mercoledì 4 novembre 2020

Fabio Mazzari, regista, attore e doppiatore. L'intervista: la mia passione nasce grazie ai racconti di mio padre

«La mia passione per il cinema, e in seguito per il teatro, nasce nell’adolescenza, quando, dopo cena, ascoltavo i racconti di mio padre. Mio padre era un dirigente di banca, ma aveva alle spalle una giovinezza da pittore, e aveva conservato il gusto e la passione per l’arte e lo spettacolo. E inoltre era bravissimo a raccontare.» Fabio Mazzari - di Andrea Giostra

“Soffio o uragano”, recita Fabio Mazzari, musiche di Michelangelo Mazzari, Testi di Paolo Mosca:

https://youtu.be/gk9ODWD5gN8

Ciao Fabio, benvenuto e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori? Chi è Fabio artista-della settima arte e Fabio uomo della vita quotidiana?

Grazie a voi, amici, per l’invito. Che dire? Sono un uomo di più di 70 anni che, giunto a questo punto della vita, è portato inevitabilmente a fare un bilancio. Ebbene, come disse Neruda alla polizia cilena che lo interrogava, “confesso che ho vissuto”. E dovrei aggiungere, in famiglia. Sì perché, a differenza probabilmente di molti attori, la parte più significativa della mia vita l’ho trascorsa accanto a mia moglie Silvia, per ben 55 anni (!) e, per un certo periodo, con nostro figlio Michelangelo, che poi ha incontrato la musica ed è andato via con lei. Ora, che mia moglie sia mancata da poco, e che io l’abbia assistita invano fino all’ultimo, mi costringe ad affrontare il vuoto che si è aperto improvvisamente davanti a me. Ma questo mi aiuta anche a ritrovare tutto ciò che mia moglie mi ha donato e trasmesso, e che io spero di avere, almeno in qualche modo, assorbito. Silvia mi ha insegnato la tenerezza, la dolcezza, il rispetto del prossimo, l’amore per la vita, un certo stile (che non so se ho imparato...) e soprattutto mi ha insegnato a sorridere. Il che, per un carattere malinconico come il mio, non è cosa da poco. Quindi, cari amici, io oggi sono questo. Un uomo di una certa età, un vecchio ragazzo che si guarda indietro e cerca di dare un valore ai giorni che ha attraversato, ai momenti luminosi e a quelli bui, alle battaglie vinte e alle tante perse. E soprattutto che cerca di ringraziare la vita per i doni che ha ricevuto, tanti, che si riassumono in una parola sola. In un nome. Silvia, mia moglie. Come “artista” (spero di meritare questa definizione) della settima arte, beh, mi ritengo un eterno principiante, uno che cerca continuamente di imparare, che prova a adattarsi in fretta all’immagine (il film) dentro cui è finito. E, per farlo, ogni volta ricorro all’unico sapere che ho accumulato negli anni, cioè la mia memoria di spettatore. Cercando di ricordare le prestazioni e le performances dei grandi attori che ho ammirato, e sforzandomi, non dico di riprodurle, ma quanto meno di farmi ispirare da loro.

Hai girato e prodotto diversi film e serie televisive di grande successo. Ci parli di queste opere? Quali sono, come nascono, di cosa parlano, quale il messaggio che hai voluto lanciare ai tuoi spettatori?

Nella mia lunga (biograficamente) carriera ho fatto soprattutto teatro, sia come attore che come regista, ma ho interpretato anche qualche film e una serie televisiva che mi ha dato una certa visibilità. Parlo naturalmente di VIVERE che, con il personaggio di Alfio Gherardi, l’industriale dal volto umano, mi ha fatto entrare nelle case degli italiani e mi ha reso una figura familiare e direi quasi intima a tutti loro. Di questa fiction, delle sue caratteristiche e delle sue finalità posso quindi parlare solo come attore. E posso dire che VIVERE ha avuto il merito di prendere il glamour americano, alla Beautiful (infatti venne presentata come “la Beautiful italiana”...), un glam fatto di lusso e fascino, e di coniugarlo con il realismo quotidiano, minimalista della classica soap italiana (“Un posto al sole”). Il grande, enorme successo di VIVERE, che all’epoca fu un fenomeno paragonabile solo ai momenti leggendari della TV italiana, credo che fosse dovuto proprio a questo. Al fatto cioè di raccontare, per prima, storie e vicende ricche di elementi sentimentali, passionali, a volte anche esasperati, magari, mixandole con gli aspetti invece più riconoscibili della realtà italiana. Con tutti i possibili risvolti sociali ed economici che ne derivavano: il lavoro, l’occupazione, la carriera, l’azienda, l’incertezza per il futuro, etc... Gli spettatori (6 milioni!) si riconoscevano in queste trame, vi si identificavano e vi si calavano totalmente. Fino quasi a confondere la realtà con la fiction e a considerare i protagonisti delle storie, quindi gli attori, come persone autentiche, appartenenti alla propria vita reale. Purtroppo poi, per scelte manageriali, VIVERE subì una serie di decisioni aziendali a senso unico, che la penalizzarono molto, fino a determinarne la chiusura. Mediaset, peraltro, a differenza che in altri casi, non fece nulla per contrastare o almeno ritardare una simile conclusione. Ma VIVERE è rimasta (ancora dopo 12 anni) nel cuore di milioni persone, come dimostrano le tante, tantissime testimonianze sui social. E, soprattutto, la presenza di un gruppo di incontro su Facebook, fondato e diretto con grande energia e amore da Mattia Cattaneo, che si chiama, significativamente, “Rivogliamo VIVERE”. Per quanto riguarda i film cui ho partecipato, che non sono tantissimi per la verità, vorrei ricordare la bella esperienza con il regista Pino Passalacqua (anche lui, ahimè, mancato) che conobbi sul set di un prequel di “Antonio sarti brigadiere”, dove io interpretavo un giovane (allora…) ladro bolognese, tutto riccioluto, un po’ pasoliniano. Pino in seguito mi fece poi fare il protagonista di “Reno per attacco, Elba per rinvio”, per la RAI. Una storia vera della Seconda Guerra Mondiale, in cui io ero un pilota tedesco, catturato dai belgi. Poi ricordo “La roeuda la gira” che girai per la Televisione della Svizzera Italiana, con la regia di Vittorio Barino, dove interpretavo l’avvocato difensore di un imputato innocente, interpretato da Paolo Ferrari. Il suo personaggio era sotto processo per il fallimento di un’azienda cui era legato, non certo per colpa sua. Io, come avvocato difensore, riuscivo a far luce su alcuni aspetti della finanza speculativa (che poi sarebbero diventati tristemente di attualità anni dopo...), sulle pratiche delle multinazionali, sul falso in bilancio, l’evasione fiscale, i fondi neri, etc... E, soprattutto, visto che sul set restavamo accanto per ore, ebbi l’occasione di diventare amico di quel bravissimo, garbato e signorile attore che era Paolo Ferrari. E invece ne “Il processo di Stabio”, sempre per la Televisione della Svizzera Italiana, con la regia di Sergio Genni, io questa volta ero l’imputato, accanto al compianto Lino Troisi. Era una storia di faide politiche nel Ticino di metà Ottocento. Poi vorrei ricordare “A occhi aperti” un film del 1996 di Angelo Ruta, un importante illustratore che, nell’occasione, si era trasformato in sceneggiatore e regista. Era la storia di una mini-troupe della RAI, inviata nella ex-Jugoslavia, per un servizio su una presunta apparizione della Madonna, che però poi si rivelava essere una trappola. Io interpretavo l’operatore, il più anziano della troupe, quello che facevo un po' da guida al gruppo. Anche questa era una storia di grande attualità per quegli anni. Uno sguardo sui fenomeni di fede popolare di massa e sui raggiri di cui i fedeli possono, a volte, essere vittime. Ancora voglio ricordare “Agli uomini piace uccidere” di Pierfrancesco Laghi, storia di un serial killer, a metà fra l’indagine poliziesca e la psicoanalisi. Io interpretavo il ruolo di un medico, la cui paziente era soggetta a fasi depressive e stati confusionali, e io ero l’unica figura, in qualche modo paterna, che riusciva a tranquillizzarla e a curarla. Infine il docu-film “Andrea Doria. Are the passengers saved?” di Luca Guardabascio, sul naufragio della nave Andrea Doria, ammiraglia della flotta italiana, avvenuto nel 1956. Il film, prodotto da una delle sopravvissute, Pierette Simpson, che all’epoca del fatto aveva nove anni, e, a dispetto del nome, era originaria del Canavese, si componeva di un mix di fiction, brani di cinegiornali e interviste ai superstiti, ormai tutti anziani. L’intenzione dichiarata di Pierette era quella di far luce sulle vere cause del naufragio, attribuibili per intero alla nave svedese Stockolm, che speronò colpevolmente la nave italiana. E soprattutto quello di restituire dignità e verità alla figura di Piero Calamai, il capitano del Doria, che si prodigò in tutti modi per evitare l’impatto con la nave svedese, e che fece l’impossibile per salvare la vita di migliaia di persone. Solo l’intervento dei suoi ufficiali impedì poi al capitano italiano di affondare assieme alla nave. Calamai fu poi oggetto di un’indegna campagna diffamatoria da parte della stampa svedese (che vergognosamente copri le responsabilità della Stockolm ). Al processo, finì per essere condannato e non si riprese mai più. Pochi anni dopo morì. Ebbene io interpretavo proprio il capitano Calamai, in un monologo recitato davanti alla macchina da presa, a tu per tu con lo spettatore. Una specie di confessione e di autodifesa, una confidenza fatta ai posteri, con tutta la sincerità e il dolore che quel fiero genovese si era tenuto dentro fino alla fine. L’effetto emotivo era molto forte, tanto che quel ruolo mi valse un premio al Festival di Salerno.

