domenica 5 maggio 2019

Teatro, David Gramiccioli in “Mi chiamo Antonino Calderone": la Mafia non ha accenti ma parla una lingua universale. L'intervista di Fattitaliani


La Compagnia del Teatro Artistico d’inchiesta, l’11 e il 12 maggio, al Barnun Seminteatro presenta “Mi chiamo Antonino Calderone" di Dacia Maraini con David Gramiccioli. Regia di Angela Turchini. Direzione Tecnica di Michele Rizzi, coordinamento Laura Pittore. 

“Mi chiamo Antonino Calderone ho 56 anni e ho molte cose da dire sulla mafia”…  Antonino Calderone è un personaggio straordinario, piacque subito quando la grande Dacia Maraini scrisse questo testo, interpretato in passato dal grande Pino Caruso ed è forse il vero grande pentito di mafia che non ha avuto un agio, un favore, un tornaconto. L’ha fatto perché era vinto dal rimorso, dal peso della coscienza, da quella responsabilità che lui sentiva più in termini morali che materiali.  Antonino Calderoni si dice responsabile di sette omicidi tra cui quello dei quattro ragazzini di Catania (un’esecuzione raccapricciante commessa nel luglio del 1976 nelle campagne di Mazzarino. Benedetto Zuccaro, Giovanni La Greca, Riccardo Cristaldi e Lorenzo Pace, tutti di età fra i dieci e i quindici anni, vennero strangolati e poi seppelliti. Puniti per aver osato offendere la famiglia Santapaola, uno scippo alla mamma del Boss ed uno sberleffo per strada al fratello di Nitto Santapaola)
Calderone non ha mai materialmente ucciso nessuno ma il suo concorso morale è più grave del fatto di aver eseguito materialmente queste sentenze. È proprio questa la domanda che si pone all’inizio della sua esperienza mafiosa: “Il mio sogno è quello di diventare un uomo d’onore” perché i ragazzini nel quartiere vedevano la devozione, la deferenza, l’attenzione che si aveva per un uomo d’onore e immancabilmente purtroppo, il ragazzino finiva per innamorarsi di questa figura, tendendo poi ad emularlo. 
Antonio Calderone si domandava “Se mi chiedessero di sparare, di uccidere, cosa farei? Quello che ho sempre fatto, mi sarei defilato, sarei scappato”. Ciò era sia il suo punto forte che quello debole. Un personaggio che riesce in modo assoluto, più di Buscetta e di tutti gli altri pentiti, a raccontare anche gli aspetti più umani di Cosa Nostra. Lui è affascinato perché cresciuto all’ombra del fratello Pippo che è stato considerato uno dei mafiosi con più spessore in senso assoluto perché fu quello che (nel 1957) istituì in Sicilia, la “Commissione regionale di Cosa Nostra” dove all’interno vi erano sei rappresentanti e scrisse di suo pugno lo Statuto. Lui cresce con questa figura da emulare e quando Pippo venne ucciso l’8 settembre del 1978 (su mandato di Nitto Santapaola perché aveva osato opporsi ai Corleonesi), la vita di Antonino cambia in maniera irreversibile. Si autoesclude dalla vita di Cosa Nostra e si definisce un mafioso ormai in disgrazia. Non gli parla più nessuno. Non risponderà più al telefono, cambia spesso il posto dove dormire la notte, arriva a un punto dove non riesce più a dormire senza le gocce del Valium, finché un giorno non decide di andarsene, prima in Svizzera e poi in Francia. La moglie venderà la casa, l’argenteria e lo raggiungerà a Nizza, dove creeranno un’attività familiare, aprendo una lavanderia. Lui lavorando venti ore al giorno, riuscendo a godersi la famiglia, potendo crescere i figli, si sente un uomo felice e realizzato e queste sensazioni bellissime unite ai sentimenti che lo pervadono e che non lo avevano mai toccato quando era un uomo potente e ricchissimo come Capo della famiglia mafiosa di Catania. 
