Intervista di Mariano Sabatini
Solo
chi si sia raccontato con generosità e vibrante dolore, avendo dimostrato una
chiara e ammirevole capacità di intima de-costruzione narrativa (penso allo
struggente e bellissimo memoir La vita di
chi resta, basato sul suicidio di un ex compagno), poteva realizzare in
modo credibile un libro motivazionale e di utile accompagnamento per chi voglia
provare a cimentarsi nella scrittura autobiografica o di autofiction. Matteo B.
Bianchi, romanziere di lungo e onorato corso – da Generations of love a Esperimenti
di felicità provvisoria, da Apocalisse a domicilio a Maria accanto – oltre che drammaturgo e brillante autore televisivo,
ha scritto Il romanzo che hai dentro.
Guida personalissima alla scrittura autobiografica (ed. Utet). Lettura
imprescindibile per chi progetti di saltare il guado e passare dal ruolo, si
spera, di lettore forte a quello di scrivente. Avevo letto un altro libro
formidabile sulla scrittura, benché non parlasse quasi di scrittura, ed era In frantumi di Hanif Kureishi
(Bompiani), sulle sue pazzesche, difficili, dolorose traversie sanitarie. Dico
che è sulla scrittura perché dimostra come ogni aspetto della vita di chi sa
scrivere può diventare uno spunto narrativo trascinante. E infatti nella
retrocopertina di Bianchi è scritto: <<Ci sono vite che sembrano perfette
per finire in un libro. Ma tutte le vite sono un romanzo, se sai come
scriverle>>.
Ogni scrittore si sente dire
spesso "La mia vita è un romanzo, dovresti raccontarla"... perché le
persone vorrebbero demandare ad altri l'onere della scrittura?
Beh,
potremmo vederlo come un segnale di rispetto: capiscono di non essere scrittori
e pensano che per rendere al meglio la loro esperienza di vita serva un
professionista...
Il
problema piuttosto è un altro, cioè che molti sono convinti di avere delle
vicende eccezionali da raccontare quando non è affatto così. Credo che la
società contemporanea, soprattutto con l’avvento dei social, spinga tutti a
rappresentarsi come speciali, unici, invidiabili, quando la realtà è ben altra.
Tu cosa pensi, sinceramente,
quando te lo dicono?
Provo
un po’ di imbarazzo per loro, ma allo stesso tempo riesco a essere onesto: se
mi propongono di occuparmene, dico la verità, e cioè che già sono così lento
nello scrivere i miei, di romanzi, che l’ultima cosa di cui ho bisogno è di
aggiungere ai miei impegni i romanzi degli altri!
Cosa rende universale e di
pubblico interesse una storia?
Molti
pensano che per essere interessante una storia autobiografica deve riguardare
fatti ed esperienze eccezionali, ma non è sempre così. Non dobbiamo
dimenticarci che di fronte a esperienze straordinarie un lettore prova
curiosità e ammirazione, ma è solo attraverso racconti di vita comune che un
lettore prova un senso di forte empatia e identificazione. Di fatto amiamo i
libri per come sono scritti e, a volte, una storia semplice, raccontata nel
modo giusto, riesce ad arrivare a un numero enorme di lettori proprio perché la
quotidianità è universale. Per questo ho cercato di scrivere un manuale che
potesse rivolgersi un po’ a tutti, sia a chi ha reali ambizioni letterarie e
che ha intenzione di cimentarsi con la scrittura di un romanzo autobiografico,
sia a chi vuole semplicemente avere dei suggerimenti e degli stimoli per
scrivere di sé in forma privata, per raccogliere ricordi e memorie.
Una grande scrittrice una volta
mi disse che la mancanza di pudore era la grande dote di un narratore, tu parli
molto dell'importanza di esporsi... poi come racconti bisogna affrontare la
curiosità dei lettori. Come ci si difende?