Quali sono i premi e i riconoscimenti che ha ricevuto per le tue opere che ami ricordare?

Io, a differenza di molti miei colleghi più titolati di me, che hanno, giustamente e meritatamente, fatto collezione di premi, non ho un palmarès importante. Posso però ricordare un “premio Pipolo”, che mi fu consegnato da Stefano Jurgens, per il mio ruolo di Alfio Gherardi in VIVERE, e che mi ha molto gratificato. Il premio “Walter Chiari” che mi fu consegnato a Cervia, come attore dell’anno, nel 2002. Il premio Marsica che mi assegnò Brunetto Fantauzzi, che prevedeva la lettura di alcune poesie e mi permise, in quell’occasione, di conoscere il compianto Paolo Mosca. E poi un premio, a cui sono particolarmente legato, è quello che ho citato prima ed è la targa come migliore attore al Festival di Salerno, per il ruolo del capitano Calamai, nel docu-film di Luca Guardabascio. E poi, naturalmente, i Telegatti che noi tutti di VIVERE abbiamo vinto per tre anni di seguito.

Come e quando nasce la tua passione per la settima arte?

La passione per il cinema, e in seguito per il teatro, nasce nell’adolescenza, quando, dopo cena, ascoltavo i racconti di mio padre. Mio padre era un dirigente di banca, ma aveva alle spalle una giovinezza da pittore, e aveva conservato il gusto e la passione per l’arte e lo spettacolo. E inoltre era bravissimo a raccontare. Così, nelle sere degli anni ‘50, quando non c’era neppure la televisione, al massimo la radio, io mi incantavo ascoltando mio padre mentre mi parlava del cinema francese, di film come “Le jour se lève ( Alba tragica )”, “Pepe le moko”, “La grande illusione”, “Les enfants du paradis”, di attori come Jean Gabin, Pierre Brasseur, Louis Jouvet, etc…. Ma ancora di più mi affascinava il racconto, quasi una riproduzione reale, di due film del grande maestro Akira Kurosawa e del suo interprete preferito Toshiro Mifune: “I sette samurai” e, soprattutto, il capolavoro “Rashomon”, meraviglioso e misterioso intrigo di verità, apparenza e soggettività, che si sviluppava attorno a un delitto consumato in un bosco quasi astratto, fiabesco, molto giapponese. E da lì poi, parlando della relatività delle opinioni e delle certezze, passava al teatro di Pirandello, e io rimanevo incantato ad ascoltare lo svolgersi sul palcoscenico dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, l’apparire di quelle figure affascinanti, sfuggenti e insieme realissime: il padre, la figliastra, il capocomico, etc... E mi si apriva davanti, come un sipario, l’immagine del teatro e il suo mondo fatto di luci ed ombre, di finzioni e verità, di quinte e ribalta, di stanchezza e entusiasmo. Direi che è cominciato tutto da lì, dalle serate ad ascoltare mio padre.

Qual è il percorso formativo ed esperienziale che hai maturato e che ti ha portare ad acquisire le competenze per realizzare le tue opere e per svolgere con successo la tua professione?

