domenica 19 maggio 2019

Romanzi da leggere a puntate online. 22^ puntata, “L’ultima sorte” che chiude il romanzo “Anzol”

a cura di Andrea GiostraIn copertina Nadia Fanelli (Castel Goffredo), “Otium”, olio, acrilico e resina su tela, cm. 40 x 40 | https://www.nadiafanelli.it/


VI

Ma la gente non si arrese alla fatalità. All’alba uomini, donne e bambini uscirono armati di zappe, picconi e vanghe e si diressero dove prima zampillava il gaigo. In febbrile silenzio cominciarono a bucare il suolo.
Mezza stagione dopo la piana era disseminata di buche profonde sei volte una casa. Seduto su uno sgabello traballante sul bordo di una buca Cillo guardava il suolo violato dall’accanimento della gente.
“Che stupidaggine”, pensò. “E di un altro gaigo nemmeno l’ombra”.

VII

Il vento si placò all’improvviso. Il tintinnio metallico e le voci svanirono. Il sole brillò nel cielo più azzurro che Anzol avesse mai conosciuto.
Etto uscì di casa quasi contemporaneamente a tutti gli anzolani.
“Questo è un giorno speciale”, pensò.

Il suolo si aprì e sotto la piana, in un tempo ritrovato, il rio gemello del Cen risucchiò l’antica fertilità di un luogo al quale gli uomini non si erano abbandonati. Poi fluì lontano, trascinando la seconda sorte di Anzol.

L’ULTIMA SORTE

Per il Destino quella piana attraversata da un rio impetuoso e circondata da invalicabili intrichi di rovi e liane di vitalba che velavano i boschi era il luogo perfetto...

*

Il primo lampo - evento di un altro tempo - aprì a Calla, sfigurata megera dei pantàni del sud, un passaggio attraverso gli intrichi. Il secondo - evento di un’altra èra - lo aprì a Nerja, donna di conoscenza delle montagne del nord remoto.
Calla entrò ad Anzol dalla porta meridionale. L’incongrua afa di umide e torride estati, di acquitrini, terre desolate, fango, tafani, zanzare impregnava i suoi occhi; la sua veste sfilacciata emanava fetore di decomposizione, acqua putrida, cibo rancido, miseria, superstizioni, odio, follia, deliquio.
 Circospetta transitò sotto il grande arco sorvegliato da quattro armati chiusi in corrose armature. Nell’ombra mutevole proiettata dall’arco la fermò Uccio, Capitano della Guardia.

Calla saliva tortuose rampe di scalini di pietra; l’intollerabile canicola di quel pomeriggio di mezza estate la tonificava. Guardò davanti il Capitano procedere ingolfato nell’abito di pesante panno nero, ferito dalla troppa luce che infieriva sui muri merlati, i torrioni, i contrafforti, gli spalti, le feritoie, il villaggio, la cittadella. Guardò il ponte levatoio abbassato sul rio in secca infestato di rapaci che pullulavano sulle carogne di vacche, vitelli, cinghiali adagiati sul fondo e inalò il tanfo che si sprigionava dalle viscere aperte delle bestie. L’ossessivo ronzio delle mosche carnarie la fece sentire a casa.
Uccio la guidò lungo un labirinto di vie strette, attraverso gallerie che gocciolavano umori (qui Calla riconobbe il familiare lezzo di urine imputridite che trasudava quello di cenere bagnata) e passaggi incassati fra muraglie in pietra squadrata, fino a una porta di ferro. Uno spioncino si aprì, la porta si spalancò e Calla fu sospinta nel salone delle Cerimonie.
Gillot, signore di Anzol, dormiva a bocca aperta sbracato su un trono cigolante. Alla sua destra Otta, prima dama di Anzol, subiva immobile un fascio di luce; alla sua sinistra Gurgo, vegliardo centenario, astrologava a fil di voce su una carta del cielo che pendeva dal soffitto.
Calla si inginocchiò e ristette in quella posizione; dilatò le narici per meglio percepire nell’ambiente il puzzo di morte che sfidava il profumo di essenza di gelsomino.
“Non è il vegliardo che lo emana, né la smunta dama, tantomeno il lardoso principe. Deve arrivare da qualche parte oltre il salone”, rifletté.
«Alzati. Il mio signore si sveglierà presto, e allora ti parlerà», affettò il Capitano.
Gillot sbadigliò nel sonno.

