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Cultura e Leggibilità

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Il periodo neorealista di Nino MIgliori al Vittoriano. INTERVISTA AL CURATORE ROBERTO MAGGIORI

2 agosto 2010 -

di Giovanni Chiaramonte. Durante gli anni cinquanta Nino Migliori esplora l'Italia attraverso l'obiettivo della sua macchina fotografica interessato alla realtà sociale finalmente accessibile e registrabile, dopo le censure del Ventennio. Ricercatore appassionato e instancabile,straordinariamente curioso e comunicativo, Nino Migliori ha esplorato la fotografia con e senza macchina fotografica, in qualsiasi maniera la sua inesauribile fantasia gli suggerisse. sperimentando le astrazioni dell'"off camera", la manipolazione delle Polaroid, le sovraimpressioni, i fotomontaggi e quant'altro, senza mai tralasciare la componente figurativa della fotografia che ritorna a intervalli regolari nel suo lavoro.


E' il caso di questa  personale curata da Roberto Maggiori, "Il passato è un mosaico da incontrare. Ritorno agli anni Cinquanta", ospitata fino al 5 settembre al Complesso del Vittoriano di Roma, in cui sono esposte circa cento fotografie, tra cui numerosi inediti, del periodo generalmente denominato Neorealista. L'incontro con le "genti" del sud, del nord, dell'Emilia e del Delta, offrono all'autore un pretesto per mettere in scena alcuni elementi che si riscontreranno pienamente nelle arti visive a partire dalla successiva stagione culturale degli anni '60. Ne parliamo con  Roberto Maggiori. Oltre che curatore è  critico d'arte, editore, è docente del corso di Storia della fotografia presso l'ISIA di Urbino, è stato anche direttore della rivista "Around Photography", e attualmente dirige l'attività della Casa Editrice Quinlan. Cominciamo col chiedergli:

Durante il fascismo gli occhi degli artisti dovevano  e potevano vedere solo le magnifiche sorti e progressive. Ovviamente appena possibile esplode la voglia di vedere la realtà senza il velo della retorica...

Dici bene, il fascismo in Italia aveva censurato tutto ciò che si relazionava con la realtà ammenoché questa non venisse ammantata da una retorica monumentale, penso ad esempio alle foto di autori di regime come Mario Bellavista. In poche parole si censurava la verità, che altro non è se non l'eliminazione della retorica da qualsivoglia tipo di racconto. Dopo la fine del Ventennio molti giovani accedono finalmente a nuove possibilità narrative che concedono la rappresentazione di località e situazioni fin lì inesplorate, con uno sguardo non necessariamente viziato da forme di estetizzazione spicciola. Migliori è tra i primissimi ad intraprendere con entusiasmo questa nuova avventura.

Migliori è uno sperimentatore: astrazioni, sovrimpressioni, fotomontaggi...

Sarei curioso di conoscere le date di certe foto di Migliori di  manifesti strappati. L'idea è sua o di Mimmo Rotella?

Nino è l'autore più curioso ed eclettico che abbia mai conosciuto, ha sperimentato veramente di tutto, dal foro stenopeico alle polaroid, dalla fotografia off camera al reportage, sempre reinterpretando i generi e inventandone di nuovi. I Muri e i Manifesti strappati in particolare sono realizzati in parallelo con le fotografie realiste pubblicate in "Il passato è un mosaico da incontrare". Già in quel periodo la sua ricerca si indirizzava su più versanti, quello che potremmo definire reportagistico e quello Informale. Nino è stato uno dei primi artisti Informali in Italia, basti pensare alle Ossidazioni del 1948 in cui tra l'altro compaiono le sue impronte digitali o altre impronte di parti del corpo come la bocca (1949), tutto in anticipo sui tempi, basti pensare alle successive impronte digitali di Manzoni o alle Antropometrie di Yves Klein.

