sabato 14 dicembre 2019

Annalisa Arcoleo, scrittrice e blogger, presenta il suo ultimo libro “Il Suo Nome è Alex”. L'intervista

«Essere educati a qualcosa, ai valori, alla bellezza, al rispetto, al pensiero, è fondamentale, ma vedo sempre meno pazienza e interesse nel farlo. … Educare è uno dei compiti più importanti, così come insegnare a distinguere cosa sia la bellezza, l’arte, la natura, la poesia, ma anche il bene e il male.»
Intervista di Andrea Giostra.

Ciao Annalisa, benvenuta e grazie per aver accettato il nostro invito.
Ciao Andrea! Grazie mille a voi per avermi invitata.
Hai recentemente pubblicato con Augh! Edizioni il tuo ultimo romanzo dal titolo “Il Suo Nome è Alex”. Ci racconti come nasce questo progetto editoriale?
La storia raccontata nel romanzo è nata molto prima dei libri precedenti, “Runk – Una Vita in Trenta Giorni” e “Il Viaggio di Runk”. Parliamo di circa 10 anni fa! Ho iniziato a pensarla, abbozzarla sotto forma di soggetto, poi sceneggiatura. Sono stati anni di revisioni, ampliamenti, cambiamenti, ma anche lunghe pause. Mi rendevo conto che mancava qualcosa, la storia non era pronta. Ma io sono tra quelli convinti che tutto accade per una ragione e nel momento giusto: avevo bisogno di una serie di esperienze per avviare la trama verso la giusta direzione. Infatti le precedenti pubblicazioni editoriali, l’incontro con le persone magnifiche di Augh! Edizioni, e una serie di eventi legati alla Onlus Io Domani, con cui ho potuto conoscere tanti bambini e ragazzi del reparto di oncologia pediatrica dell’Umberto I di Roma, mi hanno portato a sviluppare la storia di Alex sotto forma di romanzo e completarla nel modo giusto. 
Cosa puoi dirci di questo lavoro? Di cosa parla e dove è ambientato?
Il libro copre tutta la vita di Alex, dai primi mesi fino alla fine. Di conseguenza ha una cronologia molto amplia, perché seppur il protagonista non interagisce in prima persona con l’esterno, tutta la sua vicenda è incentrata sulla conoscenza del mondo attraverso le esperienze di vita delle persone a cui si approccia. Nello specifico, Alex ha sviluppato una paura verso tutto ciò che si trova al di là dell’orfanotrofio in cui è cresciuto. Andando avanti, quando viene portato in una casa famiglia, la situazione non cambia: la comfort zone è però anche una gabbia. L’unico contatto con la realtà è proprio l’interazione con gli altri ospiti della casa famiglia. Il protagonista trova il suo posto nel mondo nel rapporto che ha con gli altri, nell’ascoltare e assimilare le loro storie, nel leggere i libri e nel tramandare tutto quello che ha imparato. Anche questo, come i precedenti, è un racconto di “viaggio”, non obbligato come per il protagonista del primo romanzo né fisico come per il robottino del secondo, bensì interiore. Conoscere e cambiare senza mai, apparentemente, muoversi è ciò che Alex impara a fare. 
Qual è il messaggio che vuoi che arrivi a chi lo leggerà? Cosa troverà il lettore leggendo questo romanzo?
Voglio che tutti capiscano che va bene essere “così”, qualunque sia il proprio significato che si attribuisce a questa parola. Io sono lunatica, romantica, impulsiva, testarda, e va bene per me essere così, senza dovermi giustificare o misurare con canoni imposti da altri. Alex è chiuso in sé stesso, nel suo mondo, e finché sta bene non c’è nulla che deve cambiare. Sono sempre stata convinta che l’importante sia non fare del male agli altri, tutto il resto è ben accetto. Nel libro si parla di varie sfaccettature di personalità dovute a esperienze o condizioni di nascita: ad esempio, uno dei ragazzi dell’orfanotrofio, Pietro, è autistico, e non sarebbe un problema se altre persone non lo facessero sentire diverso. Purtroppo ho potuto riscontrare che questo piccolo passaggio del libro è una grande macchia nella realtà: bisogna partire dal presupposto che siamo tutti uguali, ognuno con il proprio carattere, tempo e percorso. Se creiamo etichette, se usiamo la parola “diverso”, ecco che spacchiamo il mondo, e non possiamo mai sapere quanto devastante sia per la persona su cui abbiamo puntato il dito. Ecco, vorrei che dal libro emergesse questo.
