Intervista a Fabio Zammit, in mostra a Milano provocatoriamente con “CENSORED”

Fattitaliani

 


di Giuseppe Sinaguglia - Fattitaliani in visita da Mamusca, a Milano, per CENSORED, la nuova mostra di Fabio Zammit inaugurata mercoledì 4 febbraio 2026. In questa occasione abbiamo intervistato l’artista per approfondire il concept dell’esposizione e il significato di un progetto che fa del limite il proprio linguaggio espressivo.

Innanzitutto, cosa significa “Sdeng!”? È il tuo pseudonimo o nome d’arte: come nasce e perché hai scelto proprio questo nome?

Sdeng! non è solo un nome, è un’onomatopea visiva. L’ho scelto perché evoca il suono secco di uno schiaffo in pieno volto, di un impatto metallico che ti scuote dal torpore. Nell'arte, cerco esattamente questo: un corto circuito immediato. Voglio che lo spettatore, guardando le mie opere, provi quella vibrazione improvvisa che si avverte quando una certezza si rompe. È il suono del risveglio dopo una collisione con la realtà.


Che cosa rappresenta per te la censura? Ti è mai capitato di subire episodi di censura nel tuo percorso artistico?

Sì, ho subito spesso atti di censura, specialmente sui social media o in contesti espositivi più istituzionali, ma onestamente non mi tocca. La censura è lo specchio di chi guarda: la malizia, il "peccato" o il disturbo non sono nell'opera, ma negli occhi di chi osserva. Censurare significa, in fondo, avere paura della diversità e di ciò che non si riesce a controllare o etichettare. È un tentativo pigro di proteggere una morale fragile invece di affrontare il dialogo.


Nel repertorio iconografico che presenti in mostra utilizzi personaggi dei cartoni animati tra i più noti, simboli per eccellenza dell’immaginario infantile, dove il tema della sessualità è tradizionalmente un tabù. Come nasce questa scelta, considerando che il tuo lavoro è destinato a un pubblico adulto?

Utilizzo le icone dei cartoni animati proprio perché appartengono al nostro "giardino dell’innocenza". Trasportare questi personaggi in contesti dove il sesso e la vulnerabilità sono espliciti serve a scardinare un tabù ipocrita. Il mondo adulto cerca spesso di separare nettamente l'infanzia (il "puro") dall'erotismo (l'"impuro"), ma la nostra psiche è un insieme stratificato. Usare i cartoni è un modo per parlare agli adulti usando il linguaggio delle loro prime emozioni, costringendoli a vedere che anche dietro la perfezione dei colori piatti di un cartone esiste la complessità del desiderio e del corpo.


In mostra compaiono anche elementi anatomici e organi accostati a pillole e farmaci, con un chiaro riferimento tanto alla malattia quanto alla cura. Puoi approfondire questo aspetto della tua ricerca?

Queste opere sono la mia interpretazione contemporanea della ‘’Vanitas’. Se nel Seicento si usavano teschi e candele spente per ricordare la caducità della vita, oggi il tempo che passa e la paura della fine passano attraverso la chimica. Gli organi associati alle pillole rappresentano la dualità tra la malattia e la cura. La pillola è il simbolo della nostra epoca: è il tentativo di guarire, ma è anche la consapevolezza che per vivere "realmente" e non per finta, dobbiamo accettare la nostra fragilità biologica. È un invito alla consapevolezza: curarsi per esserci davvero, non per anestetizzare l'esistenza.

La mostra è visitabile sino al 20 febbraio presso Mamusca, in via Davanzati 2 a Milano. 


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