“Io ho sempre contestato l'uso disinvolto e l'abuso della parola fascista, perché ho sempre ritenuto che fosse fuorviante, che ci suggerisse di guardare nella direzione sbagliata, cioè all'attesa in un futuro delle camicie nere come cent'anni fa, quando invece la minaccia alla democrazia liberale era già in atto qui, ora, in forme nuove.
Però negli Stati Uniti da alcune settimane, dopo i fatti di Minneapolis, autorevoli, cauti, insigni commentatori della stampa liberal - cioè della stampa libera o di quel che ne rimane negli Stati Uniti - hanno deciso di usare la parola fascismo. C'è un dibattito che dura da molto negli Stati Uniti sul fatto se sia lecito, illecito, opportuno, pertinente, impertinente usare questa parola. Molti sul “New York Times”, su “The Atlantic”, sul “Wall Street Journal” hanno scritto “Yes, it is fascism”: “Sì, è fascismo”. D'altronde, devo dire, che ciò che è accaduto nelle strade di Minneapolis, vale a dire l'esecuzione pubblica, l'assassinio nella pubblica piazza di due persone, Renée Good e Alex Pretti, la cui unica colpa è quella di aver manifestato un'opposizione politica alle brutali politiche contro l'immigrazione del governo Trump, e che sono stati per questo motivo freddati a bruciapelo e anche a sangue freddo da una milizia che fa riferimento diretto, personale ed esclusivo, al di sopra e al di fuori della legge e di qualsiasi morale, al Presidente degli Stati Uniti d'America, beh, è la manifestazione che più somiglia e ricorda in questo nostro Ventunesimo Secolo il fascismo del secolo scorso”