Una domanda difficile Annalisa: Perché i nostri lettori dovrebbero comprare il tuo libro? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria a comprarlo.
C’è una cosa che mi fa ridere molto di me, ed è il fatto che ho sempre avuto una grandissima passione per il cinema, per le storie in particolare, e quindi per i libri; tanto grande da desiderare di farne il mio lavoro. Non per la fama o il guadagno, ma per poter arrivare al cuore della gente. Mi fa ridere perché queste ragioni che mi spingono a scrivere implicano una totale incapacità nel sapermi vendere! Scrivo perché amo farlo, perché voglio – nel mio piccolo – aiutare le persone a trovare qualcosa di buono che molto spesso viene oscurato dalla quotidianità. Mi è stato detto tante volte che nei miei libri si sentono tutto l’amore e i buoni sentimenti di cui sono fatta io, anche quando racconto situazioni drammatiche. So che è difficile essere positivi a volte, non nego i momenti difficili come non li nascondo nel romanzo. Però il raggio di luce c’è sempre, anche quando non si vede. Nei miei libri si trova questo, e so per certo che arriva a chi li legge. 
Hai in programma degli appuntamenti pubblici dove presenterai il tuo nuovo romanzo? Se sì, li vuole elencare ai nostri lettori perché possano venire a trovarti?
In programma abbiamo tantissimi eventi tra cui una presentazione presso la Facoltà di lettere e filosofia di Tor Vergata, una nella mia città natale (Palermo) e una con la Onlus Io Domani. Assolutamente da seguire la pagina Facebook @annalisaarcoleoscrittrice e il sito www.aughedizioni.it per conoscere data e luogo degli eventi.
Vuoi parlarci dei tuoi precedenti lavori? I tuoi libri, le tue produzioni cinematografiche e quello che hai fatto che ti fa piacere di condividere con i nostri lettori?
Quando ero piccola guardavo i film di Charlie Chaplin, affascinata da quella “macchina” incredibile che era il cinema. In un certo senso c’era più magia in quelle immagini in bianco e nero che in molti film di oggi. Grazie a questo, ho capito fin da subito che dovevo conoscere cosa si nascondeva dietro a quelle immagini, indipendentemente dal fatto che sarebbe o non sarebbe stato il mio lavoro. Così dopo il liceo ho intrapreso gli studi di regia a Cinecittà, ho lavorato su alcuni set come assistente, operatore o segretaria di edizione; ho proseguito con una piccola avventura in Rai (una scuola di formazione sul campo chiamata Rai Lab) e con un corso di critica cinematografica presso Sentieri Selvaggi. Ma per quanto meravigliosa fosse l’esperienza del set, niente era paragonabile – per me – alla scrittura. Sono andata a New York e ho collaborato con due riviste, scrivendo anche di cinema. Le recensioni cinematografiche sono l’unica cosa che si accostano bene alla stesura dei romanzi: amo entrambe le cose, e grazie a Il Salotto del Gatto Libraio posso scrivere di cinema, non abbandonando il punto di partenza e gli studi che mi hanno portata fin qui. Poi è arrivata Augh! Edizioni, e da lì è cambiato tutto. Sono felice di aver studiato cinema, delle esperienze sul set, delle interviste che ho condotto in Italia e all’estero, perché questo mi ha aiutata a migliorarmi nella scrittura e nella costruzione dei personaggi e delle storie. 
Ci dici qualcosa del blog per cui scrivi, “Il salotto del gatto libraio”, che parla di libri e pubblica recensioni? Come è nata questa idea e qual è la vostra mission culturale?
La mente del blog è Sonia Graziano, una ragazza incredibile, super appassionata di libri e sport. Questa carica si vede e viene trasmessa ai lettori, sono felice di poter collaborare con una persona così positiva. Sono subentrata da poco meno di un anno nel mondo de Il Salotto del Gatto Libraio, ma è stato molto facile inserirmi in un contesto così attento e seguito. I lettori sono fantastici e molto fedeli, hanno “adottato” anche me con la mia rubrica Il Trono di Pellicole, le recensioni sul Cinegatto e le novità sul mondo del gaming che curo insieme al mio fidanzato Manuel per la rubrica Arcade Team. La sezione libri è vastissima, ci sono recensioni e uscite interessanti, oltre ad una grafica che salta subito all’occhio e per la quale Sonia ha ricevuto tanti meritati complimenti! I nostri avatar (si chiamano così?) sono creati da Momo’s Dream, un’artista di talento che vi consiglio di seguire sui social. Inoltre, io e Sonia siamo le AcchiappaVip, ovvero i tormenti delle star che vengono inseguite da noi per un’intervista! Scherzi a parte, tutti i vip che fino ad oggi hanno risposto alle nostre domande sono stati fantastici, e potete trovare le loro interviste nella sezione apposita. La mission è sicuramente nata molto prima che mi unissi a loro, ma per come la vedo io si tratta di regalare tanto colore e un bel sorriso a chi legge, parlando di interessi artistici comuni ai lettori del blog.
