“Mi sento abbastanza bene, devo dire che ho avuto il tempo di riposarmi e fare mente locale, credo di stare abbastanza bene”. Così Alberto Trentini ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa, dopo liberazione avvenuta lo scorso 12 gennaio dopo 423 giorni di detenzione in Venezuela.
Sul coraggio della madre: “è una leonessa”
Sul fatto di sapere di essere un ostaggio: “All’inizio non sapevo di essere un ostaggio, poi verso gennaio dello scorso anno senza tanti giri di parole il direttore del carcere ci ha detto che eravamo delle pedine di scambio. L’ha detto davanti ad altri tre detenuti. Quando ci siamo resi conto che non c’era stata la convalida dell’arresto, e che tantissimi stranieri – eravamo 92 – erano messi negli stessi padiglioni, tutti avevano delle storie simili, chi era stato preso in transito addirittura nell’aeroporto di Caracas… A me mi hanno preso in una zona vicino alla Colombia, in un posto di blocco fisso, in Venezuela è pieno di questi posti di blocco maneggiati dalla polizia e dalla guardia nazionale. In una situazione come questa si prova, più che stupore, disperazione, perché non sai per cosa verrai scambiato, quando verrai scambiato, se la trattativa funzionerà… Ci illudevamo che anche se eravamo pedine di scambio, sarebbero stati scambi veloci, ma erano tutte illusioni nostre, che ci creavamo da soli.
Sulla liberazione dell’autista: “sì bellissimo, lo saluto”
Sulla dinamica dell’arresto: “Ho mostrato il passaporto, si sono incuriositi, mi hanno detto di stare lì, di non andarmene, hanno fatto delle telefonate.. Dopo circa un’ora si è presentato il controspionaggio che immediatamente mi ha obbligato a presentare il cellulare , mi hanno portato in una stanza e mi hanno fatto un lungo interrogatorio di circa 4 ore. Il tassista è rimato fuori, non è stato interrogato.
Sulla sua cella: “La cella Rodeo 1 – ma ne ho cambiate molte – erano tutte due metri per quattro con una turca che faceva anche da doccia, eravamo in due in cella. I cambi di cella non erano mai giustificati, come nessun’altra azione del resto: venivano, ti dicevano di vestirti, di prendere le tue poche cose e ti cambiavano di cella.
Sulle condizioni di prigionia: “Le condizioni di prigionia erano molto molto dure. Avevamo l’acqua per farci la doccia e per la latrina due volte al giorno, a orari sempre differenti. Non c’era nessuna opportunità di svago, pochissimi libri. Mi avevano sequestrato gli occhiali quindi ero in difficoltà. Ne ho recuperato un paio di fortuna che mi permettevano per lo meno di vedere la faccia della persona con cui magari interagivo oppure di giocare a scacchi. Gli scacchi sono stati un regalo, che ho ricevuto da dei ragazzi colombiani, che mi hanno regalato questa scacchiera con tutte le pedine, fatta con carta igienica, sapone, e magari quelle nere col caffè…questo è stato il più bel regalo perché mi permetteva di giocare”
Sull’ora d’aria: “L’ora d’aria, dopo il primo mese che loro chiamano di “adattamento” ma che in realtà è per sottometterti, abbiamo cominciato ad avere un’ora d’aria la settimana, poi due, poi tre, fino a quando sono diventate cinque: cinque ore d’aria, cinque giorni alla settimana”
Sui suoi pensieri durante la detenzione: “Come tante altre cose la detenzione per me ha avuto una prima fase molto dura di disorientamento, fino a quando ho potuto fare la prima telefonata a casa dopo sei mesi, che è durata cinque minuti, ma ho capito che i miei genitori stavano bene o benino come dicono loro. Prima di questo i miei pensieri non erano molto lucidi, pensavo continuamente a come uscire.. questa trattativa, quell’altra trattativa.. i cento giorni di Trump… ci inventavamo teorie che in realtà non si sono mai verificate. Dopo questa prima telefonata mi sono un attimo tranquillizzato, ho preso un po’ il controllo delle mie idee, complice anche che avevamo sviluppato un sistema di informazione tra detenuti”
Sulle notizie dall’esterno: “Riguardo alle condizioni dei miei genitori e in generale dell’Italia nei primi sei mesi non sapevo assolutamente niente. Poi ho potuto fare una seconda telefonata a luglio e mia mamma è riuscita a passarmi un po’ di informazioni sulla mobilitazione. Le telefonate erano controllate, c’erano tre guardie davanti a me con il passamontagna. Tutte le guardie erano a volto coperto, anche i medici. Con qualche guardia siamo riusciti a scambiare un piccolo dialogo. Quando il sistema carcerario si accorgeva che c’era una fraternizzazione però le ruotava. C’erano delle telecamere per controllare il comportamento delle guardie”
Sul fatto di aver subito violenze: “Violenze fisiche non ne ho subite, le riservavano alle persone che sospettavano di aver commesso qualcosa, mentre le violenze psicologiche sì, lo stesso fatto di non sapere quando sarebbe finita… e di non poter avere assistenza legale”
