sabato 8 giugno 2019

Il pianista Gregorio Nardi: un mondo variegato, colmo di contrasti, sorto da radici disuguali: è questa l’Europa che conosco e che amo. L'intervista di Fattitaliani

(Prenotarsi qui) Martedì 11 giugno all'Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles il pianista Gregorio Nardi eseguirà alcuni brani di Chopin, Wagner, Schumann, Liszt, Debussy... in occasione del finissage della mostra À travers le miroir di Gianfranco Vinay. Ne parla a Fattitaliani: l'intervista.
In che cosa consisterà l'appuntamento all'IIC di Bruxelles? 
Il concerto è stato organizzato a chiusura di un’importante mostra: una serie di tableaux-miroirs dipinti su specchi da Gianfranco Vinay; che noi conosciamo piuttosto come magnifico musicologo, uno dei massimi in Italia, ma che è anche un raffinato artista. Quasi tutti i miroirs hanno riferimenti musicali, che ho raccolto nel programma; altre allusioni le ho proposte io, intrecciando temi che sono fondamentali per il compositore quanto per l’interprete. Un esempio: eseguirò La Plainte, au loin, du faune, un capolavoro di Paul Dukas composto nel 1920 e pensato come tombeau per la morte di Debussy. Il tema del Fauno si riferisce al suo estenuato specchiarsi nelle acque del lago - ecco il miroir - ma anche a Dukas che si specchia nella musica del suo grande antagonista, Debussy. All’interno del programma ci sono innumerevoli riferimenti: Merran’s dream di György Kurtag cita un tema di Voiles di Debussy, che è alla base di un’altra creazione di Vinay; l’incanto marino dei due brani si ritrova in Meeresstille di Robert Franz. Il compianto funebre di Dukas trova uno specchio naturale nell’Andante e Variazioni di Haydn, anch’esso lamento per la morte di una giovane amica del compositore.
Viaggiando come pianista e docente in Europa e nel mondo si accorge di un'atmosfera comune che riguarda il mondo della musica? nella sua produzione e nella ricezione da parte del pubblico?
Domanda difficile, vien fatto di rispondere “sì e no”. Se pensiamo al mondo musicale fortemente pubblicizzato, i giganti attenti a somigliare a se stessi senza sorpresa alcuna, le scoperte di talenti straordinari che il più delle volte spariscono nel lasso di un mattino, le imprese culturali fabbricate per dar materia di chiacchiera e che di culturale hanno ben poco - sì, penso l’Europa mostri una certa unità di proposta. Se andiamo a vedere i veri luoghi della musica, laddove pochi musicisti appassionati e informati s’incontrano cercando risposte alle tante domande che la musica ci pone, noto invece una situazione multiforme, sia tra chi fa la musica sia tra chi la fruisce: gusti molti dissimili, clima intellettuale ancora improntato a esperienza nazionali, anche strumenti - biblioteche, scuole, orchestre, teatri - organizzati in modo da risolvere necessità differenziate. Un mondo variegato, colmo di contrasti, sorto da radici disuguali: è questa l’Europa che conosco e che amo.
Quando è stato il suo primo approccio al pianoforte? Racconti...
Vengo da una famiglia di musicisti, la nostra casa a Firenze era piena di suoni: i miei nonni e i miei genitori al pianoforte, i loro allievi, la musica registrata o trasmessa alla radio, gli amici concertisti che passavano da noi per studiare. Confesso che ho provato a difendermi, avrei voluto dedicarmi alla Storia, o a uno strumento a fiato (che, coi miei polmoni, senza dubbio non avrei potuto suonare). Presto mi sono reso conto che la musica era il linguaggio che mi permetteva di comunicare con la mia famiglia, con le mie memorie. 
E la sua prima esibizione?
Sono stato tutt’altro che un enfant-prodige. A chiusura delle scuole elementari eseguii per un saggio una semplicissima trascrizione. Salutai con sussiego, suonai bene per la gioia di tutta la mia famiglia, anche i genitori di mia madre che penso mi abbiano ascoltato in pubblico solo quella volta. Quando mi alzai ero tutto emozionato, travolsi il panchetto, dimenticai di salutare: che bella sensazione, era tutta un’altra musica, avevo scoperto la gioia di comunicare emozioni e pensieri.
Lei ha avuto come insegnanti i suoi nonni: può condividere con noi un momento particolare che Le viene subito in mente?
Anni di lavoro insieme, i nonni erano straordinari didatti, la sala di pianoforte principale al Conservatorio di Firenze è tuttora dedicata a Rio Nardi. Ho così tanti ricordi del lavoro comune, che mi accompagnano ogni giorno mentre studio. Passavamo ore insieme, ogni giorno, la sera, studiavamo a due pianoforti, a volte cercando movimenti simili, tentando di fraseggiare insieme. Non si trattava di copiare il maestro, no davvero, ma di allontanarsi da se stessi - non so se mi spiego - per saper padroneggiare eventualità diverse dalle proprie anguste necessità. Saper crescere o rallentare o accentare o chiudere una frase in mille modi diversi. Un ricordo tra mille altri: iniziai un brano senza particolare cura, mio nonno mi fermò. “Quando cominci a suonare”, mi disse, “spezzi la cosa più sacra che esista al mondo: il silenzio. Puoi farlo solo se un suono altrettanto sacro ne prenderà il posto”. 
