Edward Lorenz, meteorologo e matematico statunitense,
tenne nel 1972 una conferenza rivoluzionaria: “Può il batter d’ali d’una
farfalla in Brasile provocare un tornado nel Texas?” Brasile e Texas
appartengono, come sappiamo, a emisferi differenti e contrapposti. La teoria del caos,
derivata in gran parte dagli studi che Lorenz iniziò negli anni '60, diede
origine alla suggestione dell’effetto
farfalla; farfalla non come energia in sé, ma per quell’infinitesimo del
calcolo matematico che una volta inserito nella sua totalità può modificare in
modo imprevedibile la dinamica di situazioni ambientali, biologiche e perfino
economiche; provocare in una scansione pressocché ripetitiva, interagendo con
altre forze, alterando l’equilibrio atmosferico, perturbazioni di grossa
portata.
Una
delle tesi della teoria del caos,
uno studio complesso che include l’effetto farfalla, è legata al concetto che
il tempo atmosferico è parte dei sistemi caotici, non controllabili come un
esperimento di laboratorio, con una cadenza influenzabile da perturbazioni
lievissime in sviluppo, nel tempo. Il clima è un sistema articolato con una
dipendenza sensibile alle condizioni iniziali che la determinano, tali da
produrre crescenti variazioni; viene sconvolta la complessità dell’apparato
climatico stesso. La teoria del caos trova risposte emblematiche in tragedie
come quella di Hiroshima e Nagasaki, o della diga del Vajont, o la deforestazione
dell’Amazzonia, ma gli esempi sono infiniti. Partendo da questo assunto gli
esseri umani dovrebbero essere molto attenti a rispettare i ritmi dell'ambiente,
quelli biologici, nella coscienza oramai acquisita dell’insieme, detto
ecosistema, che accomuna ogni formula terrestre, dagli organismi viventi a
elementi non viventi come acqua, aria, luce, temperatura e non solo; un groviglio
che determina scambi di materia ed energia, costruendo una struttura dinamica,
in continuo equilibrio. È chiaro che molti eventi esulano dal nostro
comportamento, ma sottovalutarne i segnali risulta sempre un grande errore.
Uno
dei fatti indicativi di una situazione non determinata dagli esseri umani, (in
un periodo peraltro privo di molte conoscenze a riguardo), ma sottovalutato e
privo dell’acume prudenziale che induce cautela e prevenzione, capitò ai primi
del 1800; tra il 1815 e il 1817, un triennio definito horribilis. Un
vero dramma che coinvolse in forma più o meno grave tutto il mondo; cioè, per
dirla con Dante, “quest’aiuola che ci fa tanto feroci”, che
ci appare tanto grande, ma così grande non è; soprattutto è indissolubilmente collegata.
Parliamo di una società a carattere agricolo, pochi gli scambi commerciali,
insufficienti le terapie in caso di fenomeni epidemici. Segnali di allarme
c’erano stati già dal 1814: siccità e produzione agricola carente in tutta
Europa; erano stati ignorati; non ci fu una corsa alle provviste; si attendeva fiduciosi
un cambio climatico; e invece fu un crescendo negativo; nel ’15 continuò la
carenza d’acqua e viveri, e non immaginavano i malcapitati la spirale tragica a
ridosso.
Nella
tarda primavera del ‘15 il vulcano
Tambora, nell’isola Sumbawa nelle Indie
olandesi, eruttò in forma così violenta da causare uno sconvolgimento
climatico tra i più potenti, secondo i vulcanologi, dalla fine dell’Era
glaciale. Un’esplosione, circa sessantamila morti. Da aprile a giugno circa 150
miliardi di metri cubi di roccia, cenere, lapilli, proiettati, si diffusero in
tutto il globo. L’atmosfera divenne una cappa attraverso la quale il sole
filtrava a fatica. A distanza di anni in mare s’incontravano isolotti
galleggianti di materiale lavico. Ne fece le spese il 1816 definito l’anno
senza estate; un inverno durissimo con carestia in aumento. Gelate,
grandinate, venti violentissimi, siccità e nubifragi. In Canada cadde neve tra giugno e luglio, quasi tutti i laghi ghiacciarono
negli Stati Uniti, dove nevicò in
luglio e agosto e dove si visse una delle situazioni più pesanti di tutto il
pianeta.
La
nostra penisola non fu indenne, a Napoli
freddo inusuale e nevicate anomale, a Vasto
per le nevicate eccessive e i rapidi scongelamenti ci fu uno slittamento del
terreno, una terribile frana. In Europa in particolare disastrate furono la Svizzera, la Germania sud occidentale e l’Irlanda.
A differenza di quel che è venuto a determinarsi in seguito, coll’avvento
dell’età industriale, quando capitava una carestia i contadini, non possedendo
una riserva propria, e tutt’al più insufficiente, erano costretti ad acquisirlo
nell’area comunale. “La città” - scrive lo storico Carlo M. Cipolla (I pidocchi
e il granduca, pp.27 – 28) - “sfruttava allora il suo contado molto più
spietatamente di quanto le potenze cosiddette imperialistiche abbiano mai
sfruttato le loro colonie nel secolo diciannovesimo. Il rentier cittadino spremeva il contadino lasciandogli solo quel che
gli necessitava per sfamarsi … Quando un raccolto andava male se c’erano scorte
a cui attingere queste si trovavano per lo più in città, nei granai pubblici o
nelle case dei benestanti. … Ne derivava che in caso di carestia si assisteva
al rifluire verso la città di turbe di miserabili contadini, affamati, cenciosi
e sudici, che venivano a chiedere l’elemosina e magari a morire d’inedia sui
selciati e sotto i portici cittadini”.
