mercoledì 3 luglio 2019

Leandra Tartaglia performer, attrice, fotografa "attratta da ogni forma d'arte, quasi come una falena è attratta dalla luce"

Intervista di Andrea Giostra.
Ciao Leandra, benvenuta e grazie per la tua disponibilità. Se volessi presentarti ai nostri lettori cosa racconteresti di te quale attrice di teatro e artista?
Buongiorno, innanzitutto grazie a voi per il vostro invito. Sono sempre stata attratta, sin da giovanissima, da ogni forma d'arte, quasi come una falena è attratta dalla luce, io sono sempre stata ammaliata dalle luci di quel mondo. Consapevole delle insidie e delle difficoltà che avrebbero potuto ostacolare il mio cammino, ho cercato di non pormi limitazioni e di essere versatile in campo artistico. Fu proprio questo che mi spinse a frequentare l'Accademia delle Belle Arti di Brera, dove qui ho studiato prevalentemente pittura. Col tempo ho sentito di dover ampliare i miei orizzonti. Sperimentando la fotografia, seguendo corsi di Burlesque e frequentando scuole di Teatro, sono giunta ad eseguire spettacoli-performance in tutta Italia. Ci tengo a sottolineare, che il soggetto che preferisco, è “me stessa”, riconoscendo di essere una persona alquanto egocentrica, senza pormi mai il problema se questo lato di me possa definirsi un pregio o un difetto, e proprio questa mia caratteristica, mi ha portato ad essere sia al di là di una tela, che aldilà di una macchina fotografica, avendo posato innumerevoli volte per pittori e fotografi, ed essere stata scelta per ricoprire ruoli principali in varie Performance. Forse sarò stata aiutata dalla voglia nel vedermi protagonista, che ad oggi, anche se so che il cammino è ancora molto lungo, sono felice di aver saggiato alcune di quelle forme d'arte che anni fa mi facevano sognare, però, quando senti il calore ed i complimenti del pubblico, oppure artisti che ti definiscono “Musa ispiratrice”, allora capisci che la scelta che hai fatto, è quella giusta.
Recentemente hai lavorato ad uno spettacolo-performance innovativo e particolare dal titolo “Please Don't touch me”. Lo vuoi raccontare ai nostri lettori? Come è nato questo progetto e come è stato realizzato?
Si ho avuto il piacere di essere stata selezionata come prima modella, performer per questo evento artistico assolutamente innovativo. Angelo Orazio Pregoni mi ha ritratta a misure reali, nuda, e coperta con un telo dipinto durante la performance! Mentre Angelo mi cospargeva di essenze e profumi, con dripping e pennellate, io restavo immobile sotto la tela nella posizione del dipinto. Una cosa fantastica! Poi, sollevato il telo, mi sono rivelata, e il pubblico mi è venuto a odorare, come fossi una moulitte umana. Una performance commovente, che ha messo la donna al centro del tutto, e in quel tutto io ero pittura, carne, ossa… e sentimento.
Ci saranno altre repliche? Se sì, dove e quando?
Ci saranno altre repliche, per quanto diverse dalla prima. Pregoni vuole dipingere almeno altre cinque tele con donne nude e bendate come ero io. Mi auspico di continuare a far parte delle prossime performance, questa volta in scena, durante gli avvenimenti che accadono prima dell’azione di Pregoni. Comunque sono felice di essere stata la prima donna al mondo a diventare un opera di “antropoformismo olfattivo”.
Qual è il percorso artistico che ti ha condotto dove sei ora?
Il percorso artistico che ho sempre seguito nasce da curiosità e sensibilità. Fare arte e far parte dell’arte significa anche mettersi in gioco, e lasciarsi condurre da un flusso che spesso a priori e ineffabile e indefinibile.
Come definiresti il tuo stile recitativo? C’è qualche attore o attrice ai quali ti ispiri?
Ritengo di non aver nessun stile recitativo in particolare, né di avere avuto mai alcuna ispirazione da un’attrice o da un attore, penso sia un mio punto di forza, ritenendomi un artista poliedrica, pronta a mettermi in gioco sperimentando esperienze tra le più disparate tra loro, senza nemmeno pormi il problema della riuscita.
Registi teatrali? Chi sono i più importati secondo te e con chi vorresti lavorare?
Importanti ve ne sono tanti, ma Carmelo Bene quello che ho maggiormente seguito, ed è sempre stato per me un importante riferimento in ambito professionale, per la caratteristica di distruggere l’IO in scena. Al momento non ho in programma nello specifico di lavorare con un regista teatrale particolare, ma, se mi si ponesse l’opportunità di recitare in una rappresentazione teatrale, ovviamente la prenderei in considerazione, anche se al momento sono concentrata a sviluppare alcuni miei progetti personali. Se proprio dovessi pensare al tipico sogno nel cassetto, dovrei spostarmi dal mondo del teatro, a quello cinematografico, facendo il nome di Pedro Almodovar, che oltre a ritenerlo un regista geniale, dotato di una creatività straordinaria, mi ritrovo perfettamente in molti personaggi decisamente fuori dal comune, da lui diretti.
«L’essenza della forma drammatica è lasciare che l’idea arrivi allo spettatore senza essere formulata con troppa nettezza. Una cosa detta in modo diretto non ha la stessa forza di ciò che le persone sono costrette a scoprire da sole.» (tratto da “Il più grande azzardo di Kubrick: Barry Lyndon”, di Marta Duffy e Richard Schickel, pubblicato su Time, 15 dicembre 1975). Cosa ne pensi di questa frase di Kubrick? Nel teatro secondo te come va innescata la forza della drammaticità di una rappresentazione?
Devo dire che questa domanda mi è abbastanza congeniale, in quanto di questa frase ne ho fatto la mia fonte d’arte mettendo a disposizione tutte le mie potenzialità recitative e talvolta anche solo visive, cercando di celare quello che verrà di seguito, dando pochi punti di riferimento e creando contrasti, quindi secondo il mio pensiero la drammaticità di una rappresentazione è semplicemente non far capire quello che potrebbe succedere nella scena successiva, né far sì che abbia assolutamente nessuna intuizione su un finale.
Charles Bukowski, grandissimo poeta e scrittore del Novecento, artista tanto geniale quanto dissacratore, in una bella intervista del 1967 disse… «A cosa serve l’Arte se non ad aiutare gli uomini a vivere?» (Intervista a Michael Perkins, Charles Bukowski: the Angry Poet, “In New York”, New York, vol 1, n. 17, 1967, pp. 15-18). Tu cosa ne pensi in proposito. Secondo te a cosa serve l’Arte della recitazione, l’arte teatrale?
Ovviamente, visto che io mi sono sempre interessata ad ogni forma d’arte, mi viene difficile soffermarmi esclusivamente su quella relativa alla recitazione, ogni forma d’arte segue innumerevoli stili ,detto questo, se una persona cresce con l’arte oppure si appassiona sin dalla giovane età, è abituata a tutto ciò, ed ogni risposta potrebbe risultare addirittura banale, o comunque già sentita molte volte, penso che bisogna immedesimarsi in una persone che l’arte non l’abbia mai seguita, o magari, solo marginalmente, quelle persone che pensano che un’artista è un personaggio indefinito, quello che non ha voglia di fare nulla, che si è inventato l’alternativa al lavoro comune, penso che invitando questo tipo di persona a visitare una galleria d’arte, piuttosto che una mostra fotografica, piuttosto che uno spettacolo teatrale, magari in un luogo coinvolgente immagino che dopo aver visto cose che potevano sembrare senza un senso logico, possano dar vita ad una curiosità, ad una voglia di conoscere un mondo prima semi sconosciuto, e magari portare ad avere una creatività prima nascosta, se poi devo pensare nel dettaglio ad una rappresentazione teatrale, penso che sia come avere un libro di fronte a se, si guarda ugualmente ma invece di leggerlo si ascolta.