Quando mi hanno detto più volte di raccontare in tre parole quest’opera, dico che questo è un Testo di Mafia, di Morte ma anche di Amore perché si parla di Umanità.  Nessun’altra cosa purtroppo è più umana della Mafia. L’ Umanità è capace di opere irraggiungibili, ma anche di nefandezze assolute.
Antonino Calderone si pente nel dicembre 1977 ma è un pentito completamente diverso.  Chiede ed ottiene di parlare con Giovanni Falcone (perché uomo d’onore) che lo mette subito a suo agio. È il pentito che racconta anche gli aspetti più reconditi della Mafia e racconta anche quelli più comici, come quando svela che la cognata del Procuratore di Catania, Foti (che si occupava dei mandati di cattura), facesse la cartomante. È una storia da vedere, noi abbiamo voluto aggiungere pochissimo, credendo con molta umiltà di poter offrire un servizio artistico a questo capolavoro che vede la firma dell’ultima scrittrice del Novecento italiano, Dacia Maraini.
Perché Dacia Maraini decide di scrivere questo testo che come argomento è molto lontano dalle sue opere?
Ha un forte legame con la Sicilia. È stata proprio Lei a chiedermi di rappresentarlo. Per me è stato un grande onore ma anche onere. Conoscendo la profondità umana e intellettuale di Dacia, credo che abbia voluto raccontare in questo testo degli aspetti umani che non si colgono in nessuna altra storia.
In che modo lo rappresenti? 
Ho studiato e studierò ancora fino a dopo il debutto. Ci tenevo in modo particolare che il debutto fosse nel Barnum Seminteatro della Garbatella che è il Teatro che amo di più. 
È un Progetto che vorremmo portare anche nelle scuole perché Antonino Calderone all’inizio della sua confessione dice “Spero che si tenga conto di quanto io dico e ne devono tener conto soprattutto i giovani. Durante questa accorata confessione, i punti più alti richiamano proprio l’attenzione che lui rivolge ai giovani. Quasi a dirgli “Mi dovete sentire! Questi uomini d’onore che oggi chiamo del disonore, sono capaci di carognate che voi neanche immaginate. Non c’è niente da invidiare nella vita di un mafioso.
È un parallelo bellissimo che dalla Mafia può sconfinare in altri ambiti: la carriera a tutti i costi, la delinquenza come modello di vita. Credo che questo testo teatrale sia la contrapposizione a tutta una cinematografia, ad una televisione che pur non volendo, finisce per esaltare l’aspetto criminale come avviene in Romanzo Criminale, Gomorra, Suburra. L’antidoto a questo tipo di produzioni è sicuramente questo testo teatrale.
Cosa ti aspetti dal pubblico? Siete già in sold out? 
Siamo vicinissimi al sold out. Il pubblico nei miei confronti è stato sempre molto attento. Facciamo opere in cui si cerca di mettere in luce gli aspetti più bui delle vicende. Mi aspetto la solita attenzione. Il mio studio è anche aver sentito per centoventitré ore, risentendola più volte, la deposizione processuale di Antonino Calderone su Internet, alcuni file me li ha mandati Dacia, la maggior parte li abbiamo reperiti dall’Archivio di Radio Radicale. 
Ripete “Sissignore, Sissignore” e sembra un po’ come Camilleri con una marcatura vocale meno tabagista. Nel rispetto assoluto per l’Opera, per il testo e per la tragedia umana che rappresenta la mafia. Noi abbiamo tenuto conto di questo.  Sarà certamente una sorpresa per il pubblico e spero possa piacere. 
Avete già individuato le scuole in cui portarle? 
Stiamo valutando, ovviamente sarà per l’anno prossimo e speriamo di concretizzarla. 
La scelta di rappresentare questo spettacolo, all’inizio ha subito un po’ di remore ma poi è stata apprezzata quasi all’unanimità.
Nord o Sud o per par condicio, visto che la Mafia ha tentacoli dappertutto, non farete differenze? 
La Mafia non ha accenti ma parla una lingua universale e noi la raccontiamo abbattendo i pregiudizi, i confini. La Mafia è universale.
È Universale, come è cambiata negli anni?  