*

Nerja entrò ad Anzol dalla porta settentrionale. Una folata di vento scompigliò i suoi lunghi capelli neri mentre superava l’ombra densa e persistente dell’arco. Due vecchi armati, chiusi in antiche armature, la guardarono in silenzio. La fermò Uccio, anziano Capitano della Guardia.

Nerja scendeva ripide scalinate di pietra che al suo passaggio il vento batteva disperdendo strati di foglie secche; davanti, avvolto in un pesante mantello nero, il Capitano procedeva con passi lenti e misurati. Si fermarono presso una grande porta di ferro. Uno spioncino si aprì e la porta si dischiuse.
Gillot, signore di Anzol, sedeva immobile su un trono di ferro sbalzato; la sua incolta barba bianca contrastava con la fitta penombra del salone delle Cerimonie. Alla sua destra Otta, prima dama di Anzol, fissava nel vuoto; ombre sottili e labirintiche risaltavano la pelle raggrinzita del suo viso.
Nerja si inchinò leggermente. Uccio la toccò su una spalla.
«Il mio signore sta riposando, ma presto si risveglierà, e allora ti parlerà», disse sottovoce.

*

«Tu saresti la megera?», cominciò Gillot con voce impastata. «Ti aspettavamo prima. Nel frattempo qui il Destino si è dato da fare».
Le labbra di Calla disegnarono un verso di assenso. «Dov’è la gente, mio signore?».
Il corpo flaccido di Gillot si raddrizzò sul trono. «Chiusa in casa, quella che resta». Si volse verso il vegliardo alla sua sinistra. «Poca, davvero poca. Sembra che le stelle siano state a guardare. Mute come un ratto di fogna senza lingua». Si rivolse a Calla. «Tu che intendi fare?».
«Non si può contrastare il Destino, ma si può assecondarlo; è il modo migliore per fargli cambiare direzione».
«Spiegati meglio, megera».
«Il Destino fa sempre il contrario di quello che fanno gli uomini. Se cercate di ripulire Anzol liberete l’intento delle cose marce e si scatenerà la peste nera».
«Uhm. Allora?».
«Allora si tratta di non fare niente, mio signore.
«È questo il rimedio, dunque?».
«È la vostra scelta».
Nerja guardò gli occhi di Gillot animarsi,  finché misero a fuoco i suoi. Il signore di Anzol parlò con voce grave, lontana. «Un tempo alla mia sinistra sedeva un astrologo. Non ricordo il suo viso, ma ricordo che era molto vecchio».
Fece una lunga pausa. Alla sua destra gli occhi di Otta si mossero impercettibilmente.
«Non siamo stati capaci di capire il Destino, donna. Ma forse tu puoi ancora cambiarlo», riprese Gillot.
«Io vengo dal nord remoto, mio signore. Lassù il Destino asseconda il fare della gente e la gente asseconda il fare del Destino, non cerca di cambiarlo; sarebbe inutile».
«Cosa dobbiamo fare per assecondarlo?».
«Vivere, comprendere il senso della vostra vita e accettarlo».
«Qui tutto muore a poco a poco, in un gelo inesorabile. Comprenderlo è già la nostra pena, accettarlo sarebbe il nostro disastro».
«La vostra pena è considerare un disastro il vostro destino, mio signore. Ma se assecondate il vento, il gelo, il tempo, se apprenderete a conoscerne l’intento, la pena svanirà e troverete la pace».
«È questo il rimedio, dunque?».
«È la vostra scelta».

*

...per lasciare agli esseri umani la scelta di scomparire nel tempo dell’eternità o vivere nell’eternità del tempo.

FINE

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Note dell’editore:
«Haria vive ritirata sull'appennino ligure-emiliano, e comunica con il mondo esterno mediante i suoi libri, in cui dispensa la conoscenza di cui è portatrice. Ove giovani donne, in secoli diversi, in fuga dal proprio tempo, in fuga per la consapevolezza e la libertà. Nove vite, una vita, e una luce negli occhi che le guida e le accomuna. Nove donne oltre il varco sull'ignoto, per un magico, solidale destino.»

“Anzol”, Haria, Collana Letteratura di Confine, Proprietà letteraria riservata, © RUPE MUTEVOLE, prima edizione 2013, ristampe 2017.

Cristina del Torchio
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https://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni 

Andrea Giostra