Diletta Fileni presenta il saggio “Come il capitalismo finanziarizzato ha minato, corrotto e sopraffatto i governi democratici”. L'intervista

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Diletta Fileni, giornalista e saggista, “Ciò che mi appassiona di più del mio lavoro è la possibilità di trasmettere conoscenza e stimolare curiosità, rendendo accessibili temi complessi come finanza, economia, cultura e cronaca”. INTERVISTA di Andrea Giostra.

Ciao Diletta, benvenuta. Grazie per la tua disponibilità e per aver accettato il nostro invito. Se volessi presentarti ai nostri lettori, cosa racconteresti di te quale Diletta giornalista e saggista? 

Grazie mille per l’accoglienza. Mi presenterei ai vostri lettori come una giornalista che si occupa di geopolitica, politica interna, economia e finanza, cercando di rendere chiari anche i temi più complessi. Come saggista, nel mio libro “Come il capitalismo finanziarizzato ha minato, corrotto e sopraffatto i governi democratici” analizzo le dinamiche che collegano finanza globale e governance democratica. Allo stesso tempo, come commercialista, porto rigore e precisione nell’analisi dei dati e dei processi economici. In ogni progetto cerco di coniugare curiosità, metodo e uno sguardo critico che stimoli riflessione e dibattito.

… chi è invece Diletta Donna che vive la sua quotidianità e cosa fai al di fuori del tuo lavoro di giornalista e saggista?

Fuori dal mio lavoro, sono una persona curiosa e amante della vita di tutti i giorni. Mi piace dedicarmi a piccoli momenti di bellezza e leggerezza: passeggiate all’aria aperta, caffè con amici, letture che mi portano lontano, qualche serie o film per staccare la mente, e naturalmente lo sport, che pratico regolarmente per mantenermi attiva e ritrovare energia. Amo osservare il mondo intorno a me, trovare ispirazione nelle persone e nelle esperienze quotidiane, e coltivare interessi che mi permettano di crescere sia come persona che come professionista.

Chi sono e chi sono stati i tuoi maestri d’arte, se vogliamo usare questo termine? Qual è stato il tuo percorso formativo, accademico ed esperienziale nel mondo del giornalismo e della saggistica?

I miei “maestri d’arte” nel giornalismo e nella saggistica mi hanno insegnato a trasformare le parole in strumenti di conoscenza e riflessione: da Pier Paolo Pasolini, capace di leggere la società con sguardo poetico e critico, a Umberto Eco, che mostrava come rigore intellettuale e narrazione possano convivere, fino a Oriana Fallaci, Joseph Pulitzer, Walter Lippmann e Joan Didion, ciascuno con la propria lezione di coraggio, analisi e precisione. Il mio percorso formativo è stato un mix di studio ed esperienza sul campo. Ho una formazione solida di tipo economico‑giuridico, che mi ha fornito gli strumenti analitici per leggere i fenomeni complessi, e che poi ho affinato attraverso l’esperienza professionale e l’approfondimento continuo. Attraverso la pratica, ho collaborato con testate come Corriere Nazionale, Periodico Daily e, attualmente, con il Corriere di Puglia e Lucania, sviluppando uno stile che unisce rigore, chiarezza e spirito critico. La saggistica è nata come naturale evoluzione del mio percorso: il desiderio di andare oltre la cronaca, comprendere le cause profonde dei fatti e raccontarne le conseguenze, fondendo formazione tecnica, esperienza professionale e passione per l’analisi dei grandi temi del nostro tempo.

Tu, Diletta, scrivi e hai scritto per diversi giornali e magazine online. Ci racconti di questi due aspetti della tua professione, quella di giornalista per magazine online, e quella di saggista e di blogger se vogliamo? 

Scrivere per i magazine online è un’esperienza dinamica: bisogna essere chiari, veloci e coinvolgenti, adattandosi a un pubblico che legge in movimento e cerca contenuti sintetici ma incisivi. Questo lavoro mi ha insegnato a modulare lo stile e a comunicare con precisione, senza mai rinunciare al rigore giornalistico. Come saggista, il mio lavoro è più analitico e di lungo respiro: nel mio saggio ho potuto approfondire dinamiche complesse, collegare dati e fatti e offrire una lettura critica dei fenomeni economico-finanziari. Infine, come blogger, cerco di unire informazione e narrazione personale, raccontando riflessioni e curiosità che spesso non trovano spazio nella cronaca tradizionale. In questo modo posso avvicinare i lettori a temi complessi con un linguaggio più diretto e accessibile, mantenendo però sempre attenzione alla precisione e all’analisi.

