domenica 28 luglio 2019

Cappella Sansevero, Fabrizio Masucci: la potenza espressiva del Cristo Velato non è mai pienamente afferrabile. L'intervista di Fattitaliani

Il Cristo velato è una delle opere più note e suggestive al mondo scolpita da Giuseppe Sanmartino nel 1753 e posto al centro della navata della Cappella Sansevero a Napoli in Via de Sanctis Francesco, 19/21 (storia e gallery fotografica). Fattitaliani ha intervistato il Direttore Fabrizio Masucci.

Direttore, il Cristo velato è di una bellezza!... Ma c'è il trucco o no? Circolano leggende sulla sua committenza... lo scultore ucciso per non svelare la lavorazione... O sono vere storicamente?
Alcuni documenti conservati nell’Archivio Storico del Banco di Napoli attestano che, dopo la morte dello scultore Antonio Corradini nel 1752, cui inizialmente era stato affidato il progetto di realizzare il Cristo velato, Raimondo di Sangro (biografia) incaricò un giovane artista napoletano, Giuseppe Sanmartino, di realizzare “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua”.
Ritratto Raimondo di Sangro. Incisione con ritratto di Raimondo di Sangro, Carlo Amalfi e Ferdinando Vacca, 1747-50 ca. Foto di Massimo Velo
Naturalmente, le fonti storiche non hanno rappresentato un freno alla fantasia dei napoletani. Tant’è che già nel diciottesimo secolo si diceva che la trasparenza del sudario in cui è avvolto il Cristo fosse il frutto di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto da Raimondo di Sangro. Mentre di Giuseppe Sanmartino si è tramandato che venisse accecato dallo stesso principe, il quale voleva impedire che lo scultore riproducesse il Cristo velato.
Tutte leggende, naturalmente: l’opera di Sanmartino è interamente di marmo di Carrara, e lo scultore ha continuato a lavorare tranquillamente fino alla vecchiaia. Tali leggende, però, ci danno la misura della notorietà di cui godeva Raimondo di Sangro e dell’interesse che suscitava nei napoletani.
Fabrizio Masucci
Artisticamente è di straordinaria bellezza. Eleganza stilistica, mistero, morte. Lei che pensa?
Credo che il Cristo velato sia dotato di una potenza espressiva fortissima e, allo stesso tempo, mai pienamente afferrabile. Nella sua contemplazione, infatti, si apprezza il valore artistico, l’eleganza dello stile, la maestria della tecnica, ma anche la drammaticità di un’opera che, prestandosi a diverse possibilità interpretative, incarna i concetti di morte e resurrezione.
Il Cristo velato, la cappella, il quartiere sono un tutto unico. Una sola straordinaria opera: l'anima napoletana... È d'accordo? 
I napoletani del centro storico sono intimamente legati alla Cappella e al principe Raimondo di Sangro, che loro chiamano semplicemente “’O Principe”. Forse nei secoli è cambiato l’atteggiamento nei confronti di una personalità tanto poliedrica e sperimentatrice. Considerato mago e alchimista in vita, spirito guardiano del suo palazzo e della sua Cappella dopo la morte, oggi Raimondo di Sangro sta vivendo finalmente una fase di attenta rivalutazione e se ne sta delineando un più corretto profilo intellettuale. Intanto, possiamo senz’altro affermare che già da alcuni anni l’opera più importante conservata nel suo mausoleo, il Cristo velato, sia per molti il simbolo della città di Napoli nel mondo.
Il Cristo non è l'unico tesoro della cappella; anche le sculture anatomiche sono straordinarie! Sono ovviamente un po' oscurate dall'attrazione principale. Un commento.
Esatto, il Cristo velato è senza dubbio l’opera più nota del museo che, come dice lei, un po’ oscura non solo le altre opere, ma anche il nome di Raimondo di Sangro, suo committente, e dello scultore Giuseppe Sanmartino. Le Macchine anatomiche o Studi anatomici (storia), conservati nella cavea sotterranea della Cappella, sono gli scheletri di un uomo e di una donna in posizione eretta, con il sistema arterovenoso quasi perfettamente integro. Furono realizzate dal medico palermitano Giuseppe Salerno e rappresentano la testimonianza più evidente della pluralità di interessi del principe Raimondo, che – tra l’altro – conservava questi due oggetti vagamente inquietanti nel suo appartamento privato.
Foto di Marco Ghidelli
Qual è la sua preferita e perché? 
È difficile dirlo, ma mi fa piacere segnalare la statua del Disinganno, che fu realizzata nel 1753 dallo scultore genovese Francesco Queirolo. La scultura è dedicata ad Antonio di Sangro, duca di Torremaggiore e padre di Raimondo che, dopo la prematura morte della moglie, si diede a un’esistenza disordinata. Si sa che addirittura commissionò un omicidio e che successivamente dovette fuggire per tutta Europa, ma in vecchiaia, ormai stanco e pentito degli errori commessi, tornò a Napoli, dove trascorse gli ultimi anni nella quiete della vita sacerdotale. La scultura rappresenta un uomo nell’atto di liberarsi da una fitta rete in cui è imbrigliato e trovo che sia eccezionale non solo per la virtuosistica esecuzione della rete, ma soprattutto per la modernità del messaggio trasmesso dalla lapide, sulla quale si legge, tra le tante cose, che non è data l’esistenza di grandi virtù senza vizi e che quindi per poter accedere alla virtù è necessario passare attraverso l’errore.
Possiamo affermare che qui si comprende il grande mistero dell'arte: forse inganno, forse realtà? 
Non saprei ben dire se il nostro museo è in grado di svelare e far comprendere il mistero dell’arte; sicuramente è un luogo particolare in cui tutte le opere, che rispondono ad un preciso progetto iconografico voluto da Raimondo di Sangro, raggiungono l’intento del loro committente: suscitare meraviglia e generare un appagante “inganno” sensoriale. Giovanni Chiaramonte.
Foto copertina: Marco Ghidelli