"La Moglie Perfetta", Giulia Trippetta a Fattitaliani: "Tinder? Solo per le poco di buono!". L'intervista

Fattitaliani

 


di Giovanni Zambito - Dal 21 al 23 gennaio allo Spazio Diamante di Roma, Giulia Trippetta porta in scena La Moglie Perfetta, monologo provocatorio che parte da un vero decalogo anni '50 per "buone spose" e arriva dritto al cuore delle donne di oggi: figlie della libertà, ma ancora prigioniere di retaggi invisibili.

In questa intervista a Fattitaliani Giulia rivela: "Quelle regole assurde sono già dentro di noi", riflette sull'ironia come maschera utile per crescere, sul "limbo del Vorrei ma non posso" che blocca maternità e carriera, e dedica lo spettacolo a sua madre, eroina delle rinunce. "Quando si può ridere di qualcosa, non fa più paura", spiega, promettendo risate scomode e domande provocatorie: la "moglie perfetta" su Tinder? "Solo per le poco di buono!" Un viaggio tra black humor, sogni sacrificati e libertà autentica – non perdetevela!

1Giulia, il suo spettacolo parte da un decalogo anni '50 per la "moglie perfetta". Quale delle 10 regole la fa arrabbiare di più oggi, e perché?
Non c’è una regola che più delle altre mi muove un sentimento di rabbia, diciamo che la scoperta del decalogo intero più che farmi arrabbiare mi ha portato a riflettere, a pensare. Leggendo quelle assurde regole ciò che più mi ha colpito è il fatto che la maggior parte di esse siano a tutti gli effetti entrate a far parte della nostra società per decenni, e molte di esse continuiamo a portarcele dentro nonostante non ci sia più nessuno a distribuire fisicamente delle brochure fuori dalle scuole. Quelle regole sono già dentro di noi.

La protagonista è una donna apparentemente perfetta, ma cosa si nasconde davvero dietro la maschera di mascara e buone maniere? Crede che anche lei, come attrice e regista, abbia mai indossato una "maschera" simile?
Chi di noi può dire di non aver mai indossato maschere a livello personale o professionale? Io non la vedo per forza come una cosa negativa, anzi, credo che avere una maschera possa aiutare a conoscersi meglio. È attraverso la maschera che noi stessi ci costruiamo che poi, crescendo, iniziamo a capire cosa davvero ci riguardi e cosa no. Cosa di quella maschera fa parte di noi e cosa invece possiamo lasciar andare, ma è stata utile per fare un tratto di strada.
Io ho sempre usato l’ironia e il sarcasmo, una maschera che mi ha permesso di costruirmi il personaggio di “quella simpatica”, quella che “quando c’è lei allora si ride”, tanto che quando qualcuno aveva modo di conoscermi un po' più a fondo rimaneva spiazzato dalle sfumature grigio antracite tendenti al nero intenso che a volte governano la mia vita.
Ma la verità è che una cosa non esclude l’altra, siamo più cose contemporaneamente; siamo umani, incoerenti e imperfetti, il punto fondamentale è sempre e comunque la libertà; sono io che scelgo se indossare la maschera oppure no, non deve essere sicuramente la società o il mondo esterno ad impormelo.

Da figlia della libertà di espressione, ma ancora "schiava di retaggi", come descrive quel "limbo del Vorrei ma non posso" che tante donne vivono oggi?
Credo che a livello sociale e culturale ancora molto si possa fare per garantire a una donna di poter avere un’effettiva libertà di scelta e di azioni, per libertà effettiva intendo la possibilità di scegliere la propria vita e il proprio futuro senza necessariamente rinunciare a una parte fondamentale di essa. E questo sarà possibile (come già in molti paesi lo è) solo grazie a un sistema economico organizzato che garantisca un supporto e una protezione adeguati alle donne lavoratrici che vogliano affrontare la maternità senza per forza mettere a repentaglio la propria carriera, e agli uomini che vogliano vivere la paternità in serenità e sicurezza, senza il peso della maggior parte della responsabilità economica della famiglia. Perché quella a cui mi riferisco è la libertà di tutti, non certo solo quella femminile.