Quali sono gli aspetti che ti appassionano di più di queste due componenti della tua professione, quali i punti che ritieni di forza e quali le criticità di questa tua attività di divulgatrice culturale e di fatti del mondo della finanza, della cultura ma anche della cronaca?

Ciò che mi appassiona di più del mio lavoro di divulgatrice culturale e giornalista online è la possibilità di trasmettere conoscenza e stimolare curiosità, rendendo accessibili temi complessi come finanza, economia, cultura e cronaca. Amo analizzare i fatti, cercare connessioni nascoste e raccontarli in modo chiaro, senza semplificare eccessivamente, ma stimolando la riflessione dei lettori. Tra i miei punti di forza c’è sicuramente la capacità di unire rigore e chiarezza: il mio percorso tra giornalismo, saggistica e consulenza mi permette di leggere i fenomeni con occhi diversi e di offrirne una visione completa e approfondita. Inoltre, il mio approccio critico e analitico aiuta a guidare il lettore attraverso informazioni spesso complesse o frammentarie. Le criticità del lavoro, invece, sono legate alla complessità stessa dei temi trattati: la sfida più grande è mantenere l’attenzione e l’interesse del pubblico senza cadere in superficialità, trovando un equilibrio tra rapidità e profondità nella comunicazione digitale. Raccontare fatti economici, politici o culturali richiede sempre una verifica rigorosa e una responsabilità etica nella divulgazione, perché ogni parola può avere un peso concreto.

Sei anche una saggista. Il tuo ultimo saggio dal titolo “Come il capitalismo finanziarizzato ha minato, corrotto e sopraffatto i governi democratici” è stato pubblicato nel 2023. Ci parli dei tuoi libri e delle tue pubblicazioni? Di cosa parlano, quale l’ispirazione che ha generato le tue opere saggistiche, quale il messaggio che vuoi arrivi al lettore? 

Come saggista, analizzo i processi complessi che modellano società ed economia, cercando di trasformare dati e fatti in narrazioni chiare e significative per il lettore. Nel mio ultimo libro, “Come il capitalismo finanziarizzato ha minato, corrotto e sopraffatto i governi democratici” (2023), esploro le trasformazioni della finanza globale e il modo in cui hanno influenzato le istituzioni democratiche, mettendo in luce legami spesso invisibili tra potere economico e decisioni politiche. L’ispirazione per le mie opere nasce dall’osservazione dei fenomeni economici e sociali e dalla curiosità di capire come funzionano realmente i meccanismi che governano il nostro mondo. Attraverso i miei saggi, voglio offrire al lettore strumenti di comprensione critica e stimolare una riflessione sul funzionamento del mondo contemporaneo, incoraggiando una lettura consapevole dei fatti, andando oltre la superficie delle notizie e dei numeri. Il messaggio principale è che conoscere le dinamiche profonde significa poter interpretare meglio il presente e, forse, immaginare scelte più consapevoli per il futuro.

Se della tua esperienza professionale dovessi raccontarci un fatto positivo, bello, che ti ha fatto piacere e che ricordi con gioia; e uno negativo, che ti ha dato fastidio, che ti ha lasciato amarezza e che ti ha delusa, che cosa ci racconteresti?

Un fatto positivo che ricordo con gioia è quando, dopo mesi di ricerca e approfondimento, ho pubblicato un articolo che ha davvero stimolato dibattito e riflessione tra i lettori. Vedere persone confrontarsi, commentare, porre domande e approfondire temi complessi con curiosità è una grande soddisfazione: significa che il mio lavoro ha raggiunto il suo scopo, contribuendo a creare consapevolezza. 

Un episodio negativo che mi ha lasciato amarezza è invece legato a situazioni in cui la complessità dei temi trattati viene ridotta o strumentalizzata, distorcendo fatti o numeri. Come giornalista e saggista, può essere frustrante vedere che l’informazione viene semplificata fino a perdere profondità o che certi messaggi vengano strumentalizzati, perché credo fermamente nell’importanza di raccontare i fatti con rigore, chiarezza e responsabilità.