Per quanto riguarda in particolare i Manifesti strappati, penso che, come per altri casi eclatanti, certe idee siano nell'aria e nel momento giusto gli artisti più sensibili e preparati riescano a coglierle. Non so dunque quanto possa essere rilevante chi sia arrivato prima, posso però dirti che per quanto ne so io i Decollage di Rotella iniziano nel 1955, mentre i Manifesti strappati di Nino risalgono almeno ad uno o due anni prima. A prescindere dalle diverse tecniche utilizzate, il senso di questi lavori mi sembra possa essere accomunato al clima Informale in cui si muovevano i due artisti, entrambi cercavano le stratificazioni del caso e della cultura, nel tempo e nello spazio, con una particolare attenzione alle forme di creatività "basse", ma anche alla pubblicità e all'invadenza sempre più incalzante delle merci, anticipando peraltro questioni che saranno amplificate dal New Dada, dalla Pop Art e dal Nouveau Realisme, tutti movimenti che si consolideranno di lì a poco. Piuttosto che interrogarmi sul chi sia arrivato prima, visto il ridotto lasso di tempo tra le due soluzioni, mi chiederei piuttosto come mai i Decollage di Rotella abbiano cifre che non sono paragonabili alle fotografie di Migliori. Non è in discussione ovviamente la valenza dell'artista armato di taglierino rispetto a quello munito di macchina fotografica, se pensiamo però che l'uno ha più o meno fatto le stesse cose per tutta la vita, mentre l'altro ha diversificato la sua ricerca trovando spesso soluzioni innovative, ampliando la ricchezza del suo corpus complessivo...

C'è poi da aggiungere che Walker Evans aveva anticipato tutti su questo versante già dal 1929, ma in Italia, a causa della censura fascista, questi lavori sono arrivati molto più tardi, per cui a Migliori va riconosciuto il merito di aver raggiunto queste soluzioni in totale autonomia, per primo in Italia e in chiave Informale.

Migliori chiama il neorealismo "miorealismo". Forse perchè all'epoca semplicemente 'fotografavano' (nel caso di Migliori ovviamente senza virgolette!)  la realtà senza la consapevolezza piena di inquadrarsi in una corrente artistica?

Si attinge sempre in qualche modo da qualcosa che ci precede. Lo stesso Neorealismo cinematografico, come ho spiegato nel saggio in catalogo, prende le mosse dagli esiti del verismo italiano e del realismo francese, senza contare l'influenza delle arti visive di pittori come Courbet o cineasti come Jean Renoir, figlio del noto pittore impressionista, che già negli anni '30 influenzava suoi allievi-assistenti del calibro di Luchino Visconti e Henri Cartier-Bresson. Pensa poi che il primo film neorealista potrebbe essere quello fatto da Paul Strand, quando nel 1932 realizza Reades (uscito in Italia col titolo I ribelli di Avarado), un film ambientato in Messico i cui attori, a parte il protagonista, sono pescatori del luogo intenti ad organizzare uno sciopero!

I fotografi del dopoguerra ovviamente avevano captato alcuni di questi influssi, e in modo più o meno consapevole li avevano messi in pratica, chi attraverso immagini d'effetto, chi – più sagacemente – con una disinvoltura più distaccata, seppur sempre guidata da quello "sguardo critico" che ritroviamo in ogni fotografia autorevole. Del Neorealismo nella fotografia di quegli anni possiamo ritrovare l'approccio diretto alla realtà, il pauperismo dei mezzi tecnici adottati e la scelta di luoghi e personaggi veri, a vantaggio di una ripresa più fresca, rivolta ad ambienti ritenuti disdicevoli. Ovviamente la censura del fascismo non aveva solo impedito certe pratiche, ma anche proibito la conoscenza degli autori stranieri, basti pensare che alcuni fotografi come Domenico Peretti Griva negli anni '50 ancora si dedicavano al pittorialismo, per dire del ritardo in cui versava l'Italia in quegli anni, completamente ignara dell'evoluzione sviluppatasi all'estero in materia fotografica. Per questo nell'immediato dopoguerra molti fotografi si ispireranno al cinema nell'impossibilità di riallacciarsi alle ricerche fotografiche fin li censurate. Altri partiranno invece consapevolmente proprio dal Neorealismo cinematografico. Mi viene ad esempio in mente un fotografo come Italo Zannier che in quegli anni era un appassionato di cinema intento a realizzare cortometraggi in 8mm, passato solo successivamente alla macchina fotografica per poi fondare il "Gruppo friulano per una nuova fotografia" – a cui si aggregherà anche Nino – presentato attraverso uno scritto redatto dallo stesso Zannier e considerato dallo studioso l'unico manifesto della fotografia Neorealista. Fatta questa lunga premessa si capisce come le posizioni dei vari fotografi, non necessariamente univoche, potevano sommariamente essere definite "neorealiste" pur non potendo vantare quella lucidità teorica che invece investiva i cineasti. Del resto la fotografia di quegli anni viveva un periodo di eroico dilettantismo.