Sulla macchina della verità: “Mi hanno trasportato in una bella casa di Caracas dove sono stato delle ore in attesa, poi mi hanno portato in una stanza molto calda, dove il funzionario mi ha spiegato il funzionamento, mi ha cominciato a fare delle domande insistendo molto sul terrorismo, sullo spionaggio, sul fatto che sono laureato in storia ha provato a dirmi che il servizio militare in Italia è obbligatorio quindi sicuramente lo avevo fatto, io gli ho spiegato che non è più obbligatorio… abbiamo avuto un dialogo a volte cordiale a volte meno e poi è iniziata questa sessione con la macchina della verità. Sono 12 domande, tre gruppi da quattro, tre sono domande che ti possono incriminare tipo: “sei venuto in Venezuela per rovesciare il regime?” e poi c’è una domanda alla quale devi mentire e lo concordi con l’intervistatore, per esempio: “Hai mai litigato con tuo padre?” e io dovevo dire “No”. Io gli ho chiesto se poteva farmi domande meno ovvie.. e In sostanza faceva di tutto per farmi sbagliare, e poi era molto caldo, sudavo, hai dei sensori ai polpastrelli e sul collo…”
Sulle condizioni in carcere: “C'è chi dopo pochi giorni ha sviluppato una grandissima fede religiosa e quindi ci sono state sessioni anche di un'ora, di due ore di canti religiosi, soprattutto evangelici. Poi insomma c'era chi mentiva a scacchi, insomma un po' di un po' di tutto. Io potevo vedere il corridoio se inclinavo il viso, però era proibito vederlo tutto. Nel senso che quando uscivi dalla cella, immediatamente ti dovevano incappucciare per ordine del superiore. Quindi diventava ridicolo al punto che, non so, il giorno prima mi tagliavano i capelli perché li tagliavano ogni due settimane e ti rasavano a zero. Allora ovviamente non possono farlo con il cappuccio, quindi tu vedi il corridoio. Il giorno dopo ti cambiano di cella e vai in una cella che sta a cinque metri e per fare quel tragitto ti mettono il cappuccio in testa. Quindi a volte devo confessare che li prendevamo anche un po' in giro... C’erano pochissimi libri, erano veramente molto rari. Sono riuscito a leggerne un paio perché me li ha passati qualcuno che ce li aveva e li avevo chiesti più volte da un’altra cella. Ma erano veramente pochi”.
Sull’esperienza della Pesera: “La Pesera - la Vasca - sarebbe come l'acquario più che una vasca. Era una stanza con un vetro, dove tu non vedi quello che succede fuori, però quelli che sono fuori vedono te. E in questa stanza sono rimasto 10 giorni, è situata nel quartiere generale del controspionaggio militare. È stato nella fase iniziale. Prima del Rodeo. Cosa si fa in questa vasca? Niente, si sta seduti immobili tutto il giorno su una sedia dalle 6 di mattina alle 9 di sera. Riesci a sussurrare anche qualcosa, ma se ti sentono si arrabbiano. Con l'aria condizionata al massimo, un potente impianto di aria condizionata al massimo. Ti danno un cibo tre volte al giorno, poco in questo caso, un po' d'acqua e la maggior parte del tempo si occupa facendo i turni per andare in bagno, perché la stanza era dotata solamente di un bagno. Lì quando sono arrivato eravamo in 20, quando me ne sono andato eravamo in 60. Eravamo in 60 e praticamente non c'era spazio solo per stare seduti. Sono stato lì 10 giorni, poi mi hanno trasferito al Rodeo. È crudeltà, però secondo me non hanno proprio le nozioni basiche rispetto ai diritti, rispetto alla dignità della persona, perché sembrava che fosse naturale per loro, non lo vivevano come una punizione per noi. Sei qui e quindi stai nella Pesera. Non ho altro posto dove metterti”
Sulle informazioni in carcere “Il movimento della flotta statunitense è avvenuto, se non ricordo male, il 15 di agosto. In quel momento lì il flusso di informazioni era già molto migliorato, era cambiato magari anche il direttore e insomma avevamo più accesso…Quindi sapevamo della flotta, però era tutto un passaparola. Quindi le informazioni venivano ingrandite, ricordo benissimo che qualcuno gridava dalla finestra ‘Beh in una settimana siamo fuori!’. Quindi c’era un entusiasmo spropositato. Poi ogni settimana “Insomma non succede niente, non succede niente’, ‘Ah no, si è mossa un’altra, si è mossa un’altra”, poi “è arrivato la portaerei”, insomma diciamo un 50% di notizie vere e un altro 50% di notizie false, fantasiose, ottimiste. Comunque sapevamo che qualcosa si muoveva, lo sapevamo anche perché cercavamo comunque di mantenerci allenati ascoltando un programma di propaganda che ci obbligavano ad ascoltare. Era un programma registrato, non era in diretta, che fanno ogni mercoledì, che, per quanto sia propaganda, comunque nel caso appunto del movimento delle navi, ce lo confermava. Quello che abbiamo saputo con giorni di ritardo è stato l'intervento statunitense. Abbiamo capito che qualcosa di grave, di grande era successo, ma non sapevamo cosa”
Sulle illusioni di scarcerazione: “L’illusione di essere scarcerato? Molto volte. La più cocente è stata una tortura psicologica che ci ha fatto una guardia di alto livello, perché ha fatto apposta a farsi sentire da altri compagni di detenzione mentre diceva che domani era occupato perché doveva preparare le bollette di scarcerazione dei due italiani…ma non era così. Poi, ogni volta che ci davano un'uniforme nuova, ci tagliavano i capelli e la barba con particolare fretta o lo dicevano solo a te o solo a te e a altre due persone, pensavamo allora fosse il nostro turno. Successo più di una volta.