Credo
che questo sia un vero punto cruciale della faccenda perché per scrivere un
memoir che sia davvero significativo un autore non dovrebbe avere nessuna
reticenza e dovrebbe essere in grado di aprirsi completamente con il lettore.
Di recente un autore mi ha sottoposto un romanzo in lettura e io ho letto tutto
il libro con l'impressione che qualcosa non funzionasse, anche se era difficile
identificare esattamente quale fosse il problema. Poi ho parlato con lo scrittore stesso e mi
ha confessato che quella era una storia totalmente autobiografica che però
aveva cercato di rendere in modo molto meno forte della vicenda reale, annacquandone molti
aspetti, per il timore la sensibilità urtare la sensibilità di familiari e
parenti se avessero dovuto leggerlo. Lì
mi è stato tutto chiaro, perché quando si cerca di edulcorare la realtà, di abbellirla o di compiacere qualche
possibile lettore, ecco che il testo autobiografico
non funziona più, perché ha perso tutta la sua forza d'origine. Un altro aspetto riguarda poi l’esposizione
pubblica. Quando un libro basato su una vicenda privata viene effettivamente
pubblicato, significa confrontarsi con i lettori, con la stampa, con
l’esposizione. Emotivamente è un altro impegno.
Tutti sembra vogliano scrivere e
tu stesso inviti a chiudere ogni libro per iniziare il proprio... ma quanto è
importante leggere per saper scrivere?
È
fondamentale. Nella mia guida faccio veramente decine di riferimenti ad autori e autrici che si sono confrontati
con temi autobiografici, perché penso
sia essenziale imparare a leggere le opere altrui utilizzandole quasi come
libri di testo per imparare come si renda veramente interessante una storia,
come si possa scriverla in modo originale e personale. Questo non riguarda
necessariamente l'ambito autobiografico. Avendo a che fare da anni con gli
esordienti, posso dirti che si capisce immediatamente quando chi ti propone un
testo è anche un buon lettore o è semplicemente un improvvisato. Scrivere senza
leggere è come pensare di fare una gara sportiva senza aver fatto alcun
allenamento: semplicemente non ha senso.
La motivazione forte di cui parli nel libro coincide con la cara vecchia ispirazione?
No,
non sono mai stato un grande fan dell'ispirazione, mi sembra un concetto
obsoleto, puramente ideale. Oggi parlerei piuttosto di idea forte, di spunto
narrativo. Ma quando nel manuale parlo di “motivazione” intendo qualcos'altro.
Come dicevo prima, per scrivere un buon libro autobiografico devi essere pronto
a condividere aspetti molto intimi della tua esperienza e quindi deve avere un
senso molto profondo anche per te questa scelta: può essere un atto
liberatorio, può essere l'esigenza di trattare temi di solito ignorati, può
essere il bisogno di sentire che non sei solo ad aver provato certe sensazioni…
I motivi possono essere molteplici, ma sono convinto che alla base di un
romanzo autobiografico che funzioni ci sia la reale intenzione da parte del suo
autore di voler condividere qualcosa di profondo. E non mi riferisco soltanto a
contenuti drammatici, uno può anche scegliere la via dell'ironia e della
leggerezza per parlare di sé, ma ciò non toglie che deve avere un motivo valido
per farlo.
In un paese che, di fatto, ha in
spregio la cultura... Come si spiega che tutti poi pubblicano almeno un libro,
magari scritto da un ghost writer o edito a pagamento?