Il mio cammino nel mondo dello spettacolo è cominciato ai tempi della scuola, quando massima aspirazione di tutti noi studenti un po’ esibizionisti, era far parte della compagnia teatrale del liceo Galvani di Bologna. E io ci riuscii per il rotto della cuffia, ottenendo una particina in uno spettacolo tratto da Pirandello e Brecht. Credevo che tutte le ragazze del liceo, le più belle e desiderate di Bologna, mi avrebbero poi quanto meno chiesto l’autografo. Invece non mi filavano neanche di striscio, ma, per capirci, volevo usare un altro termine, più appropriato. Poi la mia avventura è proseguita all’università, alla facoltà di Lettere, con il CUT (Centro Teatrale Universitario) di Bologna. E, in quegli anni (1968) ebbi un’esperienza radicale, quasi traumatica, per ciò che significò in termini di sorpresa, rivelazione e scoperta di nuovi terreni di linguaggio e conoscenza. Fui inviato a rappresentare il CUT di Bologna al Festival del Teatro Universitario di Parma, di cui ignoravo completamente l’esistenza e che, scoprii, riuniva le esperienze più avanzate e innovative del teatro europeo, oltre che italiano. In quegli anni dominavano la scena (è il caso di dirlo) il mito culturale di Artaud, e il suo il teatro della crudeltà. Crudeltà non significava violenza, ma chiarezza, rivelazione del profondo, del rimosso, tutto ciò che giace nell’io nascosto di ciascuno di noi. Sia dell’attore, che dello spettatore. Quindi recitazione non più affidata al testo, alla parola ben detta, al portamento scenico, ma al corpo denudato, al gesto selvaggio, al grido emozionale, primitivo, istintuale. L’effetto era sconvolgente, anche se poi si rivelò una moda, come tante di quegli anni, e rimane legata soprattutto alla grande esperienza del Living Theatre. Ma un ricordo indelebile mi è rimasto, e fu per me un input a proseguire con il teatro, anche se lungo strade diverse. Una sera assistetti a uno spettacolo di una forza gestuale ed estetica impressionante, ad opera del CUT di Bari. Si chiamava “Giulietta, Romeo e la peste”, ed era una rielaborazione del testo shakespeariano, in chiave artaudiana ovviamente. La peste, secondo lo stesso Artaud, era il disagio, l’inquietudine, la febbre in cui doveva agitarsi lo spettatore, a contatto con un simile teatro- rivelazione. E doveva nascere, per prima, negli attori. Infatti lo spettacolo era tutto interpretato in questa chiave: tensione, grido, spasmo, lacerazione psicologica. Ebbene, il regista e demiurgo di un simile spettacolo shocking era un giovanotto alto e prestante, che mostrava grande cultura e capacità dialettica. Mi impressionò al punto che, per tutto il festival, non feci altro che porgli domande, alle quali lui peraltro gentilmente rispondeva. Quel giovanotto, un po’ dandy, si chiamava Michele Mirabella. Sì, proprio lui, il futuro conduttore di Elisir. La vita è una sorpresa continua. Poi mi unii a una compagnia appena formata, mi trasferii a Torino, dove conobbi Silvia, che sarebbe diventata la mia futura moglie, e cominciai facendo l’aiuto regista. Alla vigilia del debutto uno degli attori si infortunò e l’unico che potesse sostituirlo al volo ero io, in quanto aiuto regista. Non me la cavai male, anzi, e così cominciai il mio cammino di attore. Che si è poi allungato negli anni, sotto la direzione di alcuni fra i più importanti registi teatrali del tempo, Strehler, Cobelli, Maiello, Shammah, Puggelli, dai quali ho imparato molte cose, prima di tutto a stare in scena e a relazionarmi con gli altri. Fondamentale, preziosa è stata poi l’esperienza con Lamberto Puggelli, mancato qualche anno fa, di cui fui aiuto regista (un ritorno alle origini…) e da cui ho imparato tutto quello che poi ho messo in atto quando ho realizzato i miei spettacoli. Lamberto era un regista passionale, generoso, pieno di intuizioni e di energia, un padre-padrone forte ed esigente. Mi insegnò a guidare gli attori, a percorrere un testo dall’interno, a far crescere le emozioni, a usare le luci, etc. E mi diede anche delle salutari lezioni di umiltà, sgridandomi davanti a tutti, quando era necessario (cioè spesso). Altra esperienza indimenticabile è stata quella con Dario Fo, durata due anni, nello spettacolo “Clacson, trombette e pernacchi”. Inutile ricordare la grandezza di Fo, la sua capacità di attore, la sua assoluta genialità nel costruire meccanismi di comicità irresistibile e sempre intelligente. Quando non recitavo, me ne stavo in quinta, guardavo, lo studiavo, e imparavo (spero...). Dario poi una volta mi rese felice, facendomi i complimenti per una mia performance da clown, che era nel suo stile. Grande, indimenticabile gratificazione per me. Un altro periodo importante e costruttivo per la mia formazione professionale è stato quello che ho trascorso a Lugano con il Teatro “La Maschera”, diretto da Alberto Canetta. Sotto la sua guida ho cominciato a interpretare alcuni protagonisti di grandi classici, come Shakespeare e Céchov. In particolare ricordo un adattamento de “Il processo” di Kafka, dove io interpretavo tutte le figure che, a turno, perseguitavano il protagonista Joseph K. Dal commissario al magistrato, dal custode al giudice, dal pittore al prete finale. Un critico, a cui piacque la mia interpretazione, scrisse “sei personaggi in cerca di attore”. Cioè io. Gli spettacoli del teatro “La Maschera” non si svolgevano su un palcoscenico, ma in una sala a pianta centrale, con il pubblico attorno, a contatto diretto con gli attori. Ed è stato questo il modello su cui, anni dopo, ho impostato il mio spazio milanese di “Zazie” (il nome l’aveva trovato mia moglie). Zazie era una grande stanza, con una colonna centrale (inamovibile, ahimè…) e quindi io ero costretto a muovere di continuo gli attori, perché l’azione fosse visibile a tutti, come in un film. Si creava così una sorta di vicinanza, di intimità con il pubblico, che arricchiva il testo di emozionalità sempre nuove, impreviste e sorprendenti (vidi molte persone piangere durante “Le notti bianche”, o “Barleby” o anche “Zio Vania”). Un effetto che, a detta degli stessi spettatori, non si verificava in nessun altro teatro milanese. Forse proprio perché Zazie non era un vero teatro. Era un luogo. Come dicevano gli spettatori, sempre loro, era “un luogo del cuore”. In quegli stessi anni si realizzavano ancora gli sceneggiati radiofonici, alcuni bellissimi, quasi degli autentici film, e io cominciai a interpretarne molti, sia per la Rai che per la RSI (Radio Svizzera Italiana), con ruoli importanti. Ricordo in particolare “Tom Jones”, dove io ero Tom e “I fratelli Karamàzov” dove interpretavo Dimitri, il ruolo che in televisione era stato di Corrado Pani. Il lungo tirocinio con la radio, mezzo ricchissimo di possibilità, mi fece prendere confidenza con il microfono, che, all’inizio invece mi terrorizzava. E questo mi servì, anni dopo, per affrontare, con un po’ più di esperienza e di tecnica vocale, il doppiaggio. Sul doppiaggio credo che altri abbiano detto e abbiano molto più da dire di me, e quindi non mi soffermo. Dico solo che se si ha la fortuna, o il merito, di doppiare un bravo attore (a me è capitato) beh, il lavoro diventa più facile, perché metà dell’interpretazione te la suggerisce lui, con i ritmi, i tempi e le intonazione giuste. E siamo così arrivati al periodo finale del mio percorso. Di Zazie e delle mie regìe teatrali ho già detto, furono una bellissima esperienza con gli attori e anche con il pubblico, e rimane per me un ricordo prezioso. Resta da dire di VIVERE, per la quale feci il provino quasi per caso, e già questo meriterebbe un racconto a parte. Ma, dato che la domanda riguarda la mia formazione professionale nei suoi aspetti, posso solo dire che tutto quello che avevo appreso e maturato negli anni, e che, per forza di cose, avevo sempre espresso a un numero limitato di persone (con l’eccezione degli spettacoli di Dario Fo), di colpo mi trovai a comunicarlo a milioni di spettatori. E mi resi conto che davanti alla telecamera non puoi bluffare, sei nudo, non ti puoi nascondere e capii che la cosa più importante non era la tecnica, la preparazione, il mestiere, la voce, i toni. Ma erano la verità, la sensibilità, la commozione, la capacità di emozionarsi e di emozionare. Il cuore, ancora una volta.

«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). È proprio così secondo te? Cosa significa oggi leggere un buon libro, un buon romanzo? Quali orizzonti apre ad un regista, nell’era dell’Homo Technologicus, la lettura di buoni libri?

