lunedì 11 marzo 2019

Frankenstein. La Monnaie produce un'opera che ci piacerebbe rivedere in uno stadio pieno di giovani. La recensione di Fattitaliani

Estrarre il mito da un racconto del passato (1816), trapiantarlo in un racconto del futuro (2816) per riflettere sul presente: è quello che ha fatto Àlex Ollé, creatore di una trasposizione in opera del formidabile racconto di Mary Shelley (cast).
L'impianto narrativo di Ollé fa da filo conduttore al piano musicale creato da Mark Grey, ingegnere del suono cresciuto a Palo Alto - côté Silicon Valley per capirci - formatosi alla scuola di Allen Strange (uno dei padri nobili della musica elettroacustica) e collaboratore del compositore John Adams, alla sua prima Opera. In un periodo storico nel quale fra madri in affitto, uteri trapiantati, padri che partoriscono quello che è praticamente possibile sembra sovrapporsi con ciò che è eticamente ammissibile, Peter de Caluwe, sovrintendente e direttore artistico e deus ex machina dell'opera di Bruxelles, ci costringe a riflettere con un Frankenstein 2.0 narrativamente accattivante, musicalmente affascinante, facile da seguire  ma intelligente, forse con l'obiettivo di avvicinare nuovo pubblico all'opera senza però traumatizzare o scontentare il vecchio. 
Con la direzione musicale di Bassem Akiki, i molto bravi - fra gli altri - Scott Hendricks (Victor Frankenstein) e Topi Lehtipuu (la Creatura), la macchina scenica messa in moto è notevole (cosa che ha impedito la première extra moenia nel 2016, causa lavori a La Monnaie) e fin dalla scena iniziale (preceduta da sonorità discrete ma inquietanti che dichiarano da subito l'habitat culturale di Grey) dove un'equipe di scienziati del futuro assiste in un desolato polo Polo Nord al recupero dei ricordi della Creatura - in una sorta di nuova lezione di anatomia di antichi pittori fiamminghi - si intuisce che la modernità di questa messinscena non sarà slegata dal portato della tradizione: Ollé non sacrificherà nel reimpasto narrativo i valori primari del racconto di Shelley (elementi che costringono a riflettere sui confini etici della scienza, dello scienziato e sulle dinamiche sociali che generano 'mostri'), Grey si riallaccerà nel suo tessuto musicale innovativo alla tradizione della grande musica del Novecento, da Karlheinz Stockhousen a Luciano Berio.   
Topi Lehtipuu (the creature), Christopher Gillett (Henry) & Scott Hendricks (Victor Frankenstein)
Come sempre qualcuno forse storcerà il naso, ma certamente ai più piacerà. Questa è un'opera ben riuscita ma che può piacere anche a un pubblico giovane e per la quale si potrebbe pensare a una messa in scena esterna al teatro, con un pubblico ben più numeroso, come per esempio in uno stadio: uno 'spettacolo musicale' con grandi numeri ma ricco di valori, narrativamente e musicalmente colto!  L'impianto scenografico e le luci attuali permetterebbero, con qualche aggiustamento, una trasposizione in scala 'maggiorata'; il racconto è modernissimo per temi e sostanza, la sceneggiatura/libretto efficace.  A qualcuno l'idea può sembrare una mostruosità ma, lupus in fabula, why not? 
L'opera come genere, per la straordinaria ricchezza emotiva del suo peculiare complesso linguaggio ha avuto nel passato  grandi numeri quanto a "followers" e se vogliamo ritrovarli dobbiamo farle riparlare la lingua del tempo, con creazioni interamente nuove e attuali: se vogliamo che fra qualche secolo l'opera sia ancora vitale bisogna accanto al mantenimento della tradizione lanciarsi coraggiosamente anche in creazioni del tutto nuove come questo Frankenstein, opere che portino musicalmente e narrativamente la sensibilità del tempo, e in luoghi e contesti di rappresentazione che permettano l'accesso a un numero di spettatori molto più ampio. Costa e ci sono rischi: ma ogni operazione creativa vera nel suo svolgersi porta in sé la possibilità della genesi del mostro, e in questo bilico fra controllo e rischio si dipana il mistero dello sviluppo del creare, e quindi del vivere. Giovanni Chiaramonte.
Foto di B. Uhlig