Intervista di Andrea Giostra - Antonia Flavio è una voce poetica che nasce lontano dai percorsi accademici, ma molto vicino alla vita vissuta. In questa intervista racconta come la scrittura sia per lei prima di tutto una forma di terapia e di ascolto di sé, uno spazio sicuro dove trasformare cicatrici, fragilità e domande senza risposta in parole condivisibili. Attraverso il suo ultimo libro, Cenere di un sogno, e le opere precedenti, Antonia accompagna il lettore dentro un universo fatto di amore, perdita, disillusione e rinascite silenziose, con una poesia che privilegia l’autenticità alla tecnica. Tra riferimenti ad autori amati, riflessioni sul ruolo del poeta oggi e sul senso della bellezza, la conversazione diventa un invito a usare la letteratura come luogo di incontro con se stessi e con gli altri.
Ciao
Antonia, benvenuta e grazie per aver
accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori che
volessero sapere di te quale poeta?
Non mi piace definirmi poetessa. La scrittura è una passione che porto avanti da anni e che è cresciuta con me, con il tempo e con le esperienze. Scrivo soprattutto per un bisogno personale, un po’ come fosse una terapia. Mi aiuta a fare i conti con alcune cicatrici che mi porto dietro dall’adolescenza e a guardarle con più consapevolezza. Le parole, per me, sono uno spazio sicuro: mi permettono di fermarmi, ascoltarmi e andare avanti.
Chi
è invece Antonia
al di là della
sua passione per la scrittura, per la letteratura, per la poesia e la lettura?
Cosa puoi raccontarci di te e della tua quotidianità?
Al di là della scrittura sono una persona
semplice, molto legata alle piccole cose. Amo la routine, i silenzi, i momenti
in cui posso fermarmi e osservare. Nella quotidianità cerco equilibrio, anche
se non è sempre facile: ho imparato ad ascoltarmi di più e a rispettare i miei
tempi. Sono una persona sensibile, a volte troppo, ma ho capito che è una parte
di me che non voglio più mettere a tacere. Vivo le giornate con autenticità,
cercando di restare fedele a ciò che sento, anche quando fuori tutto corre più
veloce.
Qual è il tuo percorso accademico, formativo,
professionale ed esperienziale che hai seguito e che ti ha portato a fare
quello che fai oggi nel vestire i panni del poeta?
Il mio percorso non è stato lineare né pensato per
arrivare alla poesia. Non ho una formazione accademica specifica in questo
ambito: quello che sono oggi nasce soprattutto dalle esperienze di vita. Ho
imparato vivendo, facendo errori, attraversando momenti difficili e lasciandomi
cambiare da ciò che mi accadeva. La scrittura mi ha accompagnata in modo
naturale, crescendo con me grazie alle letture, all’osservazione e al
confronto. Più che sentirmi “poeta”, mi sento una persona che usa le parole per
raccontare ciò che ha vissuto e ciò che continua a vivere.
Come
nasce la tua passione per scrittura, per la poesia e per i libri? Chi sono
stati i tuoi maestri e quali gli autori che da questo punto di vista ti hanno
segnato e insegnato ad amare i libri, le storie da scrivere e raccontare, la
lettura e la scrittura?
Ho amato la poesia tra i banchi di scuola. Pianto antico di Carducci mi ha colpita profondamente e mi ha lasciato un forte impatto emotivo. È stata una di quelle poesie che restano dentro e che, anche a distanza di tempo, continuano a parlare. Crescendo, leggendo altri poeti e avvicinandomi sempre di più ai libri, ho capito che la poesia era il linguaggio che meglio mi rappresentava. È lì che riuscivo a riconoscermi davvero, a sentire che le parole potevano raccontarmi senza forzature.
Ci parli del tuo libro, “Cenere di un sogno”, pubblicato
quest’anno? Come nasce, qual è l’ispirazione che l’ha generato, quale il
messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quale le storie che ci racconti senza
ovviamente fare spoiler?