Un buon libro. Certo non è facile intendersi sul concetto di “buono”, come d’altronde lo è per tutte le espressioni artistiche. Oscar Wilde diceva che esistono solo libri scritti bene e libri scritti male. E forse potrebbe bastare. In effetti, confesso che se un libro, dalle prime righe, comincia a mostrare una certa retorica, riflessioni banali, scontate, un andamento narrativo prevedibile, un ritmo lento, scolastico, o magari pretenzioso, compiaciuto, beh, lo chiudo immediatamente (mi succede spesso). Tolstoj, dal canto suo, diceva che “la scrittura è un mezzo di comunicazione che riunisce gli uomini, accomunando le sensazioni. Ed è necessario alla vita ed al progresso verso il bene del singolo uomo e dell’umanità”. Ecco, seguendo Tolstoj, potrei allora dire che, se leggendolo proviamo tutti (tutti) le stesse emozioni, gli stessi sentimenti di fiducia, speranza, amore, oppure di malinconia, dolore, delusione, ma anche le stesse reazioni di rabbia, ribellione, combattività e magari, non so, di coraggio, fiducia in noi stessi e nell’umanità, beh allora forse si può dire che quel libro è buono. Comunque, per quanto mi riguarda, direi che per me un buon libro è quello che già mi chiama, non ancora aperto, dagli scaffali di una libreria. E, una volta iniziato, promette di farmi rivelazioni, di prepararmi sorprese, di crearmi uno stato continuo di attesa, promette di indicarmi nuovi percorsi di conoscenza, intuizioni, prospettive... E che, per usare, la celebre definizione di Calvino a proposito dei classici, “non finisce mai di dire quello che ha da dire”. Le suggestioni filmiche, a mio parere, ci sono sempre nella lettura di un libro. Credo sia inevitabile che gli occhi dell’immaginario sostituiscano quelli dello sguardo, la visione della mente è la capacità più ricca ed estesa che abbiamo. E anche appagante. E, scorrendo un libro, credo sia impossibile sottrarsi alla suggestione di entrare in un’altra dimensione, di visualizzare quanto stiamo leggendo, di dargli forma, volto, colore, luci, anche suono e rumore. Insomma di creare “in progress” il nostro personale film, che ha come soggetto e sceneggiatura le pagine che sfogliamo e, come regia, il nostro naturale, infantile impulso illustrativo. Infine, nell’epoca del dominio del web, dei network, dei social, della connessione globale, della personal TV e quant’altro, le nostre pupille immagazzinano ogni giorno un’enormità di sollecitazioni. Migliaia, forse milioni, di immagini, di input ottici, di narrazioni visive rapide, veloci, compulsive, che si depositano in noi, anche se non ce accorgiamo. Credo quindi che il nostro inconscio ormai sia portato a vedere (e pensare) la realtà secondo forme e modalità quasi “cinematografiche”, quelle che ci vengono incontro ogni giorno, sempre più aggiornate nello stile e nel linguaggio. A me però, forse per una questione generazionale, quando leggo un libro, viene ancora naturale proiettare davanti a me qualcosa che assomigli ad un grande film classico, come quelli di una volta. Lenti, maestosi, ricchi di scenari e panorami, con grandi attori e musiche sognanti. Un filmone insomma. Il mio immaginario visivo è tradizionalista.

«Tutti i film che ho realizzato sono partiti dalla lettura di un libro. I libri che ho trasformato in film avevano quasi sempre un aspetto che a una prima lettura mi portava a domandarmi: “È una storia fantastica; ma se ne potrà fare un film?” Ho sempre dei sospetti quando un libro sembra prestarsi troppo bene alla trasposizione cinematografica. Di solito significa che è troppo simile ad altre storie già raccontate e la mente salta troppo presto alle conclusioni, capendo subito come lo si potrebbe trasformare in film. La cosa più difficile per me è trovare la storia. È molto più difficile che trovare i finanziamenti, scrivere il copione, girare il film, montarlo e così via. Mi ci sono voluti cinque anni per ciascuno degli ultimi tre film perché è difficilissimo trovare qualcosa che secondo me valga la pena di realizzare. (…) Le buone storie adatte a essere trasformate in un film sono talmente rare che l’argomento è secondario. Mi sono semplicemente messo a leggere di tutto. Quando cerco una storia leggo per una media di cinque ore al giorno, basandomi sulle segnalazioni delle riviste e anche su lettura casuali.» (tratto da “Candidamente Kubrick”, di Gene Siskel, pubblicato sul Chicago Tribune, 21 giugno 1987). Cosa ne pensi delle parole di Kubrick alla luce della domanda precedente? Tu come fai a trovare belle e interessanti storie da trasformare in film o sceneggiature che possano interessarti come regista o interessare un produttore che poi li finanzi?

Mah, credo che in qualche modo la risposta di prima contenesse già anche questa. La lettura di un libro comporta automaticamente, almeno per chi lavora nello spettacolo, l’input a visualizzarlo, a trasferirlo in immagini. La differenza, in questo caso, è che colui che parla è Kubrick! E scusate se è poco. È naturale che Kubrick leggesse un libro con gli occhi del grande regista. La differenza, di nuovo, è che il suo sguardo era appunto quello di un autore, un grande autore, attento a non percorrere strade già battute, conosciute, previste. Per di più, per un maestro come lui, che praticamente in ogni film si misurava con un genere diverso (l’horror psicologico, il film di guerra, il grande affresco storico, etc.) ogni volta reinventandolo (ad es. quanti “ralenti”, anche molto belli, abbiamo visto al cinema? Da Peckinpah, Leone, etc…, eppure in “Full Metal Jacket” sembrano assolutamente nuovi, lentissimi, inesorabili...). Ecco, se Kubrick era preoccupato di evitare le trappole del racconto scontato, io (se posso permettermi il confronto...) al contrario cerco proprio il racconto sicuro, solido, che faccia subito presa sul pubblico, che garantisca un appeal emotivo, che sviluppi coerentemente l’azione e la faccia correre verso un epilogo. Una qualsiasi catarsi (anche se si tratta di dramma, come sosteneva Aristotele). Insomma, amo percorrere le strade principali, conosciute, radicate, quelle del mito, della tradizione, degli archetipi narrativi. Dal canto suo Borges diceva che noi non facciamo altro che riscrivere sempre lo stesso libro. Da secoli. Ma c’è un’ultima fondamentale differenza con il mito Kubrick. Il maestro diceva che per lui era più difficile trovare una storia, che non i finanziamenti dai produttori. D’altronde non per nulla lui era Kubrick! I produttori (anche se spesso spaventati dai suoi tempi di realizzazione...) gli aprivano volentieri il portafogli. A me invece, e a molti come me, succede esattamente il contrario. Magari la storia ce l’hai, hai gli attori, hai riunito una troupe, hai un bravo direttore della fotografia, delle belle location. Manca solo una cosa. Indovinate quale. Peraltro mi diceva uno sceneggiatore che a Roma gli uffici dei produttori (quelli rimasti) sono intasati da soggetti, sceneggiature, copioni. Quindi, o hai per le mani una storia davvero incredibile (mi chiedo quale possa essere oggi, con la realtà che sembra sempre più copiare la fiction…) oppure, ripeto, hai una storia lineare, garantita, con gli ingredienti giusti, con le reazioni assicurate e una dote soprattutto. Che costi poco.


«Ho sempre detto che i due registi che meritano di essere studiati son Charlie Chaplin e Orson Welles che rappresentano i due approcci più diversi di regia. Charlie Chaplin in modo grezzo e semplice, probabilmente non aveva il minimo interesse per la cinematografia. Si limita a schiaffare l’immagine sullo schermo, e basta: è il contenuto dell’inquadratura che importa. Invece Welles, al proprio meglio, è uno degli stilisti più barocchi nello stile tradizionale del racconto filmico.» (Conversazione con Stanley Kubrick su 2001 di Maurice Rapf, 1969). Tu cosa curi di più in un film, l’immagine o il racconto, l’inquadratura o i dialoghi? Oppure, cosa è importante per te in un film, per rimanere nelle parole di Kubrick?