Il Testo distrugge alcuni luoghi comuni, li sovverte. Antonino Calderone dice che “Alcuni Giudici erano molto amici di Cosa Nostra ed alloggiavano in Piazza Santa Maria degli Angeli a Catania, in una costruzione di proprietà di Gino Costanzo e a fine mese ricevevano un pagamento che era la somma che gli veniva retribuita affinché lavorassero per conto della Mafia. Antonino Calderone chiede al Giudice Di Natale di depennare il nome del cugino (Saverio Marchese) che compariva nei venti nomi della Sezione Catturandi della Questura di Catania. Il nome verrà depennato (insieme a quello di un altro perché le due posizioni erano collegate).
È un testo che ci riporta anche ad un’amara e tristissima attualità, la Trattativa Stato- Mafia. C’è ancora chi si chiede se negli anni 92-93 ci sia stata veramente questa trattativa. Il racconto che Calderone fa della Mafia è autentico e inconfutabile. C’è sempre stata. Paolo Borsellino diceva “La Mafia e lo Stato sono due poteri che operano nello stesso territorio. Sono due le soluzioni a questo humus: o si combattono i due poteri o si alleano”. Il più delle volte purtroppo si sono alleati. 
Altrimenti un Presidente della Repubblica non avrebbe ordinato di distruggere le intercettazioni che avrebbero provato che la Trattativa Stato-Mafia, esisteva, eccome…
Racconteremo perché è stato ucciso Mauro De Mauro, uno storico giornalista della Testata “L’Ora” di Palermo. L’ha ucciso la Mafia? Sì, ma per conto di chi? Calderoni ci permette di far luce e soprattutto il perché dell’uccisione del cronista. Una storia bellissima e attuale che evoca anche una mafia ottocentesca, più da romanzo. Ad esempio i due miti di Calderone sono il fratello Pippo ma anche lo zio Luigi, storico mafioso di famiglia. Metteva soggezione a tutti. Un uomo d’onore d’altri tempi. Loro non usavano il termine Mafia ma Cosa nostra. Perché hanno bandito del tutto la parola Mafia? Perché secondo quello che noi abbiamo percepito dalla Confessione di Calderone è per amore, rispetto, di questa grande parola. I più grandi poeti dell’ottocento siciliano, ricordano che la parola Mafia si traduce in bellezza. All’epoca si diceva “quannu è mafiusa chilla fimmina”, “quannu è mafusu stu cavaddru” a significare la bellezza di entrambi. Il giuramento per entrare nella Mafia “se la Mafia puazzu tradiri, sti carni hanni bruciari”. C’è anche un aspetto più teatrale della Mafia ma fa parte della nostra Storia. Se uno pensa di essere immune da questi intrecci, sbaglia. Una volta era solo in Italia, oggi possiamo dire che l’Umanita intera non può più svincolarsi dalla Mafia perché “oggi la mafia è economia, politica, comunicazione e quant’altro”. 
La Regia è di Angela Turchini, cosa ha tolto e cosa ha aggiunto? 
Ha aggiunto la sua proverbiale passione per il Teatro, in questo caso l’amore per l’Arte. Lei è una persona di grande cultura. Viene spontaneo preservare prima ancora che l’Opera teatrale, il Testo letterario. Ci ha messo il cuore. È una fiaba triste che ha anche un riscatto. 
Essendo in scena da solo, quali altri personaggi rappresenterai?  
Luciano Liggio, Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti, Giovanni Falcone. Calcedonio di Pisa, meno noto ma un mafioso storico perché è uno dei primi che entra a far parte di quella Commissione Regionale di Mafia del 1957 e che scomodò anche la penna di uno dei più grandi inviati del XX° secolo, l’inglese Norman Louis e che definì Calcedonio di Pisa,un giovane volgare e filibustiere. Calcedonio di Pisa viene ucciso da Cavataio (rappresentante del mandamento di Acquasantaia di Palermo) ma questo omicidio farà ricadere la colpa sui La Barbera. 
Si parla anche di Pippo Fava quando Liggio dà ordine ai Calderone e loro rispondono “mica si uccide una persona così?”. Il pezzo più struggente è quello dei quattro ragazzini di Catania. 

Elisabetta Ruffolo