di Antonino Muscaglione
'Povero sinistrato' è il nuovo
spettacolo di Alessandro Arcodia, attore che il grande pubblico ha avuto modo
di conoscere come reporter all'interno del programma Splendida Cornice di Geppi
Cucciari in onda tutti i giovedì su Rai3.
Arcodia nei suoi interventi
racconta in due minuti realtà parallele e a volte lontane con una lucidità e
punto d'osservazione critico che apre sempre a spunti di riflessione. E a
proposito di “punti” lui non è Claudio Pagliara, si reca direttamente nei luoghi,
racconta con ironia e con una proprietà di linguaggio fuori dal comune, pagine
di cronaca di vita vissuta, dai paesi dell'est, sua grande passione, alla frana
che ha avuto luogo a Niscemi, in Sicilia.
Tutto documentato in due
minuti, ero curioso di vedere come questo “sinistrato dalla voce insopportabile
e radical chic”, come lui stesso ci fa sapere, lo definisce qualche suo hater,
riuscisse a mettere in piedi uno spettacolo di un'ora e mezza. L'occasione si
presenta nella sua tappa milanese all'interno del teatro dell'associazione Arci
Bellezza, un luogo già di per sé magico: un teatro anni '30 in cui riecheggia
nei materiali, nei pavimenti, nel legno delle porte, nell'arco decò che
incornicia il palco, una storia lunga più di cento anni. «Qui prima c'erano i
fascisti, ora ci sono i comunisti», mi racconta un addetto alla sicurezza e
oggi c'è Alessandro Arcodia con uno spettacolo che è una narrazione in prima
persona ma è anche una lettura sociologica in chiave cinica con risvolti
ironicamente drammatici dei nostri tempi.
Alessandro Arcodia è da solo
sul palco: uno sgabello, un pc, slide che illustrano il suo racconto, un
ukulele, scopro che è anche cantante, certamente più di quelli che
contemporaneamente, è il 26 febbraio, si esibiscono dal Teatro Ariston di
Sanremo (sì, a Ditonellapiaga, facendo storcere il naso a qualcuno, ho dato 4 e
non me ne pento, a lui nel canto do 9, ma questa è un'altra storia, è un'altra
musica).
Arcodia si ferma per qualche
secondo per un paio di volte, accorda il suo ukulele, Arcodia che accorda
mi sembra suoni bene, più di quanto non suoni bene il suo cognome legato a una
bestemmia, come gli fanno notare da sempre, senza rendersi conto se la cosa gli
dia fastidio o meno.
Tutto il racconto è intenso,
si parte dai primi ricordi di un piccolo Alessandro che a quattro anni si trova
a provare abiti alla Prénatal accompagnato dalla mamma. Il racconto si
intreccia, con sarcasmo e capacità linguistica, con una descrizione iconografica
di varie Madonne legate, per duttilità e versatilità, alle varie Barbie,
riportarne la complessità narrativa sarebbe un'impresa impossibile, bisogna
ascoltare il suo testo dalla sua viva voce, voce che risulta meno
insopportabile e spocchiosa di quanto si dica, anzi risulta gradevole e persino
intonata quando col suo ukulele accenna diversi brani che sono tratti dal
repertorio di Cocciante a 'Karaoke guantanamera' in versione acustica.

© Anna Faragona
Nel suo monologo “cantato”
Alessandro Arcodia ci racconta della sua partecipazione al musical 'Giulietta e
Romeo', ma che dico musical, all'opera popolare scritta da Riccardo Cocciante e
mai decollata come 'Notre Dame de Paris', ci racconta dell'ego smisurato del
suo autore e della perfidia della sua signora, ego che ritroviamo nei titoli
dei suoi concerti in cui “Cocciante canta Cocciante”, anzi “Cocciante coccianta
Cocciante”.
Quella di Alessandro è una
narrazione talmente intensa che lui canta e noi ascoltiamo, non perché i brani
non ci trascinino nel cantarli ma perché siamo curiosi di dove il racconto ci
deve ancora portare.
Finiamo in Sardegna, in un
lussuoso resort, non certo roba da poveri sinistrati, qui ci racconta dei suoi
cinque mesi, da maggio a settembre, di prigionia vissuti nell'estate del 2020,
le sue foto dell'epoca sapientemente proiettate sullo schermo che fa da sfondo
alla scenografia minimalista, sembra siano state scattate, in spiaggia o in
giacca e cravatta dal bagno del resort, con la premeditazione che un giorno
sarebbero state utilizzate per un suo spettacolo. Dell'ingaggio per andare a
fare il prete in un matrimonio da celebrare su un prato non ve ne parlo. Non vi
parlo neanche di preti e chierichetti o del corso della prima comunione imposto
da genitori atei per far contenti i nonni altrettanto atei, i suoi tempi
teatrali, la sua espressione sono il valore aggiunto al testo autobiografico.
'Povero sinistrato' è uno
spettacolo, non è un musical, né un'opera popolare, è uno sguardo attento e
critico della realtà, è una prospettiva con un fine positivo, nonostante i
matrimoni non celebrati e gli scarti di cibo consumati. Alessandro Arcodia non
è, come lo hanno presentato in altre circostanze, un influencer, è un attore, è
un artista che ha una visione delle cose che vale la pena ascoltare, come tale
è un attento e critico osservatore della realtà. Ci tengo soprattutto a
sottolineare che Alessandro Arcodia non è Saverio Tommasi, Alessandro Arcodia è
solo un “Povero sinistrato”. Prossima tappa il 19 marzo a Torino Capodoglio.

