L’ascolto di Oleandri
evoca immediatamente un corredo di immagini nitide, quasi fossimo davanti a un
film di Sofia Coppola ambientato nella provincia emiliana. Alberto Conti
possiede una scrittura visiva: ogni canzone è un frame, un’istantanea che
cattura un’atmosfera precisa. In Bazar,
ci troviamo in un mercato dell’anima dove tutto è confuso, dove le proiezioni
mentali prendono il posto della realtà. L’idea di un amore
"immaginato" viene descritta con una tavolozza di colori pastello che
sfumano nel grigio del finale.
L’estetica del "frammento" è centrale
in tutto l’album. Conti non cerca la narrazione epica; preferisce il dettaglio,
il piccolo gesto, l’oggetto dimenticato in una stanza. Questa poetica del
frammento si riflette anche nella struttura del disco, che si chiude con una
bonus track volutamente "bozza". È la celebrazione dell’incompiuto,
del bello che risiede nell’imperfezione.
Anche la scelta della metafora floreale non è
casuale. L’oleandro, con le sue foglie lanceolate e i suoi fiori rigogliosi, è
un elemento costante del paesaggio italiano, spesso ignorato nella sua
pericolosità. Conti lo eleva a simbolo di una bellezza che può uccidere,
creando un ponte tra la natura e il sentimento umano. Oleandri è un progetto che cura l’estetica quanto il contenuto,
proponendo un pop che è anche un’esperienza visiva e sensoriale, un viaggio tra
sogni di plastica e cieli senza stelle.