Qual è stata la tua formazione artistica e chi i tuoi maestri che vuoi ricordare in questa chiacchierata?
Di sicuro l’insegnamento più grande l’ho ricevuto da una persona che non c’è più, ma che è stata talmente importante nella mia formazione da essere presente nei ringraziamenti di ogni mio libro: Giuseppe Berardini è stato un grandissimo direttore della fotografia, diceva sempre che il cinema si impara sul set, come tutti i mestieri! Era il tipo di insegnante che ti metteva su un dolly (carrello con macchina da presa) e ti lasciava provare. Pensava fossi portata per la scrittura, per i movimenti della macchina da presa e per la recitazione, insomma per lui potevo fare qualsiasi cosa! È venuto a mancare troppo presto, aveva ancora tanti progetti da realizzare, tra cui una scuola di cinema non a pagamento, in cui – ovviamente – venivi gettato prima in balia del set, e poi sotto la sua supervisione potevi migliorarti. Grande uomo, artista e insegnante. La mia formazione artistica non è ancora finita, però; non finirà mai perché sono convinta che si impari ovunque: per strada, a scuola, al cinema. Proprio quest’anno ho conosciuto delle persone meravigliose che insegnano alla Facoltà di lettere e filosofia di Tor Vergata. Con loro ho scoperto che la mia visione del mondo, fatta di tante personalità differenti ma non diverse, con confini che sono solo creazioni dell’essere umano, non è poi così assurda. 
«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta … i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Tu cosa ne pensi in proposito? Cosa deve avere una storia per “funzionare” nel lettore?
Quando scrivo non penso se si tratta di un romanzo, di una sceneggiatura, di un genere particolare; come potrebbe aiutarmi a far arrivare il mio messaggio – o meglio “sentimento” – al lettore? Ciò che di sicuro deve esserci è una chiarezza nel racconto e nel linguaggio, che necessita di essere comprensibile per arrivare a tutti. Non amo le scritture particolarmente artificiose, preferisco che tutti possano capire di cosa si sta parlando, rispecchiarsi, prenderne parte. Per “funzionare” una storia ha bisogno di essere universale, con dei punti di identificazione comuni in cui tutti possiamo ritrovarci. E poi ha bisogno di verità: una storia, anche se totalmente inventata, deve essere scritta secondo la propria capacità e personalità. Non potrei mai scrivere qualcosa che non mi appartiene, risulterei falsa e non arriverei mai al lettore. 
Secondo te è più importante la scrittura (come è scritta) oppure la storia (cosa racconta) perché abbia maggiore effetto ed efficacia narrativa nel lettore, volendo rimanere nel concetto di Bukowski?
Purtroppo per me sono indispensabili entrambi. È vero che la scrittura si può sempre affinare, mentre la storia (quindi l’idea, l’immaginazione) devi possederla. Però per arrivare al lettore deve esserci un bilanciamento delle due cose, altrimenti sarebbe come vedere un film con una trama meravigliosa, ma girato orrendamente. Lo spettatore si distrarrebbe, non riuscirebbe più a far caso alla bellezza della trama perché disturbato dalle inquadrature insensate.
«Per scrivere bisogna avere immaginazione. L’immaginazione non si impara a scuola, te le regala mamma quando ti concepisce. Non ho fatto nessuna scuola per imparare a scrivere. Ho visto tanti film e letto tanti libri.» (Luciano Vincenzoni (Treviso 1926), intervista di Virginia Zullo, 12 aprile 2013, YouTube, https://www.youtube.com/channel/UCDiENZIA6YUcSdmSOC7JAtg ). Cosa ne pensi delle parole di Vincenzoni, uno dei più grandi e geniali autori del Novecento italiano? 
Di certo non posso paragonarmi a Vincenzoni, ma nel mio piccolo confermo ciò che dice. Quando avevo 4 anni disegnavo delle storie, perché non ero ancora capace di metterle per iscritto, o mi facevo aiutare da mio padre nell’appuntarle su carta. Ma la storia era mia, l’immaginazione era mia. Con l’accademia ho imparato a seguire delle regole di scrittura, ma quando sei appassionata di film e libri e ne hai visti/letti davvero tanti, quelle regole le hai già immagazzinate inconsciamente. Una buona parte di capacità immaginativa viene sicuramente trasmessa da mamma e papà; però devi alimentarla e svilupparla ogni giorno. Il problema delle persone creative è che spesso non sanno come incanalare tutto ciò che gli passa per la mente. Ecco, la scuola forse serve anche a questo, a indirizzare tutto il flusso di idee verso qualcosa di concreto. 