Parlando nello specifico di Nino Migliori le cose si complicano ulteriormente perché le sue influenze erano se possibile ancor più sfaccettate, oltre al cinema, la sua attenzione è sempre stata attratta dalle posizioni dell'arte visiva più avanzata. Il suo realismo guarda alla pittura e al cinema con risultati però specificamente fotografici. La sua intelligenza visiva e progettuale gli permette già in quegli esordi giovanili di realizzare un racconto fotografico estremamente efficace, diretto all'apparenza, ma pieno di dettagli significanti che a ben guardare rivelano un occhio e una inventiva non comune che va al di là dei facili cliché associabili a questo genere di fotografia. I suoi riferimenti in ambito fotografico erano a quei tempi Paolo Monti e soprattutto Pietro Donzelli, ma fin dai primi anni '50 si dimostra un autore originale in grado di sganciarsi da certi luoghi comuni associati al Neorealismo per cercare una via personale meno mediata di quella cinematografica, con la gente reale al posto degli attori e il caso che subentra agli sceneggiatori. In definitiva per Migliori la macchina fotografica era, ed è, un incredibile strumento per relazionarsi con la realtà, per conoscerla meglio e appagare la sua instancabile curiosità e ricerca visiva.

In Migliori abbiamo un realismo all'americana o all'italiana? ci puoi spiegare il rapporto con Evans di cui accenni nel catalogo?

Secondo me il realismo ha delle influenze transnazionali e può semmai suddividersi attraverso cicli che si alternano. Di solito a un periodo di ripresa diretta e priva di orpelli, in cui si pone l'attenzione soprattutto sul cosa si riprende, ne succede un altro in cui si enfatizza la forma, il sentimentalismo sdolcinato o la spettacolarità tecnica. Tanto per fare degli esempi, in Francia si è passati da Atget ai fotografi della Magnum, negli Stati Uniti dalla Straight alla Street photography e in Germania dallo stile documentario di Sander alla Subjective photographie e poi di nuovo all'oggettività della scuola di Dusseldorf e così via... Migliori parte dal formalismo e dai miti francesi allora in voga per poi subito emanciparsene e approdare a questa forma di ripresa diretta in cui non si ricerca sempre a tutti i costi l'istantanea virtuosa o fatti particolarmente eclatanti. Il viaggio di Nino in quegli anni ci consegna il sud e il nord d'Italia colto nella quotidianità meno illustre, spesso in pose statiche, ponendo l'attenzione su alcuni dettagli come l'inquadratura nell'inquadratura o lo sguardo dei personaggi fotografati, evidenti metafore di quel saper vedere e saper prelevare a cui si può ricondurre fondamentalmente la Fotografia. Per questo ho associato questo suo primo lavoro a Walker Evans piuttosto che alla congerie umanista di derivazione francese allora in voga nel nostro paese, ma potrebbe essere tirato in ballo sotto certi aspetti anche Paul Strand, un altro autore che all'epoca Nino non conosceva; è dunque per virtù d'intuizione che il suo lavoro può essere ricondotto a certe visioni fotografiche d'oltreoceano.

