, si può ritrovare sul sito del blog Sine Pagina che contiene racconti brevi, recensioni, e anche il resoconto della mia attività (estratti, rassegna stampa, presentazioni).  

Una domanda difficile: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “Malavuci” o gli altri tuoi libri? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.

Uso sempre dei toni confidenziali, quasi da racconto orale, per “far sentire a casa” il lettore ma, nello stesso tempo, non lo compiaccio né lo illudo. Provo a rappresentare le nostre ferite e il peso della Storia, ma anche le nostre speranze e il desiderio di riscatto. Il riscatto c’è sempre, ma non fa dei protagonisti degli eroi: sono soltanto uomini che imparano a resistere alle brutture, provando a cambiare il corso della propria vita. In questo credo di essere abbastanza universale: chi non impara a resistere?


C’è qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a realizzare le tue opere letterarie? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?

Gli editori che mi hanno fiducia. Ma, soprattutto, i lettori che me ne hanno data altrettanta.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? La bellezza letteraria, della poesia e della scrittura in particolare, la bellezza nell’arte, nella cultura, nella conoscenza… Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

Oddio … Non credo esista una definizione di bellezza. Secondo me, non esistono dei canoni di bellezza, anche se qualcuno li vorrebbe imporre da sempre. La bellezza resta comunque un sentire soggettivo, un’attrazione di pancia, d’istinto. L’ho scritto anche in Giuè: “La bellezza sta negli occhi di chi guarda.” E questo vale in tutti i campi.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Servono entrambi, impegno e fortuna. A volte, l’impegno richiama la fortuna; altre, viene da sola senza chiamarla. Dico soltanto che rifuggo la competizione. Non credo si stia bene a questo mondo - e neppure nel mondo editoriale - entrando in competizione, guardando all’operato altrui, provando ad adombrare gli altri per dar spazio a sé stessi. Quindi, l’espressione cercare “in tutti i modi” di portare a termine un obiettivo non fa per me. Va bene l’impegno, va bene la determinazione, meglio se accompagnati da fortuna, ma ci sono dei limiti etici e sani. Io non mi sono mai presa troppo sul serio e sto bene così.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali. (…) Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine”, ovvero, “leggere sé stessi” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…

Mi ritrovo nel concetto di leggere sé stessi. Con le parole funziona un po’ come per la bellezza: ognuno le filtra attraverso il proprio sguardo. E per questo credo che una scrittura che rappresenti le storture umane possa fungere da specchio e, quindi, possa svolgere un ruolo se non educativo, quantomeno analitico. Scuotere le coscienze, insomma.

«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?

È importante che la storia abbia una voce autentica e riconoscibile, ricordando che c’è differenza tra usare semplicemente la parola e risponderne.

«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua scrittura, nella tua arte e nel tuo lavoro?

Il sentire, inteso come percezione di sé, degli altri, dell’ambiente che ci circonda, finisce inevitabilmente nello scritto di chi sceglie la scrittura come mezzo di comunicazione. La fornace non è sempre accesa nella quotidianità della vita. Il sentire, sì, e funge da lente per i fatti. Ed è per questo che ciò che per qualcuno è insignificante, per altri non lo è fino al punto da diventare una storia da raccontare. Tutti viviamo la realtà attraverso la lente del nostro sentire, e anche del nostro giudizio. Poi, ognuno decide se incanalare o meno le proprie percezioni e il mezzo per farlo.

«Lasciate che vi dia un suggerimento pratico: la letteratura, la vera letteratura, non dev’essere ingurgitata come una sorta di pozione che può far bene al cuore o al cervello – il cervello, lo stomaco dell’anima. La letteratura dev’essere presa e fatta a pezzetti, sminuzzata, schiacciata – allora il suo squisito aroma lo si potrà fiutare nell’incavo del palmo della mano, la potrete sgranocchiare e rollare sulla lingua con gusto; allora, e solo allora, il suo sapore raro sarà apprezzato per il suo autentico calore e le parti spezzate e schiacciate si ricomporranno nella vostra mente e schiuderanno la bellezza di un’unità alla quale voi avrete dato qualcosa del vostro stesso sangue» (Vladimir Nabokov, “Lezioni di letteratura russa”, Adelphi ed., Milano, 2021). Cosa ne pensi delle parole di Nabokov a proposito della lettura? Come dev’essere letto un libro, secondo te, cercando di identificarsi liberamente con i protagonisti della storia, oppure, lasciarsi trascinare dalla scrittura, sminuzzarla nelle sue componenti, per poi riceverne una nuova e intima esperienza che poco ha a che fare con quella di chi l’ha scritta? Qual è la tua posizione in merito?