Se avesse avuto paura per la sua vita: “Solo in fase d'arresto, mi hanno fatto salire su una camionetta che ha preso una strada di campagna e mi sono detto magari finisce qua. Poi onestamente non più. Ho avuto paura per più tempo di essere torturato..Ho sentito vari racconti in prima persona di persone che erano state torturate o che avevano visto persone essere torturate.”
Sulla definizione del suo lavoro di cooperante: “Cooperazione è un termine molto ampio. Io per semplificare dico che - se parlo di me stesso - ho lavorato nello sviluppo, oppure nell'aiuto umanitario. Negli ultimi anni mi sono dedicato più all'aiuto umanitario. Semplicemente per me l'aiuto umanitario è portare beni di prima necessità o comunque realizzare interventi che salvano vite nelle zone del mondo dove questo è richiesto. Diciamo che è un lavoro che si fa in base a delle valutazioni di necessità delle popolazioni e purtroppo anche in base alla disponibilità di finanziamenti. C'è un lavoro per cui bisogna prepararsi, per cui bisogna fare una gavetta. Credo che tutti abbiamo cominciato come volontari, poi a chi è piaciuto particolarmente è rimasto e si è professionalizzato.”
Sulla restituzione degli effetti personali: “Solamente una parte. Gli occhiali da vista, gli occhiali da sole. Il cellulare, il computer no. Mi hanno restituito qualche camicia. Le mie magliette Heavy Metal me le hanno restituite tutte. Non gli sono piaciute”
Sul cibo: “Devo dire che forse l’unico servizio efficiente nel Rodeo 1 è la cucina, nel senso che il cibo era di quantità sufficiente, magari un po' ripetitivo, soprattutto per lo più pollo, però mangiabile. Anzi, era una loro preoccupazione. Noi la sfruttavamo, per esempio se non ci portavano dal medico, dopo averlo chiesto 2, 3, 4, 5 volte, la soluzione era non cenare, non pranzare, allora cominciavano a preoccuparsi. Quindi anzi, ci sono persone che sono state punite anche duramente per aver fatto scioperi della fame. Era proprio una loro fissazione. E chi è stato mandato al famoso quarto piso, cioè al quarto piano dove c'erano delle celle simili alle nostre ma venivi obbligato a entrarci nudo, ammanettato e rimanere lì per giorni a dormire per terra. Questa era la punizione più frequente. Altrimenti molte persone sono state intubate, nel senso che sono state nutrite forzatamente attraverso l'esofago. Chi ho visto uscire da questo trattamento l'ho visto traumatizzato, non era la stessa persona almeno per i primi giorni. Molto molto duro”
Sul suo futuro e i primi giorni di libertà e i ringraziamenti: “Sicuramente starò a casa un bel po’. Rispetto alla possibilità (di continuare a lavoro nella cooperazione ndr), mi piace moltissimo, quindi è possibile che sì. I primi giorni di libertà li ho trascorsi, non a Venezia, per evitare un po' il clamore, li ho trascorsi però vicino alla mia famiglia materna, li ho trascorsi con la mia compagna. Ho fatto delle belle passeggiate, ho visto la neve in montagna, insomma li ho passati veramente bene, ecco. Io vorrei, non so se ci riuscirò, ma vorrei ringraziare veramente tantissime persone, tutti voi che siete qui, e tutte le persone che sono state vicine alla mia famiglia, Presidente Mattarella, per esempio, o molti molti nomi della stampa, della televisione, del mondo dell'arte, della scrittura, intellettuali, la società civile, associazioni, i miei concittadini di Venezia, e, e beh, sicuramente mi sto dimenticando qualcuno, gli amici, ovviamente mi sto dimenticando qualcuno, ma sono stati veramente tantissimi.”