Tornando a Evans, anche lui parte dal formalismo che però abbandona subito. Il suo lavoro appare "semplice", ma è molto riflessivo, inserisce spesso nelle sue fotografie, in modo discreto, raffinati dettagli metalinguistici (basti pensare che è considerato l'inventore delle fotografie nelle fotografie), si è sempre interessato alle manifestazioni vernacolari e alla cultura "povera", ma mai in chiave folcloristica o esotica, infine ha sperimentato di tutto, dalla candid camera alle fotografie autoreferenziali, dal reportage all'architettura, ponendo un'incredibile attenzione al montaggio e alla presentazione del suo lavoro nelle pubblicazioni editoriali, arrivando infine ad esporre nelle sue mostre anche oggetti e fotografie altrui attribuendo comunque il senso dell'opera alla sua scelta, al suo progetto d'autore. Tutto questo in anticipo sui tempi. Ovviamente la sperimentazione di Nino Migliori ha una forte impronta personale e il paragone con Evans può reggere nel caso di questo lavoro degli anni '50, per i Muri e i Manifesti strappati, pur con le dovute differenze. Migliori ha poi eccelso anche su altri versanti, quasi sempre anticipando i tempi, sperimentando formule ardite, ponendo molta attenzione all'arte visiva più avanzata e non lesinando mai l'ironia; in questo "metodo" mi sembra che questi grandi autori possano per certi versi essere accomunati.

In Italia forse non tutti sanno che abbiamo anche una sorta di 'verismo' fotografico, mi riferisco ovviamente al conte Primoli...

Primoli è stato un magnifico dilettante, che proprio in virtù di questo diletto, scevro da obblighi professionali, sul finire dell'Ottocento ha potuto investigare tra i primissimi le
 nuove possibilità offerte dalla fotografia istantanea, applicandola a una sorta di reportage sociale con estrema efficacia, pur con l'impaccio del treppiede e senza ovviamente l'ausilio dello scatto sequenziale. Si è trattato di una personalità molto colta, amico di Verga, Degas e altri artisti della sua epoca, che sul versante dell'istantanea ha precorso autori come Lartigue, Erich Salomon e lo stesso Cartier-Bresson. Anche Primoli a buon titolo potrebbe tranquillamente essere definito un precursore del Neorealismo in grado di anticipare con la fotografia i temi e le modalità di ripresa del movimento successivamente teorizzato da Zavattini. Come tutti i grandi outsider è purtroppo ancora misconosciuto, nonostante il lavoro fatto da Zannier in passato per promuovere più degnamente la sua figura.

Oggi siamo in piena crisi economica, grandi difficoltà di sopravvivenza per molti, eppure i tg e le tv generaliste dipingono una realtà patinata. Ma non è che dal Neorealismo abbiamo ancora parecchio da imparare?

Ci troviamo all'apice di una fase di decadenza culturale, e non solo, iniziata negli anni '80. Per fortuna i cicli culturali si alternano e dopo una fase di Medioevo solitamente ne sopraggiunge una di Rinascimento. Per rispondere meglio alla tua domanda, ovviamente oggi siamo agli antipodi del Neorealismo, alla ricerca della verità si è sostituita una grottesca messa in scena, alla propensione per una coscienza collettiva incentrata sull'etica è subentrato un puerile individualismo egocentrico e all'impegno spassionato, la 'furba' idiozia. Del clima Neorealista è rimasto ben poco in questa società infestata dai reality e dalla spettacolarizzazione, senza troppe pretese, di tutto e di tutti. Ma se l'immaginario massificato è al momento corrotto, esistono comunque artisti che in questo nuovo millennio, attraverso il video, la fotografia o il cinedocumentario, si rivolgono alla realtà con impegno, penso a Carlos Motta, Oliver Ressler, Aliona van der Horst, Wladimir Tchertkoff, Harun Farocki e Andrei Ujica, Maryann De Leo, Rossella Biscotti.