Situazioni
diffuse in tutta Italia. A Firenze
il numero dei mendicanti era tale che il Comune istituì un ricovero di
mendicanti. Il medico bergamasco Benaglio
così scrive (Della carestia, pp. 419 – 22): “Al principio di marzo crescendo la
carestia vennero in città da tre mille poveri, la maggior parte de’ quali neri,
arsicci, estenuati, deboli e mal condizionati … E questi poverelli che andavano
vagando per la città, essendo distrutti dalla fame, deboli e mal condizionati,
morivano di quando in quando per le strade, per le piazze, sotto il palazzo”. Chi
non era disposto a mendicare vendeva il poco che aveva. E le giovani contadine
si recavano dai parrucchieri a vendere le lunghe chiome, in un tempo in cui
esisteva la sacralità della chioma femminile. Scrive lo storico Palma (Discorso eucaristico e coronale p. 11): “Chi non rimane colpito al
numerare, su la bottega di un sol parrucchiere, trenta e più chiome, altre
nere, altre bionde, recise dal capo d’inconsolabil villanelle, a picciol
compenso?”. Viti e olivi erano divenuti infruttiferi. A Vicenza, Bergamo, Livorno e non solo la gente prese ad
ammalarsi di pellagra. La mancanza di biade, erbe, ghiande, paglia fu nefasta
per pecore capre e maiali. Le insufficienze proteiche, vitaminiche, di calcio,
influirono pesantemente sul processo auxologico, diffondendo la piaga del
rachitismo. La popolazione suppliva alla carestia del grano con il mais, o
miscelando orzo, fave, ceci e altri tipi di legumi. Un miscuglio indigesto che provocava
infiammazioni; talora in mancanza d’altro si univa al tutto la cicuta!
Il
1817, l’anno della paura, coniugò carestia ed epidemia di tifo
esantematico, la cui origine restava oscura, anche se appariva sempre più
chiaro il collegamento fra igiene, carenza alimentare, sovraffollamento. Dalla
fine del 1816 il tifo petecchiale iniziò a diffondersi in alcune zone d’Italia.
A Porto Recanati ne fa testimonianza
il padre di Giacomo Leopardi, Gonfaloniere.
La Capitanata ne fu infestata, Teramo non da meno. In particolare
l’esercito di Napoleone allo sbando,
dopo la sconfitta di Waterloo, fece
strage: i soldati, con igiene scarsissima, spesso ammucchiati fra loro,
divennero vittime e portatori. Il loro passaggio fu una vera calamità. Scrive Giuseppe Liberatore (Cenno storico
medico di malattie epidemiche del 2° Abruzzo, p. 305) “… A’ poveri era
rimasta la sol’acqua …e l’occupazione militare rapì i beni ch’eran de’ poveri …
onde lo sterminio della povera gente per mezzo delle petecchie, pidocchi e
fame”. Ecco dunque come un evento singolo (anche se notevole) ha innescato un’immane
tragedia, assemblando nella sua circolarità concause e relativi effetti.
E
noi, in questo momento così difficile e, diciamolo, caotico, di guerre e
ribaltamenti politici, possiamo applicare lo stesso concetto di Lorenz? Può una guerra attivare un
effetto a catena di cui non si può prevedere il finale? Per quel che stiamo
vedendo, sì, poiché i conflitti si innestano in un groviglio di questioni
economiche, interessi, ideologie che sfuggono al calcolo matematico, e se l’effetto farfalla in fisica, biologia,
evolve in sistema caotico ma con all’interno scansioni amplificate ma replicanti,
e con una deterministica conclusiva, essendo fenomeni naturali (perfino le
peggiori epidemie come la peste si sono alla fine concluse), affidato alla
mente umana ha una imprevedibilità difficile da modellare matematicamente. Perfino
l’IA, ho letto, non è stata in grado di chiarire la situazione.
La
geopolitica parla di “Caoslandia” per descrivere il caos creato da guerre,
terrorismo e non solo. In sostanza se la teoria del caos si basa su calcoli
matematici, le situazioni sociopolitiche sono anch’esse calcolabili? Il
caos è andato oltre, si è innestato nelle relazioni internazionali. Il problema
è gravissimo. Come anticipare il caos totale: con strategie preventive e
diplomazia? Nella mia semplice logica sarebbe la strada giusta, unita al
recupero dell’etica e della cultura; al rispetto dei diritti e doveri
interpersonali, nazionali, internazionali, alla non violenza, al freno di
appetiti di potere, profitti, e sarebbe lungo l’elenco, prima che qualcuno
preso da raptus (ed elementi
predisposti non ne mancano) inneschi lo sterminio globale.
*Presidente della Società Vastese di Storia Patria