Umberto Eco diceva che “la forma è il contenuto”. E credo si possa affermare per molti registi, a cominciare appunto da Welles, che Kubrick mette al polo opposto di Chaplin, come a stabilire i due estremi del pianeta cinema. Certo l’ispirazione di Chaplin nasce dal mondo del vaudeville, dello slapstick, del circo, della farse acrobatiche tipiche dell’epoca. Oltre che naturalmente dalla grande cultura ebraica, che gli fornisce il delicato personaggio dello Schlemihl il perseguitato, lo sfortunato, la vittima. Le situazioni in cui si trova coinvolto Charlot, arricchito della poesia crepuscolare del vagabondo, sono quindi talmente forti, talmente cariche di gags, di spunti comici, spesso anche drammatici, che non richiedono alcun intervento formale. Alcun’altra cifra stilistica, al di fuori del puro e semplice quadro, che ti dà la camera fissa. Il contenuto è sufficiente. Qualche decennio più tardi invece, quando il cinema ha già cominciato a raccontare, oltre alla storia, il contesto entro cui la storia si muove, ecco che il regista, soprattutto un genio visionario come Welles, sembra interessarsi ad altro. Più che alla vicenda, Welles guarda alle atmosfere, al clima che si viene creando, alla complessità dei personaggi, a tutto ciò che è sottinteso, oggi si direbbe al retropensiero, etc.. E questo comporta un uso più approfondito, più studiato, più analitico, direi più psicologico, della macchina da presa. Lo stile a quel punto si arricchisce, si dilata, spesso magari si complica, e finisce per prevalere sul contenuto. Ma è una precisa scelta. E lo sarà per i grandi immaginifici del cinema, come il mito (per me) Fellini, Kurosawa, Bunuel, lo stesso Kubrick, Argento, Linch, Burton, Greenway. Per quanto mi riguarda, non perché ami i compromessi, ma io condivido entrambe le “filosofie” e credo che nel cinema di oggi siano entrambe presenti. Voglio dire che il linguaggio filmico (lo specifico, si diceva una volta...) è talmente cresciuto, si è talmente sviluppato, arricchito (non a caso esistono le università di cinema) che ha acquistato ormai una dimensione autonoma. La “ripresa” di un film contiene ormai infinite chiavi per poter realizzare ed esprimere l’idea che sta alla base di una scena. Penso alla gamma di soluzioni che un regista come Scorsese (anche lui come Kubrick ha affrontato generi diversi, ogni volta reinventandoli) ci regala in tutti i suoi film, e ognuna racconta sempre qualcosa di importante. Il dettaglio delle chiavi che cadono in “Fuori orario”, un mazzo di fiori, oppure una folla di uomini che, per il vento, tengono le mani sul cappello in “L’età dell’innocenza”, il ralenti e il bianco e nero dell’inizio di “Toro scatenato”, i flash-back di un film difficile come “Rutter Island”, etc. etc…. Sono davvero tantissimi gli esempi che potrei e dovrei fare per Scorsese. O ancora i primissimi piani (magari subito dopo un campo lungo) di Leone, i dolly panoramici di Bertolucci in “L’ultimo imperatore”), etc... Il finale di “Effetto notte” di Truffaut, con la macchina da presa che inquadra la troupe al lavoro e si alza nel cielo all’infinito, come ad abbandonare per sempre il pianeta del cinema… Per capirci, la famosa corsa in triciclo del bambino nell’hotel di “Shining”, tutta fatta in soggettiva, non avrebbe mai ottenuto lo stesso effetto, la stessa tensione inquietante, spasmodica, se fosse stata girata con la camera ferma (riposizionata ogni volta) e una ripresa fissa. E, per finire, l’interminabile, ininterrotto piano sequenza, tutto girato con la steadicam, in quel capolavoro (secondo me) che è “1917” del grande Sam Mendes. Il regista ci racconta, con questa ardita soluzione tecnica, con un effetto “live” incredibile, tutta la follia, tutto l’orrore assurdo, immotivato, incomprensibile della Grande Guerra. Più di quanto non abbiano fatto tanti altri film, anche molto belli, sullo stesso argomento. Insomma, per quel che mi riguarda, in una scena io mi concentrerei sulla situazione, sulla vicenda, sul preciso momento narrativo. Sapendo che, contemporaneamente, penserei anche alle migliori soluzioni tecniche per realizzarlo. E, a quel punto, non si tratterebbe più di decorazioni formali, puramente stilistiche, ma diverrebbero esse stesse linguaggio. Unirei in questo modo entrambi i due aspetti, quelli che Pasolini attribuiva al cinema, distinguendo fra la prosa (il contenuto) e la poesia (la forma).


«Il cinema lo chiamerei semplicemente vita. Non credo di aver mai avuto una vita al di fuori del cinema; e in qualche modo è stato, lo riconosco, una limitazione.» Bernardo Bertolucci (1941-2018). Qual è la tua posizione da addetto ai lavori, di chi il cinema lo vive come professione ma anche come passione, rispetto a quello che disse Bertolucci? Oltre ad essere un’arte, cos’è il cinema per te?

Condivido le parole di Bernardo (mi permetto di chiamare così un altro dei mie miti). Se avessi avuto la sua storia personale e professionale (magari…) non sentirei il confine fra le due dimensioni. La vita è cinema e viceversa. Nel senso che i pensieri che elabori quotidianamente, le emozioni, i dubbi, le incertezze e anche le intuizioni, gli entusiasmi, tutto, viene visto attraverso l’occhio della cinepresa e lo svolgersi stesso della realtà finisce per diventare automaticamente un racconto per immagini. Un continuo racconto. Un film. Io, ripeto, non ho certo la storia artistica di Bertolucci (magari…) e nemmeno l’avrò mai, ma posso ricorrere alla memoria delle mie regie teatrali. Ebbene, ricordo che lo spettacolo, il testo, l’immagine della scenografia, i volti e le voci degli attori, le parole che dovevano pronunciare, le musiche con cui commentarle, le luci da usare, tutto questo era fisso nella mia mente. Non come un’ossessione, ma come un pensiero amichevole, confortante. Il cinema, poi, che investe un’intera comunità, un mondo di persone al lavoro, un flusso enorme di gesti, azioni, decisioni, scelte, etc.… capisco bene che possa sovrapporsi alla vita stessa e infine sostituirla. Proprio come dice Bernardo Bertolucci. Ora lui, parlando di sé, definisce questa come una limitazione. Io, che del cinema ho esperienza solo come attore, ricordo invece la vita sul set come un’esperienza ricchissima. Certo magari ti toccava aspettare delle ore, in camper o in camerino, ma l’attore questo lo sa (Edoardo de Filippo diceva “vo’ fa’ l’attore?... accattate ‘na seggia…” prenditi una sedia). Ma il lavoro collettivo dei tecnici, degli operatori, del regista, del direttore della fotografia, alle truccatrici (preziosissime!), alle sarte (preziosissime!), fino ai runners, era bellissimo, pieno di vita e di energia. Una tribù, un popolo di persone tutte insieme concentrate sullo stesso obiettivo. La vita vera, per me, era quella. E anche quando tornavo, a sera, dalla mia Silvia, che mi accoglieva con il suo meraviglioso sorriso, beh, confesso, la vita condivisa del set e della troupe un po’ mi mancava.