Passerei ore a guardare le fotografie, questa realtà bloccata in un frammento che quando è scorso forse sembrava insignificante ma che nella foto si assolutizza, resta vivo per l'eternità. Ho sempre pensato che con la fotografia abbiamo rubato a Dio un frammento del giudizio universale. Lui vedrà tutto del nostro passato, noi ne vediamo un frammento.
.. Alcune delle foto della mostra sicuramente ti colpiscono più di altre...

Nell'apprezzare una fotografia entrano in gioco tanti fattori, la storia, la formazione e la memoria di ognuno di noi, ma si tratta pur sempre di un viaggio nel tempo in stretta empatia con l'autore. E' ovvio che i lavori dei grandi artisti tendano all'universale e a raggiungere in un modo o nell'altro la sensibilità di tutte le persone attente e curiose. Nel mio caso non saprei davvero dirti quale fotografia mi colpisce di più, sarà banale, ma nel centinaio di foto esposte in mostra e nelle oltre duecento pubblicate nel catalogo più del novanta per cento mi catturano completamente e mi ritrovo a 'vivere' uno spazio e un tempo che, data la mia collocazione anagrafica, ho saltato a piedi pari. Quest'esperienza è possibile perché Nino negli anni '50, nonostante la giovane età, nella stragrande maggioranza di queste fotografie ha adottato uno stile estremamente sobrio, attento a non cedere alle lusinghe della facile estetizzazione. Per cui sono moltissime le foto che ti colpiscono ed è in questi casi che si percepisce la differenza tra un autore e un grande autore.

Otre che essere un critico d'arte insegni Storia della fotografia. La foto digitale ha moltiplicato i talenti o ha semplicemente banalizzato lo scatto... "tanto non costa"?

Gli strumenti cambiano così come le coscienze si evolvono, le due cose sono correlate. L'arte vive di queste continue ricombinazioni che si accordano alle urgenze dei propri tempi, attraverso un alfabeto coniato per il futuro. Metafore spicciole a parte, il talento non dipende dalla quantità della produzione materiale, ma dalla qualità e non intendo necessariamente la qualità formale o tecnica. Certo che ogni innovazione è sempre un arma a doppio taglio, sta nell'uso che se ne fa perderci o guadagnarci. Da un punto di vista storico, certa cultura fotografica ha sempre avuto diffidenze nei confronti dell'evoluzione tecnologica dello strumento; è stato così quando si è passati dalla fotografia posata all'istantanea, e poi dal bianco e nero al colore, e ora con il digitale. Se ne è sempre usciti, lasciandoci qualcosa alle spalle per acquisire probabilmente nuove modalità più adatte ai tempi che cambiano.

Oggi chi sono i grandi talenti della fotografia?

La produzione fotografica dei nostri tempi è numericamente strabordante ed è dunque difficile conoscere in tempo reale tutto quello che offre. Diciamo che i primi autori interessanti che mi vengono in mente tra quelli che hanno meno di cinquant'anni sono artisti come: Richard Billingam, Alec Soth, Giuseppe Gabellone, Michael Sailstorfer, Juergen Teller, Diego Perrone, Rossella Biscotti, Daniele Pario Perra, Mika Rottenberg, Ryan Mc Ginley, Cuoghi Corsello, Ed Templeton, Glen E. Friedman, e anche autori esordienti come Filippo Romano, Marcello Galvani, Sabrina Ragucci. Ovviamente non ho fatto distinzione tra chi fotografa e basta e chi usa la fotografia come un mezzo tra gli altri. Non distinguo neanche tra generi e poetiche, quello che mi interessa della fotografia è proprio il suo enorme, ambiguo e contraddittorio potenziale.

L'Italia ha un posto rilevante nel mondo della fotografia?

