mercoledì 22 maggio 2019

Musica, Francesco Cafiso: Vittoria e il sassofono contralto. L'intervista di Fattitaliani: Sono sempre stato coccolato dalla mia città

L'Italia, paese di grandi talenti, spesso oscurato dal proprio masochismo di pubblicizzare solo eventi e figure che ci mortificano, ha tanti suoi figli sparsi nel mondo che continuano con orgoglio e competenza a tenere alto il nostro tricolore. È il caso, per esempio, di Francesco Cafiso, famosissimo sassofonista, che a giugno sarà nella sua natale Vittoria per il Jazz Festival di cui è anche il direttore. Fattitaliani lo ha intervistato.
A giugno sarà a Vittoria per il Jazz Festival: tornare nel luogo natio come professionista Le procura delle sensazioni particolari?
In realtà fra un concerto e l'altro e i vari posti come New York e Torino, Vittoria rimane sempre una base dove tornare trovare fondamentalmente le cose di sempre: c'è la mia famiglia, ci sono i miei amici. Quando ricerco tranquillità Vittoria rappresenta il luogo ideale da cui riprendere poi i concerti altrove.
Quindi, Le viene facile coltivare il rapporto con la tua città...
È così: e il Vittoria Jazz Festival è un pretesto per coltivare il legame con la città e donare qualcosa, condividere il jazz con la comunità. Il festival è arrivato alla sua dodicesima edizione ed è quindi una bella scusa per ritornare e trovare un contesto musicale di alto livello, condividere e anche restituire un po' di quello che crescendo Vittoria mi ha dato.
Ha cominciato giovanissimo: Vittoria ha subito riconosciuto il suo talento?
Devo dire di sì, mi reputo fortunato: per me non vale il motto "Nemo propheta in patria". Sono sempre stato coccolato dalla mia città e ne percepisco affetto calore e stima: è uno dei motivi per cui ho accettato di dirigere il Vittoria Jazz Festival. Mi dà carica, belle sensazioni che ti servono per continuare.
Qual è stato il suo primo assoluto approccio alla musica? Racconti...
È stata una folgorazione la mia: appena ho ascoltato il suono del sassofono contralto sono stato immediatamente rapito dalle sue frequenze. Diciamo che era nelle mie corde pur essendo uno strumento a fiato (ride, ndr). Ricordo di essermene subito innamorato e ho confessato a mio padre il desiderio di imparare a suonarlo: mio padre mi ha assecondato comprandomene uno proprio l'indomani. Mio papà è sempre stato un grande appassionato di musica, quindi ho sfondato una porta aperta.
Tutti i premi sono importanti: ma ce n'è uno che lo ha sorpreso e lusingato più degli altri?
Ce ne sono due. Il primo mi è stato consegnato da Umbria Jazz come ambasciatore della musica jazz nel mondo. L'altro a New York nel 2014 legato alla Sicilia, come rappresentante dei musicisti che portano avanti la visione siciliana lungo la storia del jazz, per aver contribuito a dare qualcosa a questo genere sulla scia di Nick La Rocca e altri.
Nel 2016 ha creato la sua propria etichetta discografica "EFLAT records": che cosa Le permette? il mercato Le sembra restrittivo e limitante?
È un obiettivo che permette di essere autonomi, indipendenti. Mi piaceva l'idea di un'etichetta discografica, è sempre stata una delle azioni che mi prefiggevo di realizzare: mi dà libertà, mi consente di produrre i miei lavori ma anche quelli di altri musicisti, dandomi l'occasione di scoprire e incoraggiare nuovi talenti.
La collaborazione nel jazz con altri musicisti è frequente, flessibile, aperta?
Secondo me, è di vitale importanza. È importante lavorare ai propri progetti e allo stesso tempo tenere un atteggiamento di apertura non solo verso altri generi di musica, ma anche verso altri musicisti per non porre limiti alla propria esperienza di musicista e di uomo. La musica cambia, si evolve, cresce: un atteggiamento curioso è importante per non smettere di esplorare e di esprimersi come musicisti.
Nel suo ultimo album "We Play For Tips" che cosa troviamo rispetto ai precedenti in termini di affinità e divergenze?
Il titolo nasce dalle scritte sui cappellini che a New Orléans avevano i musicisti che suonavano per strada "Suoniamo per la mancia": il nome ironico è collegato al mio precedente disco "20 Cents per Note" e ho utilizzato questo titolo per farlo capire. È stata una cosa nata del tutto spontaneamente: sulla scia del disco ho continuato a scrivere altra musica molto coerente. E, anzi, posso anticipare che ci sarà una continuazione perché fondamentalmente in questa musica ci sono gli ingredienti che caratterizzano il jazz: swing, energia, linguaggio tipico. 
Come già detto, è stato nominato “ambasciatore della musica jazz italiana nel mondo": ci sono degli stereotipi musicali associati all'Italia che durano a morire?
Direi di no: secondo la mia personale esperienza non mi è mai capitato di percepire tali stereotipi. Ci sono i soliti cliché legati all'Italia, le solite sciocchezze legate alla stupidità di chi le dice e pensa sempre le solite cose.
Che rapporto ha con il suo sassofono: lo porta sempre con sé anche in vacanza? ci parla? teme di perderlo?
Ho un rapporto simbiotico come fosse parte di me. È un mezzo che mi permette di esprimermi in maniera diversa e profonda rispetto all'uso della parola, al di là di ogni spiegazione verbale. Sono molto geloso e ci sto attentissimo. Tendenzialmente è sempre con me. Giovanni Zambito.
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Foto 1 Oliver Kendl
Foto 2 Rosellina Garbo