Oggi proliferano le cosiddette scuole di scrittura creativa che promettono agli appassionati di scrittura che hanno l’ambizione di diventare scrittori di successo, che possono diventarlo se seguiranno i loro consigli e i loro corsi di formazione. Ma è davvero così secondo te? Charles Bukowski, grandissimo poeta e scrittore del Novecento, artista tanto geniale quanto dissacratore, a proposito dei corsi di scrittura diceva … «Per quanto riguarda i corsi di scrittura io li chiamo Club per cuori solitari. Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono e … emerge sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra loro e di solito si autoincensano l’un l’altro, e la cosa è più distruttiva che altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l’ho letto l’altra sera al gruppo hanno detto tutti che era un lavoro geniale”» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking for the Giants: An Interview with charles Bukowski, “Southern California Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Qual è la tua posizione in merito?
Penso che la fregatura sia già evidente alla parola “promettono”. Faccio un esempio: io sono negata con la matematica. Non sono bastati gli anni di scuola, i corsi di recupero, lo studio a farmi capire determinati meccanismi o a facilitarmi la comprensione della matematica. Dunque, se dovessi iscrivermi a un corso che mi “promette” di riuscire nel mio intento, come possono loro stessi essere certi dei miei risultati se si tratta di un programma standardizzato che non tiene conto dei diversi soggetti a cui è applicato? Si deve tener conto delle capacità e delle inclinazioni di ognuno, non puoi garantire un risultato omogeneo, soprattutto quando si tratta di corsi che hanno una durata definita. Impegnarsi e lavorare su qualcosa che ci appassiona porterà sicuramente a dei risultati, ma credo sia un concetto diverso dal dire che iscrivendosi a un corso ho la garanzia della mia riuscita. Anche perché, una volta usciti da lì, il meccanismo che porta al successo deriva da una serie di fattori non dipendenti totalmente da noi e dalla nostra bravura. Una scuola vera, di vita, deve più che altro aprirti gli occhi sui tuoi sbagli, i tuoi limiti e lavorarci su. I complimenti fanno bene, ma solo se accompagnati da una grande dose di sincerità, spesso cruda. 
Quali sono gli autori che ami di più, che hai letto da ragazza, che ti hanno formata, che leggi ancora oggi e che ti senti di consigliare ai nostri lettori?
Il mio libro preferito è “Peter Pan” di James Barrie, e in generale apprezzo molto i racconti fiabeschi come Canto di Natale di Dickens, i fratelli Grimm, “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupèry. Ma leggo anche Stephen King e Nicholas Sparks. Non ho un genere o un autore prediletto, le mie preferenze vanno sempre verso una scrittura che nasconde qualcosa di cinematografico, un po’ come la mia. 
Ti va di consigliare ai nostri lettori tre autori contemporanei e tre libri da leggere assolutamente nei prossimi mesi? E perché suggerisci proprio questi? Cosa hanno di particolare per incuriosire i nostri lettori affinché li comprino e li leggano?
Devo dire che come autori contemporanei continuo a preferire Stephen King, che però ha una scrittura non facilissima. Ci sono molte digressioni, e i libri sono solitamente abbastanza lunghi, così come George R.R. Martin e il suo “Trono di Spade”. Però la fantasia nelle loro storie e la capacità di catturare il lettore è notevole. King per me non è semplicemente il maestro del brivido, perché i suoi racconti sono molto più che horror, sarebbe riduttivo categorizzarli così. È maestro nello scavare nella psiche umana e analizzare l’inconscio di tutti noi. Va letto, pochi autori restano sotto pelle anche a distanza di anni come lui. Infine, invece di un altro autore, mi sento di consigliare due registi contemporanei, perché una grandissima parte della mia formazione appartiene al cinema: Yorgos Lanthimos se volete addentrarvi nel suo mondo grottesco e ironico, con un approccio geniale e innovativo alla macchina da presa e alla sceneggiatura; Christopher Nolan se cercate un artista visionario che bilanci adrenalina, mistero e sentimento in perfette dosi.