Qui è
un discorso ancora diverso perché molto spesso sono gli stessi editori a
contattare i personaggi famosi, proponendo loro un contratto esclusivamente sulla base della loro
popolarità. Questi libri, che spesso non hanno alcun valore letterario, per le
case editrici rappresentano una semplice occasione per fare cassa, perché sanno
che c'è un pubblico di fans e di curiosi pronti a da acquistare questo tipo di
prodotti. Si tratta quindi di operazioni commerciali studiate a tavolino, che
però hanno almeno un risvolto positivo: gli alti guadagni da questo tipo di
libri servono in parte a compensare gli investimenti fatti su opere di
narrativa più sperimentali o autori esordienti che a volte non riescono a
vendere neanche qualche centinaio di copie. Pertanto non mi sento di condannare
questo tipo di operazioni, che del resto non sono pensate per i lettori veri e
propri, ma solo per quel tipo di pubblico che altrimenti in libreria non ci
metterebbe neanche piede. Invece nel caso di coloro che pubblicano le proprie
memorie ricorrendo a editori a pagamento perché nessun editore tradizionale
accetterebbe di farlo, direi che siamo nell'ambito del patetico e basta. Pagano
l’illusione di potersi considerare autori pubblicati.
Nei memoir o nella cosiddetta
autofiction prevale il dolore che sconfina nel dolorismo, non si rischia di
soverchiare i lettori?
Direi
che nei brutti memoir e nella brutta autofiction si arriva al dolorismo. Un
punto importante sul quale metto in guardia i lettori del manuale è proprio
questo: narrare qualcosa di doloroso e
personale non significa vomitare sulla pagina la propria sofferenza. Un romanzo
non è uno sfogatoio personale: per questo sarebbe molto più saggio andare in
terapia e affidare le proprie sofferenze a un analista, che oltretutto è pagato
per ascoltarle. Un buon libro autobiografico riesce ad analizzare e a raccontare
il dolore, ma facendo in modo che il lettore lo comprenda e lo faccia suo, non
che lo subisca. Inoltre non ci si può limitare a rievocare il dolore sulla
pagina: il lettore, giustamente, si aspetta anche una storia, uno sviluppo di
qualche tipo. Un elenco di lamentazioni non solo è brutta narrativa, ma forse
non è neppure narrativa.
Raccontare la felicità è più
difficile?
Non
credo che ci siano temi più facili o più difficili, credo che semplicemente che
ognuno di noi senta dei temi più vicini
e altri più distanti. È importante
capire che cosa ci spinge veramente a scrivere, quali sono i soggetti che ci
infiammano e quelli che vogliamo davvero raccontare. Per esempio, le storie che
magari che partono dal dolore arrivano alla gioia e alla felicità, che
raccontano una rinascita, sono spesso davvero esaltanti da leggere.
Ti sei rivolto a un legale per
trattare i limiti nella narrazione autobiografica, con le inevitabili
implicazioni nelle vite degli altri. Nel lavoro di uno scrittore deve prevalere
la prudenza, secondo te, o la storia e le pulsioni che la spingono fuori vanno
servite in ogni caso?
È la
domanda più difficile a cui rispondere perché ci sono infinite varianti e ogni
caso fa un po’ storia a sé. In generale, bisogna tener presente che ogni volta
che un autore scrive di sé stesso non sta mai parlando solo di sé ma anche
delle persone che fanno parte della sua vita e possono essere la famiglia, i
colleghi, gli abitanti del suo paese e così via. Loro non hanno scelto di
essere nel suo libro, è lui che li hai inseriti. Qualcuno potrebbe esserne
orgoglioso altri potrebbero prenderla male e qui si entra in un discorso lungo
e complicato, perché un conto è offendere una persona e un altro è arrivare
diffamarla. È necessario fare molta
attenzione: io posso raccontare dei fatti noti e verificabili, e questo non me
lo può contestare nessuno, ma se ci aggiungo interpretazioni soggettive,
giudizi e condanne verso i suoi protagonisti mi espongo a dei rischi legali
concreti.
Quando leggeremo un tuo nuovo
romanzo?
Quando riuscirò a terminarlo! Al momento sto lavorando a più progetti diversi e non so ancora precisamente quale fra questi prenderà il sopravvento. Ma del resto non sono mai stato un autore in grado di produrre un libro all'anno. Fra i miei romanzi passano sempre 4-5 anni almeno, quindi diciamo che sono ancora nel mio standard.