«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?

Credo di appartenere alla categoria di persone che, come Giovanni Falcone, si concentra sul come affrontare le sfide più che sul chiedersi se affrontarle o meno. Ritengo che determinazione, impegno e disciplina siano fondamentali per raggiungere obiettivi, perché anche il talento va guidato e coltivato. Detto questo, non nego che fato e circostanze, possano giocare un ruolo, ma penso che la differenza tra chi ottiene risultati e chi resta fermo stia nella capacità di agire con costanza, affrontare gli ostacoli e trovare soluzioni, senza aspettare che la fortuna arrivi da sola. In sostanza, credo che il successo sia frutto di azione consapevole e perseveranza, più che di coincidenze fortunate, anche se queste possono talvolta fare la differenza.

«Quale sarà la condizione della società e della politica di questa Repubblica di qui a settant’anni, quando saranno ancora vivi alcuni dei bambini che adesso vanno a scuola? Sapremo salvaguardare il primato della Costituzione, l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e l’incorruttibilità della giustizia, oppure avremo un governo del denaro e dei disonesti?» (Joseph Pulitzer, “Sul giornalismo”, 1904). Cosa ne pensi di queste parole di Pulitzer, che scrisse nel suo saggio sul giornalismo pubblicato nel 1904? In che stato di salute vive oggi il giornalismo occidentale, e quello italiano in particolare, secondo te?

Le parole di Joseph Pulitzer sono straordinariamente attuali. Colpisce quanto, a distanza di oltre un secolo, il suo interrogativo resti aperto e, per certi versi, ancora più urgente. Pulitzer aveva compreso con grande lucidità che il destino della democrazia è indissolubilmente legato alla qualità dell’informazione e all’indipendenza del giornalismo. La sua domanda non era solo teorica, ma profondamente politica e civile: senza una stampa libera, competente e responsabile, il rischio è che il potere economico e quello politico finiscano per sovrapporsi, indebolendo le istituzioni democratiche. Oggi il giornalismo occidentale vive una fase complessa. Da un lato non sono mai stati così ampi gli strumenti di informazione e di accesso alle notizie; dall’altro assistiamo a una crescente fragilità del sistema: precarizzazione del lavoro giornalistico, velocità che spesso sacrifica l’approfondimento, dipendenza dagli algoritmi e, più recentemente, l’uso distorto dell’intelligenza artificiale per la diffusione di fake news e contenuti manipolati. L’IA, se non governata da criteri etici e professionali, rischia di amplificare la disinformazione e rendere sempre più difficile distinguere il vero dal falso, minando la fiducia dei cittadini nell’informazione stessa. In Italia, queste criticità sono ancora più evidenti. Esistono eccellenze, giornalisti seri e preparati che continuano a fare un lavoro rigoroso, ma il sistema nel suo complesso soffre pressioni economiche, polarizzazione politica e una progressiva perdita di fiducia da parte del pubblico. Il rischio è che l’informazione venga ridotta a spettacolo o a strumento di parte, invece che restare un presidio di democrazia. Per questo credo che le parole di Pulitzer non siano un monito del passato, ma un richiamo attualissimo: il futuro della nostra società dipenderà dalla capacità di difendere l’autonomia del pensiero, il rispetto dei fatti e il valore della Costituzione. Il giornalismo, se vuole sopravvivere nella sua funzione più alta, deve continuare a essere scomodo, libero e profondamente responsabile.

«Un giornalista è la vedetta sul ponte di comando della nave dello Stato. Prende nota delle vele di passaggio e di tutte le piccole presenze di qualche interesse che punteggiano l’orizzonte quando c’è bel tempo. Riferisce di naufraghi alla deriva che la nave può trarre in salvo. Scruta attraverso la nebbia e la burrasca per allertare sui pericoli incombenti. Non agisce in base al proprio reddito né ai profitti del proprietario. Resta al suo posto per vigilare sulla sicurezza e il benessere delle persone che confidano in lui.» (Joseph Pulitzer, “Sul giornalismo”, 1904). Cosa è secondo te il giornalista oggi? Cosa pensi della definizione che ne dà Pulitzer nel suo saggio?

