martedì 10 settembre 2019

GABRIELE D'ANNUNZIO E I SUOI PASTORI (A CENTO ANNI DALL'IMPRESA DI FIUME)

di Giuseppe Lalli

"Settembre, andiamo. E' tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natìa
rimanga ne' cuori esuli a conforto
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh'esso il litoral cammina
la greggia.Senza mutamento è l'aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.

Isciaquìo, calpestìo, dolci rumori.
Ah perchè non son io co' miei pastori? "

Quelli sopra riportati sono i versi di una celebre poesia che Gabriele D'Annunzio (Pescara 1863 - Gardone Riviera 1938) scrisse nel 1903, conosciuta con il titolo "I pastori". Il titolo autentico della lirica é "Rimembranze", ed effettivamente ci fa tornare alla mente un Abruzzo ancestrale. Trasuda da questi versi, appresi da bambini sui banchi di scuola, l'atmosfera di quel mondo che i racconti dei nostri padri, e ancor più dei nostri nonni, ci hanno tramandato, quando, nel mese appena entrato, partivano con le greggi alla volta della Puglia, camminando per giorni lungo "il tratturo antico".
Odori, sapori, voci e rumori settembrini sembrano sprigionarsi da ogni parola. Una malinconia infinitamente dolce sgorga dalla penna del poeta,
che quasi accarezza da lontano la sua terra madre. Sembra di vedere la scena, a San Pietro della Jenca, a Chiarino, a Campo Imperatore, o nelle montagne della Maiella, in quei luoghi dell'anima che la memoria ha custodito. Nell'aria frizzante del mattino, ecco i pastori con il cappello, il mantello, anzi "la mantella", il tascapane rifornito dalle donne di casa, e le fanciulle in fiore che salutano il papà che si accinge a partire con il bastone per compagno; mentre i cani abbaiano a lungo prima di correre dietro alle pecore in aiuto al padrone. E, finalmente, ecco il fiume di lana che inizia a scorrere, tra il belato delle pecore e i fischi ritmati dei pastori.
La transumanza, vera epopea! Meriterebbe che ci si scrivesse un romanzo. Chissà...
Gabriele D'Annunzio, illustre conterraneo d'Abruzzo, è senza alcun dubbio un grande poeta. Lo riconosce anche Benedetto Croce, che pure non lo ama. In un saggio a lui dedicato in uno dei primi numeri di "La Critica", agli inizi del secolo scorso, così si esprime: "Il poeta c'è, a volte manca l'uomo".
Si possono disapprovare certe sue scelte, tanto nella vita privata quanto nella vita pubblica, ma non si può non riconoscere che la poesia è l'essenza stessa della sua vita, che cerca di costruire sul modello di un'opera d'arte. Originale modello di "dandy" italiano, anela ad incarnare ciò che Oscar Wilde scriveva di sé: "Feci dell'arte una filosofia, e della filosofia un'arte".
E' sempre bene tenere separate arte, politica e morale quando si giudica un artista del calibro di D'Annunzio, se non si vuol correre il rischio di rendere un cattivo servigio all'arte, alla politica, e, in ultima analisi, alla morale stessa.
Gabriele D'Annuzio è poeta sempre, non solo quando compone versi, ma anche quando parla, quando passeggia, quando corrisponde con un amico, quando scrive ad una donna, quando scava nel significato delle parole per cavarne suoni nuovi.
La poesia, che affonda le sue radici in quella regione misteriosa dello spirito dove la parola si fonde con l'essenza stessa delle cose, è per lui una religione di cui si sente sacerdote. Ad Andrea Sperelli, il protagonista del suo primo romanzo, "Il piacere", mette in bocca queste parole, attinte da una precedente lirica:
"O poeta, divina è la parola;
nella pura Bellezza
il ciel ripose ogni nostra letizia;
e il verso è tutto".
Al grande pescarese va, non ultimo, il merito di aver rinnovato, insieme a Giovanni Pascoli, il linguaggio stesso della poesia italiana.
Poeta sempre, si diceva, in pace e in guerra, nel beffardo volo su Vienna e al comando di quell'avventuea fiumana di cui ricorrono in questi giorni i cento anni: poeta della patria.
Ci si potrebbe azzardare a dire, se la cosa non suonasse un po' cinica, che per lui andare in guerra è un modo per fare poesia con altri mezzi: Il poeta-soldato è un poeta che veste i panni del soldato. C'è un episodio poco noto della sua avventura militare nella Grande Guerra, quando, imbattendosi al fronte in un soldato del quale riconobbe l'accento abruzzese, ebbe con lui il seguente colloquio (che riferisco così come ricordo), in dialetto, in quella lingua del cuore che sa andare diritta alle cose, senza tanti giri di parole:
- Ma si abbruzzés tu ? (Sei abruzzese tu?);
- Scì, e tu chi si ? (Sì, e tu chi sei?);
- So' Gabriele D'Annunzio! (Sono Gabriele D'Annunzio!);
- Ah...sì D'Annùnzie, e che stì ffà ècch?(Ah, sei D'Annunzio, e cosa stai facendo qui?);
- Quéll che sti ffà tu...(Quello che stai facendo tu..);
- Statt accort, ka ècch s' mòr! (Stai attento, che qui di muore!);
- Stàtt' accórt pur tu...( Stai attento pure tu...);
- Eh, ma s' mòr jì n' succèd nnént , ma s' t' mór tu, chi gl'arfà ùn' cumm' a ti? (Eh, ma se muoio io non succede niente, ma su muori tu, che lo rifà uno come te ? )
Stupendo! Si stenta a capire chi tra i due è il vero poeta in questo inedito dialogo, se il Vate già famoso, o l'oscuro fante incolto ma capace di cogliere il valore dell'arte.
E che dire di quest'altro scambio di parole, questa volta in perfetta lingua letteraria, che giusto un secolo fa si svolse tra il poeta-soldato e un ufficiale italiano che comandava la truppa incaricata di bloccare al confine l'esercito dei "ribelli" che avanzava verso Fiume?
- Chi va là: di qui non si passa! , grida l'ufficiale.
Si fa avanti allora il comandate-poeta e grida a nome di tutti i suoi uomini:
- Siamo italiani anche noi! Ecco i nostri petti: viva l'italia!
Un fremito di sacro patriottismo percorre tutti i cuori, dall'una parte e l'altra; le armi si abbassano, e ai dannunzuani si schude la strada di Fiume.
Fanno il loro ingresso nella città tra un tripudio di bandiere tricolori. La popolazione, quasi tutta italiana, presto riversatasi nelle strade e nelle piazze, letteralmente impazzita di gioia, abbraccia i soldati e inneggia al poeta che li guida. In quei momenti non c'è traccia di politica: c'è solo poesia allo stato puro :
Fiume anela a ricongiungersi alla madre-patria, cosa che avverrà qualche anno dopo.
Gabriele D'Annuzio, a poco più di ottant'anni dalla morte e a un secolo dall'impresa di Fiume : un gigante della letteratura italiana nato e cresciuto sotto il cielo del nostro magico Abruzzo.