Quanto è autobiografico questo monologo? C'è una regola del decalogo che sua madre o una donna della sua famiglia le ha mai imposto, direttamente o indirettamente?
Io ho 37 anni, ho avuto la fortuna di crescere in una società che già aveva messo in crisi questo “sistema” che per millenni l’aveva fatta da padrone, ma basta tornare indietro di una generazione, per vedere come questo cambiamento sia ancora molto fresco. Nessuno nella mia famiglia mi ha imposto regole o dettami, ma certamente mia madre non ha avuto le possibilità che ho avuto io e questo ha influito sulla mia educazione e sulla possibilità di pensare o vedere un futuro con un ventaglio di possibilità ampio. Credo però che aver visto, da figlia, come molto del suo essere donna sia stato sacrificato in nome della famiglia e come questo abbia inevitabilmente influito su molti aspetti della sua vita, mi abbia stimolato a guardarmi intorno, spronato, mi abbia fatto venire voglia di esplorare tutte quelle possibilità che a lei non erano state date.
Lo spettacolo ha questa dedica:
“A mia madre, che mi ha insegnato a riconoscere un’eroina non dalle sue imprese, ma dalle sue rinunce”.
Solo adesso però rileggendo queste parole mi rendo conto che non ci sarebbe bisogno di eroine che rinuncino a nulla se la società fosse strutturata diversamente.
Mi viene in mente a questo proposito una frase che secondo me esprime bene questo senso di impotenza che è venuto fuori dalle interviste fatte e che io e molte mie coetanee (figlie di una generazione ancora legata a un sistema patriarcale) proviamo in questo periodo storico; è una frase di Michela Murgia: “Le donne italiane ricominceranno a dare la vita quando, per farla venire al mondo e crescerla, non sarà più necessario amputare la propria”.

Con un solo personaggio che cambia senza pause, come ha costruito questa "donna come tante" che contiene milioni di possibilità accadute e non accadute?
Sono partita da una serie di interviste, credo sia importante indagare effettivamente a livello sociale se l’argomento di cui sento necessità di parlare possa effettivamente interessare una fascia di persone più ampia.
Ho intervistato donne della mia età e donne di circa 60 anni, facendo a tutte le stesse domande, lo scopo era appunto vedere quanto la prospettiva e le possibilità fossero cambiate.
Nel rileggere le interviste mi sono resa conto di quanti punti di contatto ancora ci fossero e di come, se pur molte cose sono cambiate in superficie, ancora molte paure e incertezze siano assolutamente immutate.
Partendo da queste interviste (da una in particolare) ho creato un personaggio di finzione che da giovane sognava di fare la psicologa e invece, ironia della sorte, diventa l’insegnante di comportamento e buone maniere in un intensivo corso di preparazione al matrimonio.
Questo personaggio inevitabilmente si fonde con me, e con tutte le donne che ancora si trovano a farsi le mie stesse domande, e ad affrontare le stesse difficoltà.

Lo spettacolo usa black humor per smontare stereotipi. Qual è la risata più scomoda che spera di strappare al pubblico, quella che costringe a guardarsi dentro?
Lo spettacolo cerca di usare l’ironia per affrontare un tema quasi fin troppo inflazionato, lo scopo è quello di dimostrare che si può parlare anche di parità di genere usando la leggerezza, perché quando si può ridere di qualcosa, allora non fa più paura. Ci sono molti momenti sarcastici, in cui credo che il pubblico non sappia se ridere o raggelare, ci sono anche momenti al limite del paradosso e sicuramente una dichiarazione finale fatta al pubblico che porterà tutti a farsi una semplice e controversa domanda; ma non posso spoilerare tutto, altrimenti poi chi viene a vedere lo spettacolo?


Dopo gli anni '50 sfavillanti, quanti passi reali abbiamo fatto? E se la "moglie perfetta" tornasse oggi su Tinder, quali regole aggiornate le insegnerebbe?
Molti passi sono stati effettivamente fatti, non possiamo certo dire di essere più obbligate a una vita decisa a tavolino da dinamiche a noi estranee, ma possiamo davvero fare in estrema libertà quello che vogliamo? Vestirci come vogliamo senza subire commenti o pregiudizi? Rientrare la sera da sole senza paura? Quanto lavoro in più dobbiamo fare per acquistare credibilità e ascolto in ambito lavorativo? A parità di curriculum e carriera veniamo davvero pagate come i nostri colleghi uomini?
Non ho risposte a queste domande, credo che ognuno in cuor suo debba dare le proprie.
La Moglie Perfetta non potrebbe mai avere Tinder, quello, si sa, è solo per le poco di buono (dice ironicamente, ndr). No??

Fattitaliani

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