La definizione che Pulitzer dà del giornalista è, a mio avviso, una delle più alte e nobili mai scritte. L’immagine della “vedetta sul ponte di comando” restituisce perfettamente il senso di responsabilità che questo mestiere dovrebbe avere: osservare, comprendere, segnalare i pericoli, dare voce a ciò che accade anche quando non è comodo farlo. È una visione che mette al centro il servizio alla collettività, prima ancora dell’interesse personale o economico. Oggi il ruolo del giornalista è diventato ancora più complesso. Viviamo in un’epoca in cui le informazioni sono sovrabbondanti, ma spesso confuse, manipolate o orientate. Il giornalista dovrebbe essere proprio colui che filtra, verifica e dà senso ai fatti, aiutando i cittadini a orientarsi in un mare di notizie. In questo contesto, la sua funzione di “vedetta” è forse più necessaria che mai, soprattutto di fronte alla velocità dei social, alla pressione dell’audience e alla diffusione di contenuti costruiti per emozionare più che per informare. Condivido pienamente l’idea di Pulitzer secondo cui il giornalista non dovrebbe agire in base al profitto o agli interessi di chi lo finanzia. È una visione alta, forse oggi difficile da realizzare fino in fondo, ma proprio per questo fondamentale come bussola etica. Credo che il vero giornalismo continui a vivere ogni volta che qualcuno sceglie la verità, la verifica e il senso di responsabilità, anche quando è la strada più scomoda.

«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?

La riflessione di Umberto Eco coglie perfettamente l’essenza della bellezza: qualcosa che tutti intuiamo, ma che fatichiamo a definire con precisione. Per me la bellezza non è solo una questione estetica, né qualcosa di oggettivo o universale. È piuttosto un incontro, una risonanza interiore che nasce quando qualcosa, un volto, un gesto, un’idea, una parola scritta bene, riesce a parlarci in profondità. La bellezza, a mio avviso, si riconosce dal modo in cui ci ferma. Ci costringe a rallentare, ad ascoltare, a guardare meglio. Può essere armonia, ma anche imperfezione; può stare in un paesaggio, in un’opera d’arte, ma anche in un atto di onestà, in un pensiero coraggioso, in una verità detta con semplicità. Credo che la bellezza abbia molto a che fare con l’autenticità. È bella una cosa quando è vera, quando non cerca di compiacere ma di esprimere qualcosa di essenziale. E forse, proprio come dice Eco, sappiamo cos’è la bellezza finché non ci viene chiesto di spiegarla: perché la bellezza, più che definirsi, si riconosce.

«…anche l’amore era fra le esperienze mistiche e pericolose, perché toglie l’uomo dalle braccia della ragione e lo lascia letteralmente sospeso a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.» (Robert Musil, “L’uomo senza qualità”, Volume primo, p. 28, Einaudi ed., 1996, Torino). Cosa pensi di questa frase di Robert Musil? Cos’è l’amore per te e come secondo te è vissuto oggi l’amore nella nostra società contemporanea, tecnologica e social?

La frase di Robert Musil è di una lucidità straordinaria, e non a caso è uno degli autori che amo di più e di cui ho scritto anche in alcuni miei articoli. Musil riesce a cogliere una verità essenziale: l’amore è un’esperienza che sospende la razionalità, che ci espone, che ci rende vulnerabili. È “pericoloso” proprio perché ci sottrae alle certezze e al controllo, portandoci in una dimensione in cui non tutto può essere spiegato o governato.

Per me l’amore è questo: un atto di fiducia radicale, una scelta che implica rischio, apertura, perdita momentanea di equilibrio. Non è mai solo conforto o sicurezza, ma anche vertigine, possibilità di trasformazione. In questo senso, l’immagine dell’abisso evocata da Musil è potentissima, perché l’amore autentico ci cambia, ci mette alla prova, ci obbliga a confrontarci con noi stessi. Nella società contemporanea, iperconnessa e tecnologica, l’amore vive una contraddizione profonda. Da un lato è continuamente esibito, raccontato, semplificato; dall’altro è spesso impoverito dalla velocità, dalla paura dell’impegno, dalla logica del “tutto e subito”. Le relazioni rischiano di diventare consumabili, reversibili, protette da una distanza emotiva che ci illude di non soffrire. Eppure, proprio per questo, l’amore autentico oggi è forse ancora più rivoluzionario: scegliere di restare, di esporsi, di sentire davvero, in un mondo che invita a scappare. È per questo che la riflessione di Musil resta attualissima: ci ricorda che amare significa accettare l’incertezza, e che forse è proprio lì, in quella sospensione, che si nasconde il senso più profondo dell’esperienza umana.

