venerdì 2 agosto 2019

Finalmente la vera storia dell'arancino con la "o". Forse.

La prima friggitoria nel catanese fu impiantata ad Aci Trezza nel “400 da un palermitano, tale Salvatore Alfano detto “Sputant’allogghiu” per il metodo con cui saggiava la temperatura dell’olio nella padellona. 

L’Alfano arrivò nel ridente villaggio di pescatori dopo essere stato cacciato con disonore dalla “corporatione di li arancinari et panellari di la Felicissima civitate di Palermu” a causa della reiterata produzione di “arancine sine forma et sapuri, et di molto perniciose”. Non potendo chiamare i suoi manu(mis)fatti "arancine" per non provocare la reazione della potentissima “corporatione" della capitale che non ammetteva deroghe alla qualità (in pratica, una forma di DOP quattrocentesca), fu costretto a modificarne il nome e l’aspetto, che non dovevano assolutamente essere tali  da creare confusione con i tondi deliziosi originali, pena la denuncia alle autorità preposte al rispetto delle ordinanze del regno (che allora erano molto solerti). 
Salvatore Alfano Sputant’allogghiu decise così di chiamare il suo malloppo fritto "Riso Acìno" (e non “Acitàno”, perché allora si diceva così). Quanto alla forma, il nostro furbo friggitore ebbe il colpo di genio di dargli quella di quei faraglioni vanto di Aci Trezza che aveva sempre sotto gli occhi. 
Gli abitanti del posto, che mangiavano solo pesce, trovarono il faraglioncino di riso una meravigliosa novità, si innamorarono perdutamente di quella cosa pizzuta dall’aspetto così familiare e, dal momento che i siciliani di quelle parti sono una razza particolarmente forte, riuscirono ad acquisire la resistenza alle intossicazioni enteriche che avevano causato l’emigrazione forzata di Sputant’allogghiu da Palermo. E finalmente, scomparse le corporazioni, trovarono il coraggio di dargli il nome dell'insuperabile palla palermitana. Ma il minifaraglione di riso era ormai noto semplicemente come “acìno”, al maschile: il passaggio ad "arancino", di cui “acìno” sembrava una forma abbreviata, fu obbligato, e a chi contestava la deformazione al maschile del tradizionale “arancina”, il nuovo nome venne giustificato col fatto che in siciliano l'arancia si chiama "aranciu". 
Oggi l’“arancino” ha conquistato la metà orientale della Sicilia grazie allo spirito imprenditoriale dei catanesi ma anche, è giusto riconoscerlo, ai loro incessanti sforzi per imitare l’arancina palermitana, che hanno portato l’arancino di oggi a un livello di qualità di cui, pur se incomparabilmente inferiore a quello dell’arancina, l’esule Sputant’allogghiu sarebbe orgoglioso. 
E vi ho raccontato come andarono le cose. 
Ma mi raccomando, non cercate riscontri storici di quanto vi ho detto: non ce ne sono. Dovete fidarvi… e sono sicuro che i lettori della sicilia occidentale lo faranno. Su quelli della sicilia orientale ho qualche dubbio…
Ma forse hanno ragione.
Carlo Barbieri
Nota: Immagine dal web 

Carlo Barbieri è nato nel 1946 a Palermo. Ha vissuto nel capoluogo siciliano, a Catania, Teheran e Il Cairo, e adesso risiede a Roma. Ha pubblicato Pilipintò-Racconti da bagno per Siciliani e non, e i gialli La pietra al collo, Il morto con la zebiba (ripubblicato nella collana Noir Italia de IlSole24Ore), Il marchio sulle labbra, Assassinio alla Targa Florio e La difesa del bufalo, gli ultimi tre con Dario Flaccovio Editore. Con la stessa casa editrice ha pubblicato anche la raccolta di racconti Uno sì e uno no. Il suo ultimo libro, dedicato ai lettori più giovani, è Dieci piccoli gialli edito da EL/Einaudi Ragazzi. Barbieri è stato premiato, fra l’altro, al Giallo Garda, al Città di Cattolica, al Città di Sassari, all’Efesto-Città di Catania, allo Scerbanenco@Lignano e, per due volte, all’Umberto Domina. Cura una rubrica con Malgradotutto e collabora con diverse testate web fra le quali fattitaliani.it e MetroNews, il quotidiano delle metro di Roma, Milano e Torino.