Era una scuola di grandi colori, immensa polifonia, articolata costruzione ritmica. Mi hanno insegnato a far tesoro del fraseggio di ogni altro strumento: emettere suoni come un oboe, un violoncello, una voce umana. Saper suonare fortissimo ma in lontananza; pianissimo ma tagliente; velocissimo ma rilassato; lento ma incalzante. Soprattutto, non perder mai di vista lo stupore della musica: ogni volta che iniziamo un brano, quel pezzo non è stato ancora composto, non esiste, si svelerà passo per passo.
Al di là delle lezioni musicali, quale loro insegnamento tiene tuttora presente?
L’esperienza dei nonni, e ancor più quella di mio padre, era intensamente pagana. Mi hanno insegnato ad attraversare la vita come un mistero meraviglioso, ammirando le cose presenti concesseci dagli Dei, rallegrandosi delle sorprese, dei controsensi, dell’incredibile bellezza e sacralità della natura.
Lei collabora spesso con artisti di altri ambiti: la collaborazione con altri musicisti è frequente, flessibile, aperta?
Flessibile e, negli anni, meno frequente. Ho raggiunto un’età nella quale ho bisogno di più tempo per ricercare in me stesso un preciso filo del discorso. Il dialogo con un altro artista, la collaborazione con un cantante o uno strumentista restano essenziali, ma non necessariamente insostituibili. Ma non mi priverei mai della gioia di incontrare alcuni amici importanti, e di far musica con loro.
Ascolta altri generi di musica: hai dei nomi preferiti nella sua personale playlist?
Ahi, che lista lunga sarebbe! Sono così poco snob nei miei gusti musicali. Ha presente tanti che si sentono importanti e colti quando esprimono tediose e scialbe verità tipo “Bach è il più grande dei musicisti”? Certo che lo era! Non saprei come metterlo in dubbio: suonarlo e ascoltarlo arricchisce la nostra vita. E per fortuna non è l’unico. Non mi priverò del piacere di Charles Trenet o Paolo Conte. Né le Sonate di Beethoven eseguite da Schnabel - interpretazione che io venero - mi impediranno di entusiasmarmi per La ragazza di Ipanema suonata da Earl Hines o per il Limhouse Blues di Cliff Jackson. I meravigliosi canti georgiani o sardi e i riti degli sciamani in Africa o in Mongolia; i Blues di Rosetta Tharpe o di Robert Johnson; i canti tradizionali norvegesi; il Rocky Horror Show … vuole davvero che continui? È una lista senza fine. Sono convinto che separare la musica classica - un Ricercare di Frescobaldi, una Sonata di Schubert, un ciclo liederistico di Hugo Wolf, una sinfonia di Bruckner, un’Opera lirica di Ravel - dall’immenso oceano di musica che ci circonda, creare un’isola felice e molto chic nella quale albergano solo i grandi nomi ossequiati (e, troppo spesso, assai mal conosciuti) significa tagliare le radici della nostra necessità di far musica. L’arte contemporanea, quella che costa milioni, è ormai relegata in ghetti che sono le gallerie d’arte e i musei. Vediamo di non far lo stesso con la musica. 
Qual è stato il complimento che più di ogni altro la gratifica?
Ci penso e ne escludo molti, perché l’aso ‘d Cavor as lauda da sol, come dicevano i vecchi piemontesi, e proprio non vorrei il ruolo dell’asino di Cavour.  Gliene racconto uno solo che mi sta a cuore. Nel 1990 suonai le Variazioni di Anton Webern ad Atene: un capolavoro del Novecento di assai difficile godibilità, che purtroppo vien suonato (Le cito Webern a memoria) “una nota a sinistra, una a destra, sembra la musica di un pazzo”. Cercavo di sprofondare in quell’abisso di poesia, felice di sentirne la bellezza, ma poco fiducioso nella reazione del pubblico. Nel retro venne a salutarmi una vecchia greca, piccola, curva, vestita e truccata di nero, gli occhi umidi di lacrime. “Le non riuscirà a convincermi”, mi disse in francese, agitando un dito, “ma ho pianto per tutto il tempo”. Che altro potrei desiderare dal mio pubblico? Giovanni Zambito.
Biografia
Gregorio Nardi è nato nel 1964 a Firenze, da una famiglia di artisti e di scrittori. I suoi insegnanti furono i nonni Rio Nardi e Gregoria Gobbi, un celebre duo pianistico formatosi alle scuole di Giuseppe Buonamici, di Ernesto Consolo, di Ferruccio Busoni. Dal 1980 ha studiato anche con Wilhelm Kempff, del quale è stato l’ultimo allievo. La sua attività di pianista ha avuto inizio con il successo ai concorsi internazionali Artur Rubinstein a Tel Aviv (1983) e Ferenc Liszt a Utrecht (1986). La sua prima registrazione (Liszt: Réminiscences des Puritains, Dynamic CDS 58) è stata scelta da J. Methuen-Campbell (Gramophone, 1990) tra le migliori pubblicazioni dell’anno. Attivo dal 1992 come critico sulla rivista discografica CD Classica, attualmente scrive recensioni e saggi di argomento storico\musicale sul mensile Musica. Ha collaborato con diversi attori, cantanti, voci recitanti, danzatori e musicisti di fama internazionale. Ha tenuto  letture universitarie in Italia, Israele e Francia e conferenze-concerto in Germania e in Svizzera. Collabora con ICAMus (The International Center for American Music) in una serie di progetti per la diffusione della musica classica americana.