«I perdenti, come gli autodidatti, hanno sempre conoscenze più vaste dei vincenti, se vuoi vincere devi sapere una cosa sola e non perdere tempo a saperle tutte, il piacere dell’erudizione è riservato ai perdenti.» (Umberto Eco, “Numero Zero”, Bompiani ed., Milano, 2015). Cosa ne pensi di questa frase del grande maestro Umberto Eco? In generale e nel mondo dell’arte, della cultura, della letteratura contemporanea? Come secondo te va interpretata considerato che oggi le TV, i mass media, i giornali, i social sono popolati da “opinionisti-tuttologi” che si presentato come coloro che sanno “tutto di tutto” ma poi non sanno “niente di niente”, ma vengono subdolamente utilizzati per creare “opinione” nella gente comune e, se vogliamo, nel “popolo” che magari di alcuni argomenti e temi sa poco? Come mai secondo te oggi il mondo contemporaneo occidentale non si affida più a chi le cose le sa veramente, dal punto di vista professionale, accademico, scientifico, conoscitivo ed esperienziale, ma si affida e utilizza esclusivamente personaggi che giustamente Umberto Eco definisce “autodidatti” – e che io chiamo “tuttologi incompetenti” - ma che hanno assunto una posizione di visibilità predominante che certamente influenza perversamente il loro pubblico? Una posizione di predominio culturale all’insegna della tuttologia e per certi versi di una sorta di disonestà intellettuale che da questa prospettiva ha invaso il nostro Paese? Come ne escono il Giornalismo e la Cultura da tutto questo secondo te?

La frase di Umberto Eco è volutamente provocatoria, ma come spesso accade con lui, coglie un nodo centrale della modernità. Eco non esalta davvero l’ignoranza, né denigra il sapere: mette piuttosto in luce una contraddizione profonda del nostro tempo. Il “vincente”, nella sua provocazione, è colui che si specializza in modo funzionale, che riduce la complessità a un messaggio semplice, spendibile, immediatamente riconoscibile. L’“autodidatta”, invece, è colui che accumula saperi, connessioni, curiosità, senza una finalità utilitaristica immediata. È più ricco culturalmente, ma meno spendibile nel mercato della visibilità. Nel mondo dell’arte, della cultura e della letteratura contemporanea questo fenomeno è diventato evidente. Oggi si premia la semplificazione, la velocità, la capacità di “dire qualcosa” su tutto, anche a costo di non dire nulla di davvero profondo. I media, i social, i talk show hanno trasformato la complessità in un ostacolo e la competenza in qualcosa di scomodo, perché richiede tempo, studio e spirito critico. È più facile affidarsi a figure che parlano con sicurezza, che danno risposte rapide, che rassicurano il pubblico con opinioni nette, anche quando sono superficiali o scorrette. Il problema non è l’autodidattismo in sé, che può essere una forma nobile di conoscenza, ma la sua degenerazione: il “tuttologo” che si presenta come esperto universale, che occupa spazi mediatici senza possedere reali strumenti di analisi, e che viene utilizzato per costruire consenso, semplificare il dibattito, orientare l’opinione pubblica. In questo senso, Eco è lucidissimo: il sapere profondo è spesso scomodo, perché non è immediatamente spendibile, non si presta alla propaganda, non offre slogan. Il motivo per cui oggi il mondo occidentale sembra affidarsi sempre meno a chi possiede competenze reali è anche culturale. Viviamo in una società che ha paura della complessità, che confonde l’accessibilità con la banalizzazione, e che premia la visibilità più della preparazione. Il risultato è una forma di “disonestà intellettuale diffusa”, in cui il sapere viene spettacolarizzato e svuotato del suo valore critico. In questo contesto, il giornalismo e la cultura ne escono indeboliti ma non sconfitti. Esiste ancora un giornalismo serio, una cultura profonda, una ricerca autentica, anche se meno rumorosa. La vera sfida oggi è resistere alla tentazione della superficialità, continuare a studiare, a verificare, a pensare in modo complesso. Perché, come ci insegna Eco, il vero sapere non serve a vincere nell’immediato, ma a comprendere il mondo. E senza comprensione, non può esistere né democrazia né libertà.

Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita professionale e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che hai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?

Se penso alle persone che mi hanno davvero aiutata lungo il mio percorso, non penso tanto a figure “ingombranti” o celebri, quanto a presenze silenziose ma decisive. Persone che, nei momenti di incertezza o di difficoltà, hanno creduto in me anche quando io stessa avevo dei dubbi. Chi mi ha aiutata non lo ha fatto tanto con grandi gesti, ma con parole giuste dette al momento giusto, con l’ascolto, con la fiducia, e talvolta anche con il confronto sincero, persino duro, ma sempre onesto. Sicuramente devo molto a chi mi ha trasmesso il valore dello studio, della disciplina e della responsabilità, insegnandomi che nulla si costruisce senza impegno e senza coerenza. Alcune di queste persone appartengono alla mia sfera personale, altre a quella professionale: colleghi, mentori, amici che hanno saputo spronarmi a non accontentarmi, a non smettere di approfondire, a credere nella forza delle idee anche quando sembrava più facile rinunciare. Ci sono stati momenti in cui le scelte non erano semplici, in cui il percorso appariva incerto o solitario. In quei passaggi, chi mi è stato vicino non mi ha indicato la strada, ma mi ha aiutata a trovare il coraggio di sceglierla da sola. Ed è forse questo il dono più grande che si possa fare a qualcuno: non decidere al suo posto, ma sostenerlo mentre decide. Se oggi posso dire di aver costruito un percorso coerente con ciò che sono, lo devo anche a queste persone. A loro va il mio ringraziamento più sincero, perché mi hanno insegnato che i risultati contano, ma conta ancora di più il modo in cui li si raggiunge. E che la crescita, professionale e umana, è sempre un cammino condiviso, mai solitario.

Se dovessi consigliare ai nostri lettori tre film da vedere quali consiglieresti?

Se dovessi consigliare tre film ai lettori, sceglierei opere molto diverse tra loro, ma accomunate dalla capacità di far riflettere, emozionare e interrogarsi sul presente e sull’animo umano.

Il primo è “Il Post” di Steven Spielberg. È un film che racconta il valore del giornalismo libero, il coraggio delle scelte difficili e l’importanza della verità, anche quando esporsi comporta dei rischi. È una pellicola che parla di responsabilità civile e di libertà di stampa, temi oggi più che mai attuali. 

Il secondo è “Le vite degli altri” di Florian Henckel von Donnersmarck. Un film potentissimo sul controllo, sulla sorveglianza e sulla coscienza individuale. Racconta come anche all’interno di un sistema oppressivo possano nascere dubbi, empatia e cambiamento. È una riflessione profonda sul potere e sull’umanità. 

Il terzo è “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Un’opera che va oltre la narrazione e diventa uno sguardo sull’anima, sul vuoto e sulla ricerca di senso nella società contemporanea. È un film che invita a fermarsi, a guardarsi dentro, a interrogarsi su cosa sia davvero essenziale. 

Sono tre film molto diversi, ma che hanno in comune una cosa: non si limitano a intrattenere, ma pongono domande. E credo che il cinema, come la cultura in generale, dia il meglio di sé proprio quando riesce a farci pensare, non solo a distrarci.

… e tre libri da leggere assolutamente nei prossimi mesi? 

Se dovessi consigliare tre libri da leggere nei prossimi mesi, sceglierei opere capaci di aprire orizzonti diversi, di stimolare la riflessione e di offrire strumenti di comprensione del mondo contemporaneo:

1. “Come il capitalismo finanziarizzato ha minato, corrotto e sopraffatto i governi democratici” – mio saggio del 2023. Lo includo perché offre una chiave di lettura dei grandi fenomeni economico-finanziari e del loro impatto sulla politica e sulla società. È una lettura utile per comprendere i meccanismi che modellano le nostre vite e il nostro presente.

2. “Homo Deus” di Yuval Noah Harari. Un libro che esplora le sfide future dell’umanità, dall’intelligenza artificiale alla biotecnologia, mettendo in discussione il concetto stesso di progresso e destino umano. Offre strumenti per riflettere su scelte etiche e sociali che riguarderanno tutti, oggi e domani.