Dipende da cosa si legge e da cosa si preferisce leggere. C’è chi nella lettura ricerca mera distrazione, chi ricerca suspence, chi vuole essere scosso, chi preferisce storie e personaggi che lo facciano sognare, chi storie e personaggi in cui rispecchiarsi. Io preferisco le parole che mi dicono: “Fermati. Pensa. Mastica e rifletti.”

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita professionale e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che avrai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

La mia famiglia, gli amici di sempre, i miei editori. E anche me stessa. Alla fine, ho sempre seguito l’istinto. 

Gli autori e i libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo della tua scelta.

Oltre i miei, dici? Scherzo … Tra i contemporanei ho amato la potenza de “I giorni di Vetro” di Nicoletta Verna che ci regala dei personaggi indimenticabili; tra i classici, la voce immersiva di Garcìa Màrquez, soprattutto nel suo capolavoro, “Cent’anni di solitudine”. E poi amo molto le opere di un autore del Naturalismo francese, forse poco menzionato: Emile Zola. Mi piace la rappresentazione cruda della vita quotidiana, spesso violenta e degradata, che conferisce dignità letteraria anche agli umili e ai socialmente svantaggiati. Qui mi fermo, ma molti altri consigli di lettura si possono trovare anche sul blog Sine Pagina.

Ci parli dei tuoi imminenti e prossimi impegni culturali e professionali, dei tuoi lavori in corso di realizzazione? A cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnato che puoi raccontarci?

Sono in attesa della pubblicazione, nel corso del 2026, del mio prossimo romanzo per cui ho già firmato il contratto di edizione. Un’opera in cui utilizzo una lingua che definirei “di terra”, per rivendicare le radici mentre ne descrivo il distacco. Una storia familiare e sociale che mostra il coraggio e la solidarietà tra donne, bilanciando la narrazione, la memoria e l’introspezione con gli eventi storici dell’Italia del dopoguerra. Vuole mostrare che la ribellione, nella specie al femminile, è preziosa anche quando non vince, che provare a cambiare è già un cambiamento, che bisogna pensare autonomamente e accantonare le paure per vivere davvero liberamente e secondo coscienza.  

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

Al momento, sul blog Sine Pagina e sulle mie pagine social. Le mie pubblicazioni sono disponibili negli store on line in formato Kindle e cartaceo. 

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa breve intervista?

Concludo ringraziando chi ha avuto la voglia e la pazienza di arrivare fino in fondo. Leggere, oggi, è ancora un atto di attenzione e di responsabilità. Se queste parole hanno anche soltanto incuriosito, allora il dialogo è già iniziato.

 

Antonella Perrotta

https://sinepagina.it/

https://www.facebook.com/antonella.perrotta.7393

https://www.instagram.com/antonellaperrotta_autrice/

 

I libri:

Antonella Perrotta, “Malavuci”, Ferrari Editore, Corigliano-Rossano, 2022

https://www.amazon.it/Malavuci-Antonella-Perrotta/dp/B0B6XL7ZVD/ref=sr_1_1?asc_campaign=2b5a785186b501c352c95398a3440b1b&asc_source=01HEAT0BPEZ8G6JCYMRZHQ7AKC&keywords=antonella+perrotta+malavuci&qid=1697225239&sr=8-1&tag=snxit2-21

 

Antonella Perrotta, “Giuè”, Ferrari Editore, Corigliano-Rossano, 2019

https://www.amazon.it/Giu%C3%A8-Antonella-Perrotta/dp/8899971897

 

Antonella Perrotta, “L’ultimo dei brocchi”, Divergenze Edizioni, Belgioioso (Pavia), 2024

https://www.divergenze.eu/prodotto/lultimo-dei-brocchi/

 


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