Chi sono i tuoi modelli, i tuoi registi preferiti, quelli che ami e con i quali ti piacerebbe o ti sarebbe piaciuto lavorare?

I miei modelli. Ovviamente non è una risposta facile, per uno come me che un bel numero di anni alle spalle, molti dei quali passati a vedere film. I nomi sarebbero e sono tanti. Uno su tutti però lo posso fare: Fellini. Magari il grande Federico ogni tanto ha avuto qualche infortunio, qualche caduta, ma sempre da grande maestro. Io ho amato i suoi film dell’inizio “Lo sceicco bianco”, un capolavoro come “I vitelloni”, un altro capolavoro, di cui non si parla, come “Il bidone”. Fino a quello che, a mio parere, è il film più importante della storia del cinema in assoluto, e cioè “La dolce vita”. E poi “Otto e ½”, che mi ha folgorato, e anche i film più onirici, come “Giulietta degli spiriti” o quelli più controversi, anche visionari come “Satyricon”, o “La città delle donne”, fino a quella meraviglia che è “Amarcord”, che racconta l’Italia del fascismo più di tanti saggi storico-politici. E poi come non citare Ingmar Bergman, con la sua altissima ispirazione, la sua tensione morale, la sua tormentata etica protestante. Quando ero ragazzo parlare dei suoi film significava sostenere un esame di cultura generale, di cinema, di religione e anche di sessualità. E due capolavori come “Il settimo sigillo” e “Il posto delle fragole”. Di Kubrick abbiamo parlato ampiamente e non credo di dover aggiungere nulla. Una pietra miliare nella storia del cinema. Un grandissimo per me è stato Roman Polański, soprattutto fino agli anni duemila. “Il coltello nell’acqua” è un film che anticipa molto del cinema futuro. E poi “Per favore non mordermi sul collo”, con un’ironia elegante, raffinatissima, angosciante, come “Cul de sac”. Poi “Repulsion”, “Rosemary’s baby”, “L’inquilino del terzo piano”, veri incubi e horror metropolitani. Il suo “Macbeth” aveva, a mio parere, una grande intuizione: l’ossessione del potere, legata alla giovinezza. A questo punto devo parlare della straordinaria stagione di quella che è stata chiamata “commedia all’italiana”. Un decennio analizzato in decine e decine di volumi, e studiato nelle più importanti università del mondo. Ed è superfluo che io ne parli. Un decennio di cinema direi quasi sociologico, dove le tematiche del neorealismo venivano tradotte nel genere più difficile: la commedia. E che ha prodotto opere e maestri indimenticabili, come Germi, Risi, Pietrangeli, Monicelli. Un patrimonio del cinema italiano e mondiale. Troppi i titoli da citare, ma almeno “Divorzio all’italiana”, “Il sorpasso” (entrato nella storia del cinema), “Io la conoscevo bene”, “I soliti ignoti”, “La grande guerra”, “Brancaleone”, (autentici capolavori). Un regista che, ai miei tempi, l’“intellighentia” snobbava, e che io invece, a dispetto di tutto e di tutti, amavo e amo tuttora molto, è Lelouch. Di lui ho sempre ammirato la classe e l’intelligenza, la grande capacità di invenzione nell’intreccio e nella sceneggiatura, la leggerezza, l’esprit tipicamente francese e insieme la grande intensità. Ho amato molto anche i film storici dei Taviani, che in “San Michele aveva un gallo” e “Allonsanfan”, per me grandissimi, raccontavano il nostro Risorgimento. Parlavano chiaramente del tormento ideologico degli anni della contestazione, che io ricordo. E ancora film come “La notte di San Lorenzo”. Indimenticabile. In parte ho già parlato anche di Scorsese. Un maestro sempre ispirato, generoso, poliedrico, capace di passare da un genere all’altro, lasciando ogni volta traccia di qualcosa di nuovo e importante. Basti confrontare film così diversi fra loro, come “L’età dell’innocenza” e “Gangs of New York” o “Fuori orario” e “The departed”. Per non parlare di tutta la narrazione epico-nostalgica della mafia italo-americana. Venendo all’Italia dei nostri anni, amo Salvatores (che, all’epoca, sfidavamo in storiche sfide calcistiche. Noi doppiatori contro l’Elfo: Salvatores, Bisio, Catania, Rossi, Storti, Alberti, etc… Botte da orbi e grandi pareggi…). “Sud” e “Non ho paura” per me sono grandi film. Naturalmente devo ricordare Tornatore, non tanto per il suo Oscar “Nuovo Cinema Paradiso”, che pure ha rappresentato un bellissimo atto d’amore e nostalgia per il cinema, ma per altri film come “L’uomo delle stelle”, amarissimo ritratto dell’Italia povera e ingenua, sedotta dal cinema. “La sconosciuta”, terribile e straziante, alla scoperta della tratta delle bianche, che ha rivelato un’attrice come Xenia Rapoport. “Una pura formalità”, per me un autentico capolavoro, quasi un omaggio a un maestro come Polanski, che non a caso è uno dei due protagonisti del film. E “La migliora offerta”, grande, terribile storia di solitudine, di isolamento e inganno, con un attore davvero straordinario come Geoffrey Rush. E poi quello che, per me, è il vero erede dei maestri della “commedia all’italiana” e cioè Virzì. Oltre ai suoi più noti “Ferie d’agosto”, “Ovo sodo”, “Tutta la vita davanti”, “Caterina va in città”, vorrei ricordare “Il capitale umano”, un ritratto magistrale e spietato dell’Italia di oggi, calato nella Brianza rampante, volgare e provinciale, che assomiglia molto al Connecticut, in cui si svolge il romanzo, e “La pazza gioia”, dolcissimo “on the road”. Sulla stessa strada della “commedia all’italiana”, personalmente ho trovato geniale la trilogia di “Smetto quando voglio” di Sidney Sibillia (soprattutto il numero uno). Enorme ironia, intelligenza, e attori bravissimi. Infine il maestro Sorrentino. Tutti i suoi film (a parte i due su Berlusconi, che giudico un infortunio) per me sono autentici capolavori. Da “Le conseguenze dell’amore” a “L’amico di famiglia”, da “Must be the place” a “La grande bellezza” (bellissimo) dalle serie su “The Pope” a “The Youth”. Quest’ultimo è di una grandezza e di un’altezza d’ispirazione eccezionali, con un tessuto etico e morale davvero inconsueti per il nostro cinema. Con lui bisogna ricordare però l’apporto di Toni Servillo, sempre magistrale, e del direttore della fotografia Luca Bigazzi. E così, forse, ho risposto anche all’ultima parte della domanda. Escludendo Scorsese, per ovvie ragioni, mi piacerebbe molto lavorare con questi registi. Devo dire che se il top Sorrentino mi chiamasse, beh… (ma anche Tornatore e tutti gli atri...)

Se dovessi consigliare ai nostri lettori tre libri e tre autori da leggere, quali consiglieresti e perché proprio questi?

