<<Il più sicuro ma più difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione>> lo scriveva in tempi non sospetti, in pieno Settecento, l’illuminista Cesare Beccaria, autore Dei delitti e delle pene, pietra miliare del pensiero moderno, che a un certo punto divenne anche libro proibito dalla Chiesa. Purtroppo da allora, in Italia e nel mondo, seppure per motivi diversi, il tema delle carceri e della detenzione – così come quello della condanna dei delitti (per i quali in troppi paesi esiste ancora la pena capitale) – rimane controverso. A fare chiarezza, a tentare di ristabilire gli equilibri e sottolineare le storture, con sensibilità e rispetto del dolore di tanti, arriva il libro della giornalista e conduttrice Francesca Ghezzani Il silenzio dentro, edito da Swanbook, esempio mirabile di narrativa d’inchiesta nella consapevolezza che talvolta “raccontare diventa un atto di giustizia”.
Hai scelto o sentito di occuparti di un tema che divide, tra risentimento e compassione. Immagino che ci avrai molto riflettuto prima di metterti al lavoro… cosa ti lasciava perplessa?
Sì, senza dubbio. Il “carcere” è un tema divisivo e porta l’opinione pubblica a schierarsi tra buonisti e coloro che butterebbero la chiave senza prima aver approfondito a sufficienza. A questo si aggiunge la propria appartenenza politica, con la tendenza a puntare il dito contro i partiti avversari, senza considerare che la questione è ben più antica di qualsiasi parte si trovi in un dato momento al governo. Ecco, io volevo superare tutto ciò, non giustificare né condannare, semplicemente raccontare, e per farlo senza essere fraintesa ho dovuto soppesare ogni singola parola.
Certe cronache e la pessima tv che si avvitano sui casi di nera più efferati, con dettagli morbosi, non aiutano alla comprensione, credo, ma alimentano solo il voyeurismo del pubblico. I libri, il tuo in particolare, ritieni possano indurre riflessioni più ponderate, meno emotive?
Mi auguro proprio di sì, altrimenti vorrebbe dire che mi sono assuefatta alla solita narrazione. I media spesso raccontano il carcere in modo sensazionalistico, privilegiando violenza e degrado e rafforzando stereotipi. Attraverso questo libro ho voluto un racconto più equilibrato, che includa anche storie di riabilitazione e soluzioni, sperando in un dibattito costruttivo e in un cambiamento reale.
Per te la narrazione è stata un’esperienza diversa da quella televisiva e giornalistica?
Molto diversa. Ho cercato di mettere in pratica un giornalismo che possa essere uno strumento di advocacy. Mi spiego meglio utilizzando le parole del professor Ruben Razzante rilasciatemi nella sua intervista:presentando dati, ricerche e studi comparativi con altri paesi, i giornalisti possono spingere le istituzioni a riflettere su modelli alternativi e riforme legislative che favoriscano il recupero e la rieducazione dei detenuti piuttosto che una mera logica punitiva.
In questi mesi abbiamo spesso letto le lettere dal carcere dell’ex sindaco, personaggio assai controverso, Gianni Alemanno. Che reazioni ti hanno suscitato?
Personalmente ho ritrovato parecchie assonanze con le testimonianze raccolte nel libro. Essendo un personaggio pubblico e con uno staff intorno, è per lui più facile farsi portavoce di chi spesso voce non ha.
Vedere o sentire le persone dietro i criminali: me ne ha sempre parlato l’amica e collega Franca Leosini che ha ideato e condotto per anni le sue Storie maledette per Rai3. Per te è stata un riferimento?
Lo è sempre stata, da molto tempo prima che pensassi alla genesi di quest’opera.
I tuoi altri punti cardinali per questo tipo di lavoro?
Oltre al sistema penitenziario dentro e fuori, il carcere nei media e nella società e quello che produce valore di mercato, l’istruzione come “via di fuga” e storie di rinascita.
Quali sono stati i momenti più difficili nell’ascolto di questi singolari interlocutori?
Li ho incontrati quando alcune testimonianze mi hanno fatto correre un brivido lungo la schiena o venire le lacrime agli occhi.
Mi puoi dire se ti è successo di non riuscire a inserire un caso o una storia particolarmente critici, violenti, divisivi?
No, il libro riporta fedelmente quanto mi è stato raccontato, per rispetto degli intervistati e delle intervistate, di chi legge e mio.