Nel gigantesco frontale del Teatro Massimo di Palermo, la nostra città, c’è una grande scritta, voluta dall’allora potente Ministro di Grazia e Giustizia Camillo Finocchiaro Aprile del Regno di Vittorio Emanuele II di Savoia, che recita così: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire». Tu cosa ne pensi di questa frase? Davvero l’arte e la bellezza servono a qualcosa in questa nostra società contemporanea fondata sulla tecnologia e sulle comunicazioni social?
L’arte e la bellezza devono salvare questa società fondata sulla tecnologia e i social! Credo ci sia troppa inutilità tecnologica ormai, siamo a un punto di esasperazione del tutto: davvero ci serve una vita incollata allo schermo del telefonino e del computer? Io amo camminare, guardare le vetrine dei negozi, prendere un caffè con gli amici, parlare a quattrocchi con le persone. Siamo arrivati al punto (colpa nostra) in cui siamo “costretti” a comprare online perché l’offerta è molto più ampia di quella che possiamo trovare vicino casa, in cui crediamo di aver bisogno che la tv comunichi con il forno a microonde e la lampada con la lavatrice. Ma dai! La comodità è pericolosa, come la comfort zone di Alex. La tecnologia va usata nella giusta misura, prendendo ciò che di buono fa e scartando ciò che di superfluo è. Ma saper distinguere sta solo a noi. 
Quando parliamo di bellezza, siamo così sicuri che quello che noi intendiamo per bellezza sia lo stesso, per esempio, per i Millennial, per gli adolescenti nati nel Ventunesimo secolo? E se questi canoni non sono uguali tra loro, quando parliamo di bellezza che salverà il mondo, a quale bellezza ci riferiamo?
Di una cosa sono certa: viviamo nella costante bugia che l’altro capisca esattamente ciò che diciamo e proviamo. È impossibile, nonostante fortunatamente a volte ci capiti di trovare persone affini a noi con cui riesci a metterti d’accordo. Ecco, le idee e i concetti vengono così assorbiti per maggioranza, influenzati dal contesto e dal periodo storico in cui quelle persone vivono. Credo sia normale che per i Millennial l’idea di bellezza possa essere molto diversa da quella della mia generazione anni ’90. Sono mondi in realtà molto distanti, perché i fattori di influenza sono in costante cambiamento. Oltre a questo, si aggiunge il discorso dei gusti prettamente personali. Penso sia più opportuno, quindi, concentrarci su cosa oggettivamente sia necessario per salvare il mondo, perché il problema è grande e impossibile da ignorare. I canoni di bellezza cambieranno sempre, così come i gusti, i comportamenti e chissà che altro. Ma siamo accomunati dal fatto di essere umani e di abitare su questo pianeta, risulta da sé necessario trovare un compromesso.
Esiste oggi secondo te una disciplina che educa alla bellezza? La cosiddetta estetica della cultura dell'antica Grecia e della filosofia speculativa di fine Ottocento inizi Novecento?
Credo che l’educazione si sia un po’ persa. Essere educati a qualcosa, ai valori, alla bellezza, al rispetto, al pensiero, è fondamentale, ma vedo sempre meno pazienza e interesse nel farlo. Eppure l’uomo è un animale che ha bisogno di apprendere, di costruirsi una propria cultura strato dopo strato. Educarlo è uno dei compiti più importanti, così come insegnargli a distinguere cosa sia la bellezza, l’arte, la natura, la poesia, ma anche il bene e il male. 
A cosa stai lavorando in questo momento che puoi raccontarci?
Mi sto concentrando sui miei tre libri, vorrei farli conoscere il più possibile prima di rimettermi a lavoro su qualcos’altro. Ci sono dei romanzi nel cassetto, tra cui un fantasy già scritto ma non inviato alle case editrici. Però credo che dopo la giusta pausa tra un libro e un altro, vorrei provare a scrivere qualcosa di nuovo, senza rimettere mano a lavori passati.
Quali sono i tuoi prossimi progetti e i tuoi prossimi appuntamenti che vuoi condividere con i nostri lettori?
Al momento li invito tutti a seguire la mia pagina per i prossimi eventi de “Il suo nome è Alex”, e possibilmente a venirci a trovare!
Dove potremo seguirti e come vuoi concludere questa chiacchierata?
Potete seguire la pagina Facebook @annalisaarcoleoscrittrice e il sito della casa editrice www.aughedizioni.it. Le mie recensioni cinematografiche sono sempre disponibili su www.ilsalottodelgattolibraio.blogspot.com. Vorrei concludere la chiacchierata ringraziando te per lo spazio che mi hai dato in questa bella intervista e i lettori che si sono soffermati a leggere!

Annalisa Arcoleo
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