Posso rispondere citando tre libri che hanno segnato la mia vita di lettore, e non solo quella, e che mi sono rimasti dentro come un patrimonio e un riferimento costante. Non so se ai giovani di oggi, (quelli che leggono) faranno lo stesso effetto, ma per me sono stati molto importanti. IL DESERTO DEI TARTARI di Dino Buzzati. Lo lessi a quindici anni, un’età in cui si cerca di disegnare il futuro e di trovare risposte, senza magari ancora aver formulato delle domande. Fin dalle prime righe fui conquistato dal personaggi del tenente Drogo, con quella muta, elegante malinconia, tutta mitteleuropea, che si prepara a partire, all’alba, per la sua destinazione. E poi la vicenda. La misteriosa fortezza Bastiani, ultimo baluardo prima del deserto. La severa, ma quieta, rassicurante vita militare, con le sue regole ferree. L’immobile scorrere del tempo in attesa di un evento, anzi dell’evento, l’evento della vita, che si intuisce non arriverà mai. Un altrove misterioso, il deserto dei Tartari appunto, che è come un Nulla attraente, da cui giungono misteriosi messaggi: un cavallo, un fuoco acceso, un fumo… E da quei segni i militari della fortezza trovano la ragione e la forza per continuare ad attendere. Grande, assorta metafora dell’esistenza in tutto degna di Kafka ( che avevo appena letto...). CENT’ANNI DI SOLITUDINE di Gabriel Garzia Marquez. Credo di non dover sottolineare la grandezza di questo romanzo, che ha reso celebre Marquez nel mondo e, più di tutti ha contribuito a fargli vincere il Nobel. Posso solo dire che è stato il libro della mia generazione, e credo di molte altre a seguire. Da quel romanzo è nata anche la definizione di “realismo magico”, che poi venne estesa a molti autori della grande letteratura latino-americana. È d’altronde con quali altre parole si potrebbe definire l’infinita saga della famiglia Buendia? Da Josè Arcadio a Aureliano babilonia, dalla scoperta del ghiaccio all’alchimia, dalla perdita della memoria alle pergamene dello zingaro Melchiades, si snoda lungo un secolo, come un fiume amazzonico la storia di questa famiglia. I cui componenti nascono, si accoppiano e muoiono, inseguendo un destini ineluttabile, in attesa della nascita di un figlio con il piede di porco. E il loro villaggio, Macondo, diviene, oltre che uno dei luoghi più famosi della letteratura, un simbolo. Il paradigma della solitudine e insieme il teatro del destino, la sede e la culla di vite fantastiche, in lotta e in gioco con il tempo. Anche l’incipit del romanzo è diventato uno dei più famosi. “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”. LE CITTA’ INVISIBILI di Italo Calvino. Ricordo la meraviglia che provai subito, quando mi trovai davanti i personaggi del libro, i due interlocutori, uno di fronte all’altro: Marco Polo e l’Imperatore dei Tartari, Kublai Kan. La narrazione dell’opera avviene attraverso il dialogo fra loro due: l’imperatore chiede a Marco di descrivergli le città del suo impero. Ed è così che prende forma un racconto in cui sono descritte città reali o immaginarie, che accendono la curiosità dell’imperatore. Queste la parole dello stesso Calvino. “Le città sono un insieme di cose: di memoria, di desideri, di segni, di un linguaggio. Le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi”. Questo libro è la testimonianza della complessità della vita, che viene espressa in maniera dilatata, estesa, proiettata sull’immagine delle tante città. Città che, come la vita stessa, non sono solo dati concreti, ma sono anche sogno e divenire. E Calvino le racconta, dando vita a una narrazione che sembra fiabesca e quasi infantile, ma che in realtà è coltissima, lucidissima e quasi scientifica, nella sua struttura combinatoria. Dato che molte delle città di Calvino hanno più di un’identità, mi è venuto da pensare alla mia città di origine, Bologna. In superficie Bologna è percorsa da portici e piazze, come un lungo itinerario di cammino. Ma se la vedi, dall’alto, da un elicottero, è come una foreste verde, tanti sono i suoi giardini segreti, nascosti nei palazzi. Infine, se scendi nel sottosuolo, Bologna è tutta attraversata da canali e corsi d’acqua, come una Venezia sommersa. Ecco, ho pensato che avrebbe potuto essere anche lei una delle città invisibili di Calvino. Anche se, per fortuna, è invece visibile e bellissima. Mi rendo conto, a questo punto, che il mio suggerimento riguarda tre libri, in cui, pur nel vivo di storie appassionanti, la vita è descritta come un lungo, inutile e quasi incomprensibile consumarsi di sogni, desideri, attese, aspirazioni… Chissà, forse aveva ragione Pirandello quando diceva che “La vita, o la si vive o la si scrive”. (E per finire, abusivamente, ma ci sarebbero tanti titolo da menzionare… Vorrei ricordare almeno l’opera completa di Jorge Luis Borges, che per me è il più grande scrittore del Novecento. Vorrei ci si ricordasse di più di uno scrittore italiano, di cui qualche anno fa si parlava molto, ma che ora sembra uscito dai radar, Gesualdo Bufalino. E poi un libro che ho trovato folgorante ed è piuttosto recente. “Q” del collettivo bolognese Luther Blisset... allora si chiamava così, mentre oggi si chiama, credo, Wung Mi).

Tre film da vedere assolutamente? Quali e perché quelli secondo te?