3. “Il mestiere di scrivere” di Raymond Carver. Non è solo un libro sulla scrittura, ma una lezione sulla vita, sull’osservazione, sulla sensibilità e sull’arte di raccontare la realtà. Carver ci insegna che ogni parola conta, che l’attenzione ai dettagli e la profondità emotiva possono cambiare il modo in cui comprendiamo il mondo e gli altri.

Questi tre libri, pur diversi tra loro, condividono un filo conduttore: stimolano a guardare il mondo con occhi attenti, a comprendere le dinamiche profonde e a interrogarsi su ciò che conta davvero, nella società come nella vita personale. 

I tuoi prossimi progetti? Cosa ti aspetta nel tuo futuro professionale che puoi raccontarci? A cosa stai lavorando in questo momento?

In questo momento sto lavorando su più fronti, come spesso accade quando si cerca di tenere insieme ricerca, scrittura e attualità. Da un lato continuo il mio lavoro giornalistico, seguendo con attenzione i temi legati alla geopolitica, all’economia e alle trasformazioni sociali in corso, che oggi più che mai richiedono analisi approfondite.

Parallelamente, sto lavorando alla scrittura del mio prossimo libro, ancora in fase di elaborazione, il quale ruota attorno ai grandi cambiamenti del nostro tempo: il rapporto tra potere, informazione, tecnologia e società, e il modo in cui questi elementi stanno ridefinendo le dinamiche democratiche e culturali. 

Nel mio futuro professionale vedo la continuità di ciò che ho sempre cercato di fare: unire rigore, analisi e capacità divulgativa, mantenendo uno sguardo indipendente. Mi interessa continuare a scrivere, a raccontare la realtà senza semplificarla, cercando di offrire strumenti di comprensione più che risposte preconfezionate. Più che obiettivi rigidi, ho una direzione chiara: continuare ad approfondire e contribuire al dibattito culturale con onestà intellettuale e spirito critico. È questo, in fondo, il progetto che mi accompagna da sempre.

Dove potranno seguirti i nostri lettori?

I lettori possono seguirmi principalmente sui miei canali social professionali e sul mio blog, dove condivido articoli, riflessioni e aggiornamenti sui temi che seguo, come geopolitica, economia, cultura e finanza. Inoltre, la mia collaborazione con testate giornalistiche come il Corriere di Puglia e Lucania permette di leggere i miei articoli online. Chi desidera approfondire il mio lavoro saggistico può trovare informazioni sui miei libri, tra cui “Come il capitalismo finanziarizzato ha minato, corrotto e sopraffatto i governi democratici”, disponibili nelle librerie e online. In questo modo chiunque voglia seguire il mio percorso potrà rimanere aggiornato sia sui miei articoli che sulle riflessioni più approfondite che condivido attraverso saggi e contributi culturali.

Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa intervista?

Vorrei concludere dicendo che, più di tutto, spero che questa chiacchierata possa stimolare curiosità, riflessione e voglia di approfondire. Viviamo in un mondo complesso, dove i fatti si intrecciano con opinioni, e dove comprendere davvero richiede attenzione, spirito critico e apertura mentale. A chi leggerà questa intervista vorrei dire: non smettete mai di porvi domande, di osservare con occhi attenti e di cercare di capire la realtà senza accontentarvi delle semplificazioni. Coltivate la curiosità, il piacere della lettura e dell’approfondimento, perché è proprio da lì che nasce la conoscenza e, con essa, la libertà di scegliere, di pensare e di vivere consapevolmente. Per me, raccontare, analizzare e condividere è un modo per contribuire a questo percorso, e spero che anche chi mi legge possa trarre spunti, ispirazione e, perché no, qualche nuova domanda da porsi.


Diletta Fileni

https://dilettafileni1-mrvse.wordpress.com/

https://www.instagram.com/dilefileni/ 

https://www.facebook.com/diletta.periodicodaily 

https://www.corrierepl.it/author/diletta-fileni/


Il libro:

Diletta Fileni, Come il capitalismo finanziarizzato ha minato, corrotto e sopraffatto i governi democratici, ‎ Youcanprint Ed., 2023

https://amzn.eu/d/7vey4XS 


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