Perché secondo te oggi il teatro è importante e va seguito?
Ritengo che il teatro sia importante e va seguito per vari motivi, oggi si vive in un mondo dove trionfa il virtuale, e talvolta addirittura la finzione. Tutto questo viene trasferita anche nei film, pieni di effetti speciali, e scene difficilmente realizzabili, ed in tutto questo manca la cosa più importante, la magia del trasmettere. Uno spettacolo teatrale innanzitutto è “live” con tutte le problematiche che comporta, difficilmente una rappresentazione può essere identica ad un’altra, il piccolo ritardo di una battuta un passo fatto diversamente, alcune espressioni, dei visi differenti e cosi via, è bello pensare che ogni rappresentazione è unica.
I tuoi prossimi progetti? Cosa ti aspetta nel tuo futuro professionale che vuoi raccontarci?
Per quanto riguarda i miei prossimi progetti ed ovviamente il mio futuro in ambito professionale, preferisco non svelare alcunché ma ho tanto ancora da mostrare, idee particolari che spero vivamente potranno stupirvi.
Immagina una convention all’americana, Leandra, tenuta in un teatro italiano, con qualche migliaio di adolescenti appassionati di teatro e di cinema. Sei invitata ad aprire il simposio con una tua introduzione di quindici minuti. Cosa diresti a tutti quei ragazzi per appassionarli al mondo della recitazione, del teatro? Quali secondo te le tre cose più importanti da raccontare loro sulla tua arte?
Se mi fossi concessa una tale opportunità certamente cercherei di far comprendere ai ragazzi d’oggi cosa sia l’arte che non è che espressione estetica dell’interiorità e dell’animo umano. Darei loro, inoltre, invertendo l’ordine regolare di una conferenza, la possibilità di essere sottoposti ad una serie di domande circa le origini di questa loro passione e in che modo vorrebbero coltivarla. In fondo non si smette mai di imparare chissà quante cose potrebbero insegnarci quei ragazzi che hanno gli occhi carichi di sogni e grandi aspettative.
Dove potranno seguirti i nostri lettori e i tuoi fan?
Dalle pagine social che sono elencate a seguire. Grazie alla Redazione per l’intervista, e grazie ai lettori che la leggeranno.

Leandra Tartaglia

Andrea Giostra