Cenere di un sogno nasce da un
periodo di forte introspezione. È un libro che prende forma da ciò che resta
quando un sogno si spegne, quando qualcosa in cui credevi cambia o finisce e ti
costringe a fare i conti con te stessa. L’ispirazione arriva dall’esperienza
personale, dalle emozioni non risolte, dalle domande che spesso restano senza
risposta.
Non volevo raccontare una storia lineare, ma restituire sensazioni, frammenti di vita, stati d’animo in cui il lettore potesse riconoscersi. Le pagine parlano di amore, perdita, disillusione, ma anche di consapevolezza e rinascita, seppur silenziosa. Il messaggio che vorrei arrivasse è che anche dalle ceneri può nascere qualcosa: non per forza un nuovo sogno, ma uno sguardo diverso su ciò che siamo diventati. È un libro intimo, sincero, che non cerca di dare risposte ma di fare compagnia a chi legge.
Chi
sono i destinatari che hai immaginato mentre lo scrivevi?
Non ho scritto Cenere di un sogno pensando a un pubblico preciso. L’ho scritto per me, prima di tutto, come un bisogno personale di mettere ordine tra emozioni e ricordi. E poi, naturalmente, ho pensato a chi si possa riconoscere in quelle emozioni: chi ha vissuto perdite, delusioni, silenzi o momenti di fragilità, e cerca parole che possano farlo sentire meno solo. È un libro per chi sente il bisogno di guardarsi dentro senza filtri, con delicatezza ma anche con sincerità.
Tu hai scritto altri libri. Ci parli delle tue
opere? Quali sono, come sono nate, quale il messaggio che contengono? Insomma,
raccontaci della tua attività letteraria e poetica.
Ho pubblicato altri libri oltre a Cenere di un sogno, ciascuno legato a una parte diversa del mio percorso. “La mia vita i miei amori racchiusi in una poesia” esplora sentimenti e relazioni, “Echi del Mare” parla di amore, amicizie e natura con il mare come filo conduttore, mentre “Diario bruciato” va oltre la poesia, includendo pensieri e racconti brevi vissuti in prima persona. Il filo che unisce tutte le mie opere è la sincerità: emozioni vere, vissute, che possano far sentire chi legge meno solo.
Una domanda difficile: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “Cenere di un sogno” o gli altri tuoi libri?
Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per
acquistarlo.
Non scrivo per convincere, ma per condividere. Chi leggerà Cenere di un sogno o gli altri miei libri troverà parole che nascono da emozioni vere, da esperienze intime che parlano di amore, perdita, silenzi e rinascita. Sono libri che non danno risposte facili, ma offrono uno specchio in cui riconoscersi, un modo per sentirsi meno soli nei propri sentimenti. I miei libri parlano al cuore e sono pensati per chi vuole trovare un rifugio, un incontro con sé stesso attraverso le parole.
C’è
qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a realizzare le tue opere
letterarie? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?
Vorrei ringraziare innanzitutto i miei
lettori, perché leggere le mie parole significa farle vivere davvero; senza di
loro le emozioni resterebbero solo su carta. Un grazie speciale va anche agli
amici e alle persone care che mi hanno ascoltata, incoraggiata e sostenuta nei
momenti di dubbio, e a chi mi ha aiutata sul piano tecnico ed editoriale,
perché trasformare un’emozione in libro richiede cura e attenzione.
E poi ci sono ringraziamenti che porto nel cuore in modo particolare: G. Pino Scaglione, perché senza il suo sostegno e la profonda amicizia che lo lega all’artista Giulio Telarico, la copertina del libro non avrebbe avuto la forza e l’importanza che ha. E a Giulio Telarico, che senza conoscermi, fidandosi solo del giudizio di Pino, ha deciso di concedermi la sua opera: un gesto di fiducia che ha trasformato la mia idea in un vero incontro tra parole e arte.
«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? La bellezza letteraria, della poesia e della scrittura in particolare, la bellezza nell’arte, nella cultura, nella conoscenza… Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?
