Al Grand Théâtre de Luxembourg un Orlando sensuale e luminoso, nonostante una regia controversa

Orlando (Katarina Bradić) et Angelica (Siobhan Stagg) - Orlando - Théâtre du Châtelet © Thomas Amouroux

di Giovanni Chiaramonte - La serata dedicata a Orlando di Händel al Grand Théâtre di Lussemburgo ha avuto il sapore di un ritorno alle sorgenti dell’opera barocca, grazie alla direzione musicale di Christophe Rousset, capace come pochi di far emergere la vitalità, la tensione interiore e la finezza coloristica della partitura. Sin dalle prime battute, Rousset ha modellato l’orchestra con una cura quasi scultorea: i contrasti dinamici erano netti ma mai bruschi, le linee degli archi si intrecciavano con una morbidezza luminosa, e i fiati, impeccabili, aggiungevano un calore narrativo che rendeva ogni aria un piccolo dramma autonomo. La sua lettura è stata elegante, tersa, profondamente respirata: un Händel che pulsa, che seduce, che non concede nulla alla routine.

Un momento particolarmente felice, quasi rivelatore, è stato il trio erotico, risolto con una libertà espressiva che ha reso palpabile la sensualità sempre presente ma spesso sotterranea nella musica di Händel. Qui la direzione di Rousset e l’intesa dei cantanti hanno trovato un equilibrio raro: la scrittura vocale si è fatta morbida, insinuante, perfino carnale, senza mai perdere il rigore stilistico; le frasi sembravano sfiorarsi, cercarsi, avvolgersi in un gioco di desiderio che la regia, in quel preciso istante, ha accompagnato con una discrezione quasi pudica, lasciando alla sola musica il compito di far vibrare l’erotismo barocco. È stato uno dei vertici emotivi della serata, un passaggio che illuminava l’opera dall’interno e che, non a caso, ha avuto un impatto molto forte sul pubblico.

L’aspetto più discusso resta comunque la regia di Jeanne Desoubeaux. La sua proposta nasceva da un’intuizione interessante: sottrarre Orlando alla retorica eroica tradizionale per trasformarlo in un racconto psicologico più astratto. Tuttavia, ciò che sulla carta appariva promettente in scena ha restituito impressioni contrastanti. L’impianto visivo oscillava fra minimalismo e simbolismo senza trovare un vero punto di stabilità; alcuni gesti scenici sembravano voler sovrascrivere la drammaturgia musicale invece di interrogarla; e il percorso emotivo del protagonista, anziché chiarirsi, a tratti si dissolveva in un’indeterminatezza difficilmente leggibile.

Non mancavano momenti di grande forza: alcuni tableaux statici avevano un’intensità quasi iconica, e certi passaggi intimi fra i personaggi rivelavano un’attenzione reale alla fragilità e all’esposizione emotiva. Ma la qualità non era uniforme. L’elemento fantastico, essenziale in Orlando, risultava attenuato, come se la regia preferisse evitare qualsiasi slancio immaginifico troppo deciso. Il risultato era un percorso scenico intellettualmente stimolante ma non sempre coerente, in cui la volontà di reinterpretare il testo non riusciva sempre a tradursi in una visione convincente.

Il confronto con la parte musicale – di una compattezza, una brillantezza e una profondità esemplari – ha accentuato ulteriormente la differenza fra i due livelli. La musica trascinava, la regia sollevava questioni senza sempre offrirne la sintesi.

In definitiva, una serata memorabile dal punto di vista sonoro, dominata dalla finezza e dall’intensità interpretativa di Christophe Rousset, e illuminata da un trio erotico che ha rivelato con sorprendente chiarezza la sensualità dell’universo händeliano. Una messa in scena concettualmente interessante ma irregolare, che divide e forse inevitabilmente doveva farlo. Una produzione viva, discussa, ma resa indimenticabile dall’alta qualità della parte musicale.
Orlando - Théâtre du Châtelet © Thomas Amouroux

Orlando de Haendel au Grand Théâtre de Luxembourg : triomphe musical, mise en scène discutée 

par Giovanni Chiaramonte -
La soirée consacrée à Orlando de Haendel au Grand Théâtre de Luxembourg avait le goût d’un retour aux sources de l’opéra baroque, portée par la direction musicale de Christophe Rousset, capable comme peu d’autres de faire surgir la vitalité, la tension intérieure et le raffinement coloristique de la partition. Dès les premières mesures, Rousset a façonné l’orchestre avec une précision presque sculpturale : les contrastes dynamiques étaient nets sans être abrupts, les lignes des cordes se mêlaient avec une douceur lumineuse, et les vents, impeccables, apportaient une chaleur narrative qui transformait chaque air en petit drame autonome. Sa lecture était élégante, claire, respirée de bout en bout : un Haendel vibrant, séduisant, jamais routinier.

Un moment particulièrement réussi – presque révélateur – fut le trio érotique, interprété avec une liberté expressive qui rendait enfin palpable la sensualité latente de la musique de Haendel. Ici, la direction de Rousset et l’entente des chanteurs ont trouvé un équilibre rare : l’écriture vocale se faisait souple, insinuante, parfois charnelle, sans renoncer à la rigueur du style. Les phrases semblaient se frôler, se chercher, s’enlacer dans un jeu de désir que la mise en scène accompagnait alors avec une pudeur discrète, laissant à la seule musique le soin de faire vibrer l’érotisme baroque. Ce fut l’un des sommets émotionnels de la soirée, un passage qui éclairait l’œuvre de l’intérieur et qui a profondément marqué le public.

L’aspect le plus débattu reste toutefois la mise en scène de Jeanne Desoubeaux. Son intention de départ était stimulante : libérer Orlando de sa rhétorique héroïque traditionnelle pour en faire un récit psychologique plus abstrait, plus contemporain. Mais ce qui semblait prometteur sur le papier s’est révélé plus inégal en scène. L’esthétique oscillait entre minimalisme et symbolisme sans trouver une véritable stabilité ; certains gestes scéniques paraissaient vouloir surplomber la dramaturgie musicale plutôt que dialoguer avec elle ; et le parcours émotionnel du protagoniste, au lieu de s’affirmer, se dissolvait parfois dans une indétermination difficile à lire.

Il y avait pourtant de beaux moments : quelques tableaux statiques possédaient une intensité quasi iconique, et certains échanges intimes entre les personnages révélaient une réelle attention portée à la fragilité et à l’exposition émotionnelle. Mais cette qualité n’était pas constante. L’élément merveilleux, essentiel dans Orlando, apparaissait atténué, comme si la mise en scène hésitait à assumer pleinement la dimension fantastique du livret. Le résultat final donnait une impression intellectuellement stimulante, mais inégale, où la volonté de réinterpréter le texte ne trouvait pas toujours sa cohérence.

La comparaison avec la partie musicale – d’une intensité et d’une solidité remarquables – a rendu ces contrastes encore plus visibles. La musique emportait, la mise en scène interrogeait sans toujours convaincre.

En définitive, une soirée mémorable sur le plan sonore, dominée par la finesse et la profondeur interprétative de Christophe Rousset, illuminée par un trio érotique qui révélait avec éclat la sensualité haendélienne. Une mise en scène conceptuellement intéressante mais irrégulière, destinée à diviser. Une production vivante, discutée, mais rendue inoubliable par la qualité musicale.

Fattitaliani

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