giovedì 19 novembre 2020

Netflix, Sophia Loren in "La vita davanti a sé". La recensione

Due vite, due caratteri, due destini simili seppur agli antipodi per età si incontrano  e come sempre succede prima si detestano poi finiscono per amarsi. La vita davanti a sé è una storia incentrata su un affetto filiale che si instaura tra una vecchia prostituta di origine ebrea, deportata da piccola nel campo di Auschwitz, interpretata da Sophia Loren e un piccolo ragazzo di colore che ha perso tragicamente la madre e vive presso una Casa famiglia con l’aiuto di un vecchio medico che per necessità si vede costretto a lasciarlo per un po’ a Madame Rose, la Loren appunto, che nella sua grande casa accoglie oggi tanti ragazzi emarginati. 

Il piccolo Momo inizialmente fa fatica a socializzare, a lasciarsi andare, ma alla fine, impietosito dalle precarie condizioni di salute di Madame Rose, si avvicina a lei e anche lei, dal carattere duro, si lascia andare... ed è commovente vedere questo incontro scontro che culmina in un gesto d’amore e riconoscenza verso la fine del film quando il ragazzino regala a Madame Rose la libertà di vivere gli ultimi suoi istanti di vita, lontano dalla costrizione dell’ospedale ove era curata. E anche Madame Rose ricambia, regalando al piccolo Momo la decisione di crescere in modo sano, guardando avanti a sé. 


Il film diretto da Edoardo Ponti, figlio della Loren, ha una trama semplice, forse molto risolutiva, senza troppi intrecci che possono coinvolgere, per cui ciò che salva il film è l’intensità di una grande attrice come Sophia Loren, una donna dallo sguardo triste, di chi ha conosciuto il bello e il brutto della vita e che sa portarlo sulle scene. Non sarà forse uno dei suoi film memorabili ma colpisce al cuore. Convincente l’interpretazione di Momo. 

Armando Fusco (Army)