martedì 19 febbraio 2019

Teatro, Emanuele Salce: in scena cerco di portare la mia verità, la mia onestà. L'intervista di Fattitaliani

Dal 19 febbraio al 3 marzo al Teatro Quirino di Roma “La cena delle belve” di Vahè Katcha. Elaborazione drammaturgica di Julien Sibre. Versione italiana di Vincenzo Cerami.

Con Marianella Bargilli, Francesco Bonomo, Maurizio Donadoni, Ralph Palka, Gianluca Ramazzotti, Ruben Rigillo, Emanuele Salce e Silvia Siravo.
Regia di Julien Sibre e Virginia Acqua. Scene di Carlo de Marino. Costumi di Francesca Brunori, Disegno luci di Giuseppe Filiponio. Direzione Tecnica di Stefano Orsini. 
E’ il 1943, l’Italia è occupata dai tedeschi, sette amici si ritrovano in una casa per festeggiare un compleanno.. Una pausa all’orrore e alla paura della guerra. Sotto il palazzo vengono uccisi due tedeschi e per rappresaglia la Gestapo decide di prendere due ostaggi per ogni appartamento. Il Comandante riconosce nel proprietario di un’appartamento, il libraio dove spesso va a comprare i libri e decide di lasciar loro la scelta dei due ostaggi.
Cosa succederà?
E’ un bellissimo testo, una bellissima storia, scritta per il Teatro in maniera egregia. Otto protagonisti, un gruppo molto omogeneo con una grande presenza scenica.
Per Fattitaliani.it abbiamo intervistato Emanuele Salce.
Otto protagonisti, un gruppo molto omogeneo. Chi è Vincenzo? 
E’ un professore di filosofia, cinico, omosessuale o quantomeno bisessuale. E’ una delle tante figure contraddittorie dell’umanità come del resto lo sono anche gli altri personaggi. E’ uno spettacolo scritto molto bene e i caratteri sono ben delineati, un po’ come ne “La parola ai giurati” cui presi parte nel 2007-2009. Vengono chiusi dentro ad un pollaio e si massacrano. Vincenzo è uno che si nasconde molto dietro alla parole e forse, anche per questo usa sempre quelle di altri, ancorché alte. Cerca di nascondersi mostrandosi, facendo tutto sempre con sagacia e cinismo. Non è un vincente, a dispetto dell’etimologia del nome, si potrebbe dire che fa sempre “buon viso a cattivo gioco”. Ma è destinato a tantissime contraddizioni ed anche lui verrà “stanato” lungo l’arco temporale della vicenda. 
Davanti alla paura della morte, l’amicizia cade ed ognuno dà il peggio di sé. Cosa succede? 
Sono otto amici che si riuniscono una sera a cena per festeggiare un compleanno. E’ anche un momento per tirare un po’ il fiato in tempo di guerra, in una Roma occupata. La loro serata viene quasi immediatamente sconquassata da un attentato che avviene nella strada sottostante in cui vengono uccisi due tedeschi. In un attimo, le SS fanno irruzione in casa, chiedendo che due di noi li seguano per essere presi come ostaggi, il che forse equivale ad essere fucilati oppure, nel migliore dei casi, deportati. Questo non ci è dato saperlo. Il Comandante delle SS, conosce il proprietario di casa (è il libraio dove lui acquista volumi classici) e decide di lasciare a noi la scelta di decidere chi saranno i due che dovranno seguirlo. Una cortesia che sembra un gioco diabolico ed anche un modo di giocare con gli esseri umani in maniera abbastanza spietata. Lì comincia “La cena delle belve” dove ognuno cerca di salvarsi la vita o quantomeno di condannare l’altro a morte. E’ un gioco al massacro.  I personaggi così come ci vengono presentati all’inizio, subiranno tutti una mutazione che lì porterà a rivelare i loro aspetti più nascosti ed imprevedibili. 
Cerami nel leggere il testo disse che la storia era più italiana che francese. Cosa ne pensi? 
E’ una storia che attiene all’umano e quindi non ha connotazioni geografiche particolari. Penso che potrebbe essere ambientata ovunque senza limiti di nazionalità o tempo. 
Il meglio ed il peggio dell’animo umano, nel 1943. Alla luce degli ultimi fatti di cronaca, non credi che sia ancora un testo molto attuale? 
Poteva accadere, come in qualsiasi paese, anche in qualsiasi epoca. E qualsiasi essere umano avrebbe cercato di salvarsi la pelle o almeno ci avrebbe provato, usando qualsiasi mezzo possibile. 
Cos’hai portato di tuo nel personaggio? 
Come sempre cerco di portare la mia verità, la mia onestà, facendo delle scoperte di me nel personaggio e scoprendo spesso qualcosa che non sapevo fosse presente in me e che il lavoro sul personaggio mi dà modo di approfondire. Ci sono dei casi in cui devo aggiungere qualcosa, attingendo altrove, ma sempre dargli credibilità, per crederci io per primo, fino a restituirlo il più vero ed onesto possibile anche all’esterno. All’apparenza in Vincenzo c’è sicuramente un’ironia ad un cinismo che ha un odore “salciano” che me lo ha reso subito familiare, per tutto il resto ho dovuto cercare altrove per metterci poi la pancia, la faccia e l’animo senza riserve. 
A pochi giorni dal debutto in Prima Nazionale, provi emozione, paura o cosa? Emozionato, se non lo fossi qