venerdì 24 maggio 2019

La globalizzazione

di Mario SettaLe prossime elezioni del Parlamento europeo si terranno in tutti gli Stati membri dell'Unione europea fra il 23 e il 26 maggio 2019, con calendario variabile a seconda dei Paesi.
In Italia si voterà domenica 26 maggio. Hanno il diritto di voto circa 400 milioni di elettori. Dalle vicende politiche di questi ultimi tempi, si profila un fallimento. La crisi della Brexit, con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, pone un interrogativo nuovo, drammatico, che coinvolge l’intera umanità. Il problema non è quello di salvare l’Europa, ma di salvare il mondo. E la Brexit non è altro che il segno di un malessere che condurrebbe le società a creare isole, mentre il pericolo sta nel grande contenitore terrestre. Un pianeta in pericolo di estinzione. 

La fuga verso i nazionalismi rappresenta un atto di debolezza e di autodistruzione. D’altronde, come afferma Yuval Noah Harari, “il nazionalismo non è una componente naturale ed eterna della psiche umana e non ha radici nella biologia”. La corsa attuale verso il cosiddetto “sovranismo” non è altro che un ritorno al passato, chiudere gli occhi di fronte all’universalità dei problemi. Ci si salva o ci si affonda tutti. La soluzione, come via di salvezza dell’umanità, non può che essere la globalizzazione. Un fatto ormai acquisito, nonostante le tante e gravi forme antitetiche. Non è contrapponendosi che la si combatte od elimina, ma accogliendola, incanalandola, regolamentandola. La logica della contrapposizione, come in una specie di neo-luddismo, non funziona già da molto tempo, perché distruggere le macchine per bloccarne l’uso è una battaglia persa. Il progresso è inarrestabile. Ma deve essere a servizio dell’uomo, di ogni uomo. Non soltanto di pochi. Per di più già ricchi. Un vero progresso non può essere se non per tutti.

Economisti come Amartya Sen e Joseph Stiglitz sostengono che la globalizzazione non è “né nuova, né una follia… e né possiamo tornare indietro dalla globalizzazione che è cominciata e deve andare avanti”. Non si tratta di economisti conservatori, fermi alla difesa fondamentalista del libero mercato. Basta leggerne i libri per rendersi conto che il loro sforzo è quello di porre a servizio dell’umanità e soprattutto delle nazioni più povere le loro analisi “scientifiche”, per realizzare la “globalizzazione dal volto umano”.  “Abbiamo l’esigenza di un’etica globale, così come di dubbi globali” afferma Amartya Sen. E continua: “Adam Smith, spesso considerato il padre della scienza economica moderna, era molto preoccupato dell’abisso esistente fra i ricchi e i poveri”. Sen, economista indiano, in una delle sue opere più famose, dal titolo “Lo sviluppo è libertà”, sostiene che lo sviluppo non può che essere “un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani” e che “lo sviluppo umano è, innanzitutto e soprattutto, un alleato dei poveri, non dei ricchi e degli opulenti”.

Già nel secolo XIX Auguste Comte aveva approfondito la tematica della solidarietà, affermando che consiste nella dipendenza reciproca degli esseri e delle cose legati in modo tale che ciò che capita ad uno di loro si ripercuote sugli altri. Comte sosteneva che “in ogni fenomeno sociale, soprattutto moderno, i predecessori partecipano più dei contemporanei”. Come in un orologio l’ago dei minuti trascina e conduce l’ago delle ore, in stretta continuità. Comte affermava che “ogni generazione deve rendere gratuitamente alla seguente ciò che essa stessa ha gratuitamente ricevuto dalla precedente”. Di qui la solidarietà come dovere morale di assistenza tra i membri di una stessa società, perché formano un solo tutto. Oltre ad essere un concetto, la solidarietà è il fondamento di un dovere ed è, e deve essere, un fatto. Appare strano e piuttosto deludente come la Chiesa Cattolica, definitasi spesso “società perfetta”, non abbia tentato di realizzare un simile progetto, liberato da ogni dogmatismo e fondato sul principio evangelico “amatevi gli uni e gli altri”. Oggi, più di ieri, e in modo ultimativo, bisogna chiedersi se sia ancora possibile pensare di sopravvivere umanamente in un’isola, se l’isola è collocata su una sfera che traballa ogni istante e che presenta situazioni sempre più terrificanti a causa di soprusi, vessazioni, violenze di ogni genere da parte dei suoi abitanti, d’un cambiamento climatico che ne coinvolge ogni angolo, d’una rincorsa vertiginosa allo sfruttamento delle risorse.

Naomi Klein, nel libro “Una rivoluzione ci salverà, perché il capitalismo non è sostenibile”, presenta un’analisi accurata e precisa sullo stato della terra. Una diagnosi inquietante, ma profondamente vera. E non c’è bisogno del volto sorridente e preoccupato d’una bambina come    Greta Thunberg, per cercare di correre ai ripari, quando la situazione sembra ormai irreparabile. Ma l’attacco più diretto e puntuale contro le istituzioni del capitalismo internazionale, in particolare contro il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC/WTO) si ritrova in ogni pagina dell’opera di Stiglitz, dal titolo “La globalizzazione e i suoi oppositori”. Le sue affermazioni non si fondano su preconcetti, ma sono frutto di esperienze dirette, quale rappresentante ed esperto di diverse organizzazioni internazionali.
Stiglitz ricorda come uno dei grandi promotori del Fondo Monetario Internazionale, l’economista inglese Keynes, era stato rappresentante alla conferenza di pace di Parigi, dopo la prima guerra mondiale, e si era opposto decisamente alle sanzioni punitive contro la Germania. La sua voce, allora, non fu ascoltata e il risultato fu la seconda guerra mondiale.

Ma dopo quest’ultima tragedia, alla conferenza di Bretton Woods, le idee di Keynes ebbero maggior successo. Nacque così il Fondo Monetario Internazionale, con lo scopo di promuovere la cooperazione monetaria. Purtroppo, negli ultimi anni, le linee di condotta e i difetti di gestione sono andati peggiorando. “Il problema non è la globalizzazione - rileva Stigliz - ma come è stata gestita. […] Molto spesso queste istituzioni hanno affrontato la globalizzazione con una mentalità troppo ristretta, ispirata a una visione particolare dell’economia e della società”. Tutto il sistema di gestione della vita sulla terra è nelle mani di un’élite che guarda ottusamente  ai propri interessi economici e al proprio sciocco egoismo. Per la Klein la salvezza dell’umanità consiste nella trasformazione dello stile di vita di ogni componente, rivolto al benessere sia personale che generale.

Ralf Dahrendorf, ex-commissario europeo e uno dei maggiori osservatori critici della società moderna, ha cercato di riproporre, a livello teorico-politico, il progetto di Immanuel Kant, ritenendolo di grande attualità. Il filosofo tedesco in uno scritto del 1784, dal titolo “Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”, prima ancora dell’opuscolo “Per la pace perpetua”, pubblicato nel 1795, esponeva le sue idee sul cosmopolitismo.  Al di là, quindi, delle utopie ottimistiche (Platone, Moro, Marx) o pessimistiche (Orwell, Huxley), secondo Kant, bisogna cercare, realisticamente, di raggiungere qualche obiettivo positivo per il benessere dell’umanità. Obiettivo che consiste, innanzitutto, nella costruzione di una società cosmopolitica, fondata su una Costituzione Universale. Quindi né EU, né USA, né altre Unioni più o meno fittizie. Non Est od Ovest, Nord o Sud, ma il pianeta Terra. A livello giuridico l’ONU dovrebbe diventare un solo Stato, una sola Costituzione, una vera Unità Mondiale, di cui ogni terrestre sarebbe cittadino. Il mondo, casa comune.

Sarebbe urgente che i “potenti”, le grandi istituzioni e le menti più eccelse a livello mondiale si ritrovino uniti per realizzare il Progetto che Kant prefigura come “consolante prospettiva per il futuro… in cui il genere umano si sollevi proprio a quello stato in cui tutti i germi che la natura ha posto in esso siano pienamente sviluppati e la sua destinazione qui sulla Terra possa essere soddisfatta”. Dopo oltre due secoli, in un momento in cui la parola “futuro” viene gridata da ogni parte, col rischio della retorica o dell’inflazione, il messaggio di speranza di Kant non dovrebbe svanire nel nulla. Resta il più ambizioso e più grande Progetto da realizzare. Un appello e un monito per gli uomini di oggi e di domani.