Anche a questa domanda credo, in qualche modo, di avere già in parte risposto. Comunque volentieri nomino tre titoli. Tre film che mi hanno segnato, anche se in misura diversa. LA DOLCE VITA di Federico Fellini. Barocco, terribile, affascinante affresco di quella “giungla umida, tiepida, rassicurante” che è Roma, come la definisce il personaggio di Mastroianni nel film stesso. Una città uscita dal neorealismo (anche cinematografico) e che si avvia, come tutta l’Italia, alla stagione del boom. Una città che però si rivela una Babilonia corrotta, amorale, incantatrice nei suoi miti effimeri, miti di mondanità, cinema, feste, orge, riti del successo… Una città dove tutto è meraviglioso e sporco, ammaliante e squallido, facile e disponibile, perché inconsistente. Dove tutto diviene apparenza, materiale per i riflettori e per i flash incessanti, ossessivi dei fotografi. Anche la religione, con il suo fanatismo di massa e la sua fede ingenua diviene oggetto di show-truffa. Una città dove tutto è sospeso fra sogno e spettacolo. Dove anche l’intelligenza, la cultura, il pensiero si rivelano essere le cose più fragili, nell’episodio terribile dell’intellettuale Steiner. Una città dove anche le radici e il sentimento della famiglia si allontanano fino a perdersi, come nell’episodio struggente dell’incontro con il padre. A Marcello non rimane che perdersi di nuovo, e per sempre, nel gorgo di questa vita senza scopo, in questa vita da eterno adolescente. In questa vita seducente e turpe, evanescente. In questa vita dolce. LOW UP di Michelangelo Antonioni. I motivi di fascinazione di questo film erano (e sono), su di me, tantissimi. Per cominciare la Londra degli anni ‘60, la swinging London, all’epoca il vero centro del mondo, con i suoi concerti beat in piccole sale e il pubblico in piedi. Poi il dorato mestiere di fotografo (questo film ha dato vita a un’intera generazione di seguaci di David Hammings…). E ancora il glam della moda, i loft fighissimi, la giovane Vanessa Redgreave, bellissima, il look finto casual del protagonista (anche questo imitatissimo dai ragazzi dell’epoca, a cominciare da me...) E poi i silenzi, alternati a rari, violenti rumori di una Londra quasi deserta, come i suoi misteriosi parchi. E, infine, nel suono inquietante, magnetico del vento, uno dei finali più belli che io ricordi al cinema. La trama, tratta da un racconto di Julio Cortázar, è nota. Thomas, brillante e annoiato fotografo di successo, stanco delle modelle che passano nel suo studio, vuole avvicinarsi di più alla vita. E per questo cerca di realizzare un libro che vuole essere uno studio di Londra, in tutta la sua realtà. Attraversando un parco in cerca di immagini, gli capita di fotografare un uomo e una donna intenti a flirtare. La donna poi lo insegue e lo raggiunge nel suo studio, per farsi ridare il rullino. Blow up è il termine che indica l’ingrandimento delle foto. Da qui ha inizio la seconda parte del film, un’indagine silenziosa, ma incalzante, tesa, febbrile, che stringe il protagonista in un’irrinunciabile spirale di ricerca. Non dico altro, per non rovinare ai più giovani (che ancora non lo conoscono) il film forse più affascinante di Antonioni, e che ha ispirato generazioni di registi. Mi limiterò a ripetere che si conclude con uno dei finali più belli, secondo me, dell’intera storia del cinema. Un mistery, insieme freddo e avvolgente, anche ermetico, per certi aspetti anche hitchcockiano, che si rivela essere un’affascinante meditazione sul divario fra realtà e fantasia. Fra la realtà, enigmatica e incomprensibile, e l’illusorietà dello sguardo, specie quello dell’artista (in questo caso è un fotografo, ma vale anche per Antonioni). Un divario che forse, alla fine, non c’è. HUGO CABRET di Martin Scorsese. Questo è invece un film più recente (2011), comunque tratto da un romanzo. Racconta la storia di George Meliès, l’inventore del cinema fantastico, l’autentico contraltare al cinema vérité dei fratelli Auguste e Louis Lumière, di cui è contemporaneo. Una storia che viene vista attraverso gli occhi di due ragazzini. Soprattutto quelli di Hugo Cabret, un dodicenne che vive e lavora con lo zio orologiaio nella Gare de Lion, a Parigi, nei primi anni Trenta del secolo scorso. Hugo, cercando la memoria del proprio padre e del suo lavoro, finirà per trovare invece le origini del cinema, nella sua versione più fantastica e spettacolare. Infatti, in realtà, Scorsese racconta qui la principale fonte di ispirazione e passione di tutta la sua opera : l’amore per il cinema. E, per farlo, usa le più moderne e raffinate tecnologie, a partire dalla visione in 3D. Si sviluppa così, in un crescendo di incantesimo e fascinazione, il racconto di tutto il meraviglioso che è nel cinema, lo spettacolo sensazionale ed emozionante delle sue possibilità immaginative, le premesse di tutte le successive invenzioni formali, che qui appaiono nel loro inizio magicamente naif. Una favola tenera e bella, dove quella Parigi così colorata e pittorica, quasi finta, rimanda inevitabilmente ai primi del secolo scorso, e cioè ai Lumière e alle origini del cinema. Anche la location in una stazione allude al primo, clamoroso evento cinematografico: l’arrivo del treno in stazione, per l’appunto. Il famoso esordio dei Lumière. Ognuno, dal bambino all’anziano, trova in questo film qualcosa da portare a casa. Scorsese riesce ad emozionare tutti, facendo un grandissimo cinema d’autore, con uno stile semplice, diretto, universale, che permette a chiunque di goderne. E anche i grandi effetti speciali del 3D, qui più che mai necessari, rappresentano un omaggio da parte delle nuovissime tecnologie alle prime. Quei trucchi artigianali, poveri, ingenui forse, ma straordinariamente fantastici.


Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti di cui vuoi parlare ai nostri lettori?

Il primo appuntamento che mi attende è quello, a Palermo, con l’Accademia di Belle Arti e alcuni licei. Condurrò uno stage su Shakespeare. Verranno presi in esame i suoi testi più famosi, visti nel rapporto-confronto fra teatro e cinema, analizzando le differenti modalità dei due rispettivi linguaggi. Con un occhio particolare alla recitazione, nei due campi. Poi, non so ancora esattamente i tempi di lavorazione, ma dovrei interpretare, per la regia di Luca Guardabascio, un ruolo drammatico, il padre di un figlio transgender. A gennaio dovrei prendere parte alla puntata pilota di una nuova serie storica, ambientata nel’600 a Genova. Poi, anche qui i tempi sono tutti da definire, dovrei interpretare, in una produzione low cost, un ex-commissario in pensione, che viene chiamato a indagare su un serial killer. Il film verrà girato a Torino, per la regia di Maurizio Otto. E poi, soprattutto, spero di realizzare almeno uno dei vari progetti-soggetti cinematografici, che da anni tengo in tasca, aspettando il momento di tirarli fuori. Accenno a due soltanto, perché mi stanno particolarmente a cuore. Uno è una storia dell’Ottocento in Italia, subito l’unità in Italia. Un vecchio ufficiale dell’esercito sabaudo (io), già radiato per le sue idee pacifiste, viene richiamato in servizio e inviato come spia nel Meridione. L’obiettivo è di indagare sull’atteggiamento di quelle popolazioni nei confronti del neonato regno d’Italia. E di riferire. Il secondo è un’idea recentissima. Riguarda le tante, innumerevoli opere pubbliche italiane rimaste incompiute. Visto che questa è la domanda numero 13, spero che il numero mi porti fortuna! (Nel frattempo è intervenuto il Covid e il conseguente semi-lockdown e tutto questo è entrato, come tutto, in modalità stand–bye).

Dove potranno seguirti i nostri lettori e i tuoi fan?

Cari amici, dal momento che, almeno per ora, non riprendo a fare teatro, diciamo che, a tutt’oggi, il luogo online dove poterci incontrare è ancora Facebook, dove c’è il mio profilo e dove io sono abbastanza attivo. È vero altresì che da tempo ho annunciato l’apertura di un mio profilo Instagram, e non l’ho mai fatto. Ebbene questa è l’occasione buona, parlarne con voi mi ha dato l’input definitivo. Quindi, a breve, cari amici, potrete contattarmi anche sul nuovo profilo Instagram. A presto, dunque.

Come vuoi chiudere questa chiacchierata e cosa vuoi dire ai nostri lettori?

Cari amici, nel salutarvi, vorrei dirvi un paio di cose prima di lasciarci. Innanzitutto che sono felice di avervi conosciuto e vi ringrazio per avermi dato questa occasione. Poi voglio ringraziare voi, e soprattutto l’amico Andrea Giostra, che ha “acceso i motori” con le sue domande intelligenti, anche per un’altra ragione. Parlando con voi di me, della mia storia professionale, dei miei gusti, delle mie scelte, dei miei ricordi, etc., mi sono ritrovato a parlare della mia vita, a ripercorrerla, rivederla, in qualche modo a riviverla. Un lungo film, di cui io ero stato regista e interprete, e di cui non ricordavo più molte scene. Grazie a voi l’ho fatto. Ed è stato emozionante e direi anche commovente. Per questo mi sono un po’ dilungato, ma certe narrazioni finiscono per allungarsi inevitabilmente. Grazie. Spero, con le mie parole, di avere suscitato in voi (ma sono sicuro che già ce l’avete) l’amore e l’interesse per il teatro, per il cinema di un certo tipo, per la lettura, per la comunicazione e, in una parola, per la creatività. Lontano dallo smartphone. Spero che, appena sarà possibile, andrete (o tornerete) a visitare il territorio dello spettacolo, che è così bello, così generoso, così ricco di stimoli e sorprese. E che, in questo momento, in Italia sta soffrendo molto e ha bisogno di aiuto e comprensione. Un abbraccio a tutti da Fabio Mazzari.

Fabio Mazzari

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Andrea Giostra

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