L’autonomia di uno Stato non è isolamento, non è rottura, non è chiusura.
È, prima di tutto,
consapevolezza di sé.
Nella storia della
Repubblica Italiana, Bettino Craxi rappresenta una delle poche figure che hanno
interpretato l’autonomia non come slogan, ma come metodo di governo, tanto
nella politica interna quanto in quella internazionale.
Craxi fu autonomista
perché credeva nello Stato.
Non nello Stato astratto,
burocratico o retorico, ma nello Stato come soggetto politico sovrano, dotato
di responsabilità verso i cittadini e di pari dignità nei rapporti
internazionali.
Sul piano interno,
l’autonomismo craxiano si tradusse nella rivendicazione della centralità della
politica rispetto a ogni altro potere: economico, tecnocratico, giudiziario,
mediatico.
La politica doveva
tornare a decidere, assumersi il rischio della scelta, governare i conflitti
sociali senza delegare o nascondersi dietro automatismi.
In questo senso, Craxi
rifiutò l’idea di uno Stato debole, subalterno, costretto a inseguire emergenze
o pressioni esterne.
Difese l’autonomia del
governo e del Parlamento come luoghi della decisione democratica.
Ma è soprattutto sul
piano internazionale che l’autonomismo di Craxi assume un valore simbolico e
duraturo.
L’episodio di Sigonella
non fu un gesto di orgoglio personale, né un atto di ostilità verso un alleato
storico.
Fu un’affermazione netta
di un principio: la sovranità non si sospende, nemmeno in nome dell’amicizia.
Craxi affermò che
l’Italia era un Paese alleato degli Stati Uniti, ma non un Paese subordinato.
Che il diritto
internazionale, la giurisdizione nazionale e la dignità dello Stato venivano
prima di qualsiasi rapporto di forza.
In quel momento, l’Italia
non si isolò: si riconobbe.
E nel riconoscersi, si
fece rispettare.
Questo è il cuore
dell’autonomismo craxiano: alleanze sì, ma tra eguali; integrazione sì, ma
senza rinuncia alla sovranità; cooperazione sì, ma senza annullamento
dell’identità statale.
Oggi, in un mondo segnato
da nuove dipendenze economiche, finanziarie, tecnologiche, quell’insegnamento è
più attuale che mai.
Uno Stato che rinuncia
alla propria autonomia decisionale non diventa più moderno o più europeo:
diventa irrilevante.
Craxi ci ricorda che
l’identità di uno Stato non è nostalgia del passato, ma condizione del futuro.
Solo uno Stato che sa chi
è, può scegliere con chi stare, come cooperare e fino a che punto cedere
competenze.
Difendere l’autonomia
dello Stato significa difendere la democrazia, la responsabilità politica e la
dignità nazionale.
Ed è questa, al di là
delle polemiche e delle vicende personali, la lezione più profonda che
l’autonomismo di Craxi consegna ancora oggi alla Repubblica.
Avv. Nicola Russo
Coordinatore Comitato
Cittadino TARAS FUTURA