Per me la bellezza non è qualcosa di
facilmente definibile, proprio come dice Umberto Eco citando Agostino: si
riconosce, la si sente, ma sfugge a una spiegazione precisa. La bellezza è
quando una parola, una poesia, un’immagine o un gesto riescono a toccarti, a
fermarti un attimo e a farti vedere qualcosa che prima non vedevi.
Nella scrittura e nella poesia, la bellezza
sta nella sincerità delle emozioni: una frase può essere perfetta non perché
sia perfetta nella forma, ma perché riesce a parlare al cuore e a evocare
sensazioni vere. Nell’arte, nella cultura o nella conoscenza, la bellezza è
quell’istante in cui qualcosa risveglia meraviglia, curiosità o stupore, e ti
fa sentire parte di un tutto più grande.
Riconoscere la bellezza, secondo me, significa aprire lo sguardo e l’anima senza pregiudizi: accorgersi di ciò che ti commuove, ti fa pensare o ti fa sentire meno solo. È un’emozione che sa sorprendere, spesso nei luoghi più inattesi.
«Appartengo
a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata
a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema,
ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli
libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di
persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una
persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con
determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per
avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti
posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che
facciamo?
Credo di appartenere alla categoria di
persone che, come dice Giovanni Falcone, cerca sempre il modo per affrontare
ciò che la vita pone davanti. Non sempre si tratta di fissare un obiettivo e
inseguirlo con forza cieca: per me contano anche l’ascolto di sé stessi, la
consapevolezza e il rispetto dei propri tempi. Certo, l’impegno, la disciplina
e la determinazione sono fondamentali, ma non si può ignorare il ruolo di
circostanze, incontri, casualità: il fato e la fortuna a volte aprono porte che
altrimenti rimarrebbero chiuse.
Per me il segreto è un equilibrio tra volontà e apertura: fare tutto ciò che è nelle proprie possibilità, ma saper accogliere ciò che arriva, anche inaspettato, perché spesso è proprio lì che si trova ciò che ci serve per crescere.
«Per
quanto riguarda i corsi di scrittura io li chiamo Club per cuori solitari.
Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono e … emerge
sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra
loro e di solito si autoincensano l’un l’altro, e la cosa è più distruttiva che
altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche
parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l’ho letto l’altra sera al gruppo hanno
detto tutti che era un lavoro geniale”» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking
for the Giants: An Interview with charles Bukowski, “Southern California
Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Ha
ragione Bukowski a dire queste cose a proposito di coloro che frequentano corsi
di scrittura creativa? Cosa ne pensi in merito? Pensi che servano davvero per
imparare a scrivere anche se il talento non c’è? Come si diventa grandi e
apprezzati poeti o scrittori secondo te?
Io non ho mai frequentato corsi di scrittura. Possono essere utili per chi vuole imparare tecniche o confrontarsi con altri, ma non li ritengo necessari per diventare uno scrittore o un poeta. Nel mio caso, ho sempre lasciato parlare il mio dolore, non la tecnica o la forma: credo che quando le parole nascono spontaneamente arrivino più facilmente al cuore di chi legge e sa interpretarle. Per me, la chiave è l’autenticità, quella che solo la poesia può dare. Ovviamente non dico che i corsi non siano validi o utili, ci mancherebbe, ma diventare scrittori apprezzati passa soprattutto dal mettere sincerità e vita nelle parole.
«Non mi preoccupo di cosa sia o
meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o
funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia,
questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e
questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants,
The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles
Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una
raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si
narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale,
armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo
rimanere nel concetto di Bukowski?
Credo che, come dice Bukowski, quello che
conta davvero sia la capacità del libro di arrivare al lettore. Non si tratta
solo della storia che si racconta né solo del linguaggio usato, ma di come le
due cose si incontrano. Una storia può essere straordinaria, ma se le parole
non la trasmettono con sincerità e ritmo, rischia di restare piatta. Allo
stesso modo, uno stile elegante o originale non basta se non c’è qualcosa da
dire, qualcosa che tocchi chi legge.
Per me, il successo di un romanzo o di una raccolta di poesie nasce da un equilibrio naturale tra ciò che viene narrato e come viene narrato: la storia deve avere un’anima e il linguaggio deve saperla far vibrare. Quando parole e emozioni si incontrano, il lettore lo percepisce, e lì si trova la vera forza di un libro.
«Direi
che sono disgustato, o ancor meglio nauseato… C’è in giro un sacco di poesia
accademica. Mi arrivano libri o riviste da studenti che hanno pochissima
energia… non hanno fuoco o pazzia. La gente affabile non crea molto bene.
Questo non si applica soltanto ai giovani. Il poeta, più di tutti, deve
forgiarsi tra le fiamme degli stenti. Troppo latte materno non va bene. Se il
tipo di poesia è buona, io non ne ho vista. La teoria degli stenti e delle
privazioni può essere vecchia, ma è diventata vecchia perché era buona … Il mio
contributo è stato quello di rendere la poesia più libera e più semplificata,
l’ho resa più umana. L’ho resa più facile da seguire per gli altri. Ho
insegnato loro che si può scrivere una poesia allo stesso modo in cui si può
scrivere una lettera, che una poesia può perfino intrattenere, e che non ci
deve essere per forza qualcosa di sacro in essa.» (Intervista di William
Childress, Charles Bukowski, “Poetry Now, vol. 1, n.6, 1974, pp 1, 19,
21.). Tu da poeta cosa ne
pensi in proposito? Ha ragione Bukowski a dire queste cose? Cosa è oggi la
poesia per te, riprendendo il pensiero di Bukowski?
Credo che Bukowski abbia ragione quando dice
che la poesia deve avere energia, verità, fuoco. Non basta scrivere versi
perfetti o rispettare schemi: la poesia perde forza se manca di autenticità e
di emozione. Non deve essere qualcosa di inaccessibile o “sacro”, ma qualcosa
che arrivi davvero al lettore, che parli al cuore.
Per me, oggi, la poesia è prima di tutto un atto di sincerità. È uno spazio in cui si può mettere tutto ciò che sentiamo senza filtri, anche le ferite, le fragilità, i silenzi. Come dice Bukowski, può intrattenere, può commuovere, può anche essere semplice, come una lettera. La sua forza sta proprio nella capacità di rendere umane e vicine le emozioni, senza artifici o eccessi accademici: una poesia che nasce dal bisogno di dire, di raccontarsi, ha già in sé tutta la sua grandezza.
«Il
ruolo del poeta è pressoché nullo… tristemente nullo… il poeta, per
definizione, è un mezzo uomo – un mollaccione, non è una persona reale, e non
ha la forza di guidare uomini veri in questioni di sangue e coraggio.» (Intervista ad Arnold Kaye, Charles
Bukowski Speaks Out, “Literary Times”, Chicaco, vol 2, n. 4, March 1963,
pp. 1-7). Qual è la tua
idea in proposito rispetto alle parole di Bukowski? Cosa pensi del ruolo del
poeta nella società contemporanea, oggi social e tecnologica fino alla
esasperazione? Oggi al poeta, secondo te, viene riconosciuto un ruolo sociale e
culturale, oppure, come dice Bukowski, fa parte di una “élite” di intellettuali
che si autoincensano reciprocamente, una sorta di “club” riservato ed
esclusivo, senza incidere realmente nella società e nella cultura
contemporanea?
Credo che Bukowski volesse scuotere, provocare, più che dare una definizione assoluta del poeta. È vero che spesso i poeti vengono isolati in una sorta di élite intellettuale che si autoincensa, e in una società dominata dai social e dalla tecnologia rischiano di essere invisibili o fraintesi. Ma il ruolo del poeta non va misurato in termini di “potere” o influenza diretta: la sua forza sta nell’osservare, interpretare e restituire emozioni autentiche. Oggi, più che mai, il poeta tocca il cuore delle persone; anche silenziosa, la poesia può incidere profondamente nella vita di chi la legge, dando voce a ciò che spesso resta silenzioso e offrendo riflessione, sensibilità e autenticità in un mondo che corre veloce.
«Io vivo in una specie di fornace di affetti,
amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere
la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello
che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in
ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo
una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari
d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima
scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono
importanti per te e incidono nella tua scrittura, nella tua arte e nel tuo
lavoro?
Per me la scrittura nasce dal cuore: amore, desideri, passioni, e anche, o forse soprattutto, dal dolore e dalla delusione. Sono questi sentimenti a dare vita alle parole, a rendere autentica la poesia e la prosa.
Gli autori e i libri che, secondo te,
andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno
tre libri da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo della tua scelta.
In primis consiglierei i miei libri, perché
racchiudono esperienze, emozioni e riflessioni che sento importanti da
condividere. Tra gli autori che amo e che credo siano da leggere assolutamente
ci sono Alda Merini, per la sua capacità di trasformare dolore e passione in
poesia intensa e autentica, e Emily Dickinson, che insegna quanto la poesia
possa parlare di cose immense anche attraverso gesti minuti e riflessioni
silenziose.
Un altro libro che mi ha colpita è stato “Le pagine della nostra vita” di Nicholas Sparks, perché racconta con delicatezza e intensità le emozioni, i sentimenti e i legami umani, mostrando come le parole possano farci entrare nel cuore delle persone e delle storie.
Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori
tre film da vedere?
“La La Land” di Damien Chazelle, perché
racconta con delicatezza e intensità l’amore, i sogni e le sfide della vita,
mostrando quanto sia bello e difficile inseguire le proprie passioni.
“Pride & Prejudice” di Joe Wright, per
l’eleganza con cui narra sentimenti, incomprensioni e legami umani, e per la
capacità di far riflettere sul cuore e sulla società in cui viviamo.
“La vita è bella” di Roberto Benigni, un
capolavoro del cinema italiano che mescola comicità e tragedia, mostrando il
potere dell’amore e della speranza anche nelle circostanze più dure e
impossibili.
Li consiglio perché, a mio avviso, sono film che riescono a toccare le emozioni profonde, a far riflettere e a restituire esperienze universali, raccontate con autenticità e poesia.
Ci parli dei tuoi imminenti e prossimi impegni
culturali e professionali, dei tuoi lavori in corso di realizzazione? A cosa
stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnato che puoi raccontarci?
In questo momento sto lavorando a un romanzo a quattro mani, che è attualmente sotto editing. Per quanto riguarda la poesia, continuerò sicuramente a scrivere, anche se non so ancora se ci saranno nuove pubblicazioni. Sto riflettendo sul futuro dei miei progetti letterari, prendendomi il tempo necessario per capire quale sarà la strada migliore da percorrere.
Dove potranno seguirti i nostri lettori?
I lettori possono seguirmi sui miei social: Facebook “Antonia Flavio”, Instagram, TikTok, LinkedIn, YouTube e sulla pagina “Antonia Flavio scrittrice”. Qui condivido aggiornamenti su poesie, romanzi e progetti in corso: un modo per restare in contatto e far vivere insieme le parole.
Come vuoi concludere questa chiacchierata e
cosa vuoi dire a chi leggerà questa breve intervista?
Vorrei solo dire ai lettori di lasciarsi trasportare dalle parole, di ascoltare le emozioni e di scoprire nella scrittura e nella poesia un rifugio, un incontro con se stessi e con la bellezza che ci circonda.
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Il libro:
Antonia
Flavio, “Cenere di un sogno”, Il Filorosso ed., Cosenza, novembre 2025
https://www.unilibro.it/libro/flavio-antonia/cenere-di-un-sogno/9791281888142
https://www.libreriauniversitaria.it/cenere-sogno-flavio-antonia-ilfilorosso/libro/9791281888142
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