di Giovanni Zambito - Con Il meglio di me, Orfeo firma uno dei brani più intensi e introspettivi del suo percorso artistico. Nato da un momento di grande fragilità personale, il pezzo racconta senza filtri il passaggio attraverso il caos interiore, la lotta contro i propri demoni e la risalita verso una nuova consapevolezza. Con una scrittura cruda ma luminosa, e un sound pop‑urban che amplifica l’emotività del racconto, l’artista trasforma il dolore in forza e condivide un messaggio di rinascita che parla a chiunque abbia attraversato periodi di buio. In questa intervista con Fattitaliani Orfeo ci accompagna dietro le quinte del singolo, tra ricordi difficili, scelte artistiche e la voglia di mostrarsi finalmente senza maschere.
Come è nato “Il meglio di me”? Puoi raccontarci il periodo difficile che l’ha ispirato?
Il meglio di me è nato una sera che ero molto irrequieto con me stesso. Qualcosa stava cambiando dentro di me, avevo da poco superato un momento difficile della mia vita. Uno di quei momenti dove la vita ti mette alla prova, ti fa sprofondare nel caos più totale della tua mente e devi cercare di risalire dal fondo. Non è stato facile ci è voluta una grande dose di coraggio e determinazione per rimettere insieme i pezzi, ma ci sono riuscito. Il meglio di me è nato così, da una riflessione, da una presa di consapevolezza.
Che significato ha per te la frase “Ho sentito il diavolo bussare alla mia testa”?
È probabilmente la frase più forte all’interno del brano e quella che rappresenta di più il tema stesso del pezzo. La mente più diventare il nostro peggior nemico; quando cadiamo nel vortice depressivo diventa tutto confuso, tutto buio. Siamo come circondati da ombre e dobbiamo imparare a combattere i nostri demoni interiori. Gli stessi demoni che bussavano alla mia testa cercando di portarmi sulla via sbagliata. Per fortuna non gli ho ascoltati e ho vinto io.
Come descriveresti il passaggio dal buio alla luce nel testo e nella musica del singolo?
Il mood dark e confuso viene subito introdotto dalle strofe dove si riesce a percepire tutto il malessere fisico e mentale. Si arriva al ritornello in modo più soft come se fosse un attimo in cui tutto si ferma, un momento di riflessione e di dialogo con il mio mostro interiore fino ad arrivare al drop dopo il ritornello dove i vocalizzi sono un vero e proprio urlo, uno sfogo liberatorio che carica il pezzo e fa capire all’ascoltatore che quello è il momento più importante. La musica segue esattamente lo stesso stato d’animo prima di confusione, poi di riflessione e infine uno sfogo di liberazione.
Qual è stato il tuo stato d’animo mentre registravi il ritornello, con quell’esplosione emotiva?
Sì sicuramente aver scritto io il pezzo mi ha permesso di poter esprimere tutte le emozioni all’interno. Il ritornello è la parte che più mi coinvolge, descrivere il momento con un solo stato d’animo è poco perché ce n’erano parecchi. Sicuramente è stata una liberazione, come se mi stessi liberando di un peso che ho portato per tanto tempo e che mi ha fatto stare male. Sentivo che stava iniziando la mia rinascita e ho cercato di metterci tutta la forza e la grinta necessaria.
Pensi che questo brano possa aiutare chi sta vivendo momenti di confusione e fragilità?
Assolutamente si. Ho scritto questo pezzo per mandare un messaggio di forza e solidarietà verso chi come me sta affrontando o ha affrontato momenti di fragilità. Volevo far capire che non siamo soli e non dobbiamo sentirci così perché spesso dopo questi momenti si può avvertire una forte solitudine e si tende a sentirsi diversi dagli altri ma non è così. Non siamo mai soli e credo che questo brano possa far riflettere e dare forza e speranza perché c’è sempre una luce in fondo.
Cresciuto in una famiglia di musicisti, quand’è che hai capito di voler fare il cantautore?
Praticamente da sempre. Ho iniziato a cantare nel coro della chiesa insieme a mia mamma all’età di 3-4 anni e li ho cominciato ad appassionarmi veramente al canto e alla musica, con il passare degli anni ho capito che volevo fare di questa passione il mio mestiere. Ho iniziato a scrivere canzoni intorno ai 16-17 anni e da lì non ho più smesso. Tuttora i miei cantano e suonano e per mia mamma è un lavoro a 360°.
Dal duo Arcaica al progetto solista Orfeo: cosa ti ha spinto a questa transizione nel 2024?
Ho iniziato nel 2020 appunto con questo progetto a due Arcaica che è durato fino al 2023. Dal 2024 abbiamo intrapreso la carriera da solisti più che altro per esigenze di entrambi. Sentivamo che eravamo cambiati, avevamo necessità di esprimerci a modo nostro e volevamo di più. Di comunque accordo abbiamo sciolto il progetto e iniziato a lavorare da soli.
Stai lavorando ad un nuovo EP: puoi anticiparci qualcosa sullo stile o sui contenuti?
Esatto sto lavorando alla stesura del mio primo EP da solista. È un progetto che era nell’aria già da un po' e che sto portando avanti con tanto entusiasmo. Avrà sicuramente coerenza con lo stile di Il meglio di me, sarà quindi un pop urban. Potrei definirlo viaggio attraverso le mie esperienze personali. Diciamo che racconterà una piccola parte di me. Stiamo lavorando alla realizzazione dei prossimi brani che saranno contenuti tutti all’interno del progetto.
Come si inserisce “Il meglio di me” nel panorama pop urban?
Il genere musicale pop urban è un sottogenere del pop che combina elementi di musica urbana. Ha le caratteristiche per rientrare nel panorama pop urban sicuramente perché ha un ritmo ballabile, con un beat dal sapore elettronico; ha una melodia facile da ricordare, un hook accattivante; una voce soulful ed espressiva. Ha una produzione elettronica moderna, con l'uso di sintetizzatori e effetti sonori. Anche il testo è in linea con gli argomenti trattati dalla musica pop urban.
Cosa significa per te mettere a nudo le tue vulnerabilità nei testi?
Nelle mie canzoni racconto sempre una parte di me. Porto le mie esperienze di vita belle e brutte. Trovo la scrittura come veicolo principale per dire quello che a parole non riuscirei ad esprimere, raccontandomi senza veli e inibizioni facendo conoscere quella parte di me che in pochi conoscono. Raccontarsi in prima persona è sicuramente la più difficile delle sfide però può essere un grande stimolo personale e non solo.