La rilevanza nel mondo della cultura non dipende purtroppo solo dagli autori, ma soprattutto da un Sistema forte che li veicoli e promuova al di là dei confini nazionali. L'Italia come sappiamo, negli ultimi trent'anni non ha fatto che smantellare questo Sistema incriminando la cultura come improduttiva, devolvendogli un finanziamento da terzo mondo invece di investire nell'unica eccellenza che possiamo vantare. Un'eccellenza peraltro che non teme concorrenza, in grado di garantire il più sicuro degli investimenti. Pensiamo ora alla pragmaticità statunitense che investendo proprio nella cultura autoctona ha colonizzato l'intero occidente attraverso l'arte, la musica, la letteratura, ecc, con un ritorno economico incredibile conseguente all'esportazione dello stile di vita e dei prodotti made in USA, altro che cultura improduttiva! Non è un caso che la fotografia più sviluppata, oltre a quella nord americana, sia quella francese, tedesca e di certi paesi del Nord Europa, tutte nazioni che non lesinano in cultura. I benefici di queste politiche ricadono poi, grazie al prestigio acquisito, su tutto l'apparato economico del paese, come hanno ben capito anche i cinesi che stanno indirizzando sempre più risorse su questo versante.

E' grazie alla "lungimiranza" dei nostri amministratori della cosa pubblica che, otre ad avere un tasso d'ignoranza tra i più elevati d'Europa, ci ritroviamo ad essere il fanalino di coda nella fotografia, e in tutto il resto. Insomma, come dice un vecchio adagio: "investire in cultura costa, ma risparmiare, costa ancora di più".

 

Roberto Maggiori è critico d'arte, editore, curatore e docente del corso di Storia della fotografia presso l'ISIA di Urbino (dove ha insegnato sia alla specialistica che al triennio). In passato ha insegnato anche Teoria e storia della fotografia all'Accademia di Belle Arti di Rimini ed è stato collaboratore alla didattica presso l'Università di Venezia (IUAV). Dal 2003 al 2009 ha diretto la rivista "Around Photography", attualmente dirige l'attività della Casa Editrice Quinlan che ha in catalogo una collana di saggistica e una divulgativa, oltre a diversi cataloghi d'autore. Iscritto all'Ordine Nazionale dei Giornalisti dal 1998, ha pubblicato diversi approfondimenti sulla pagina culturale del quotidiano "il manifesto", su "Queer" (inserto culturale domenicale del quotidiano "Liberazione"), su "Exibart on paper" e naturalmente su "Around Photography". Ha partecipato a numerose conferenze e tavole rotonde sulla fotografia e curato le mostre: "Fake Movement" (nel 2007, insieme a Marinella Paderni ed Elvira Vannini), video rassegna internazionale con gli artisti Carles Congost, Christelle Lheureux, Rossella Biscotti, Daniel Pflumm, Susi Jirkuff, Keren Cytter, Anri Sala, esposti alla galleria Neon di Bologna; "Il passato è un mosaico da incontrare", esposizione di Nino Migliori, presso il Salone Centrale del complesso del Vittoriano a Roma (2010) e "Italo Zannier fotografo", mostra delle fotografie del noto studioso esposte alla Fondazione Tito Balestra di Longiano (FC), nell'ambito del SI Fest 2010. Tra le sue ultime pubblicazioni "Peggy in Venice" (2010), catalogo dell'esposizione del fotografo Nino Migliori al Museo Guggenheim di Venezia.

 

IL PASSATO E' UN MOSAICO DA INCONTRARE
A cura di Roberto Maggiori
Fino al 5 settembre
Complesso del Vittoriano - Salone Centrale
Via Di San Pietro In Carcere
Roma

Orario: tutti i giorni 9.30 –19.30

INGRESSO GRATUITO

Per informazioni: tel. 06/6780664


CATALOGO:

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2010
PAGINE: 264
IMMAGINI: 238 illustrazioni in b/n
FORMATO: 24 x 30 cm
PREZZO: euro 39,00
CODICE ISBN: ISBN 978-88-903232-7-0
DISTRIBUTORE: www.apeironbookservice.com

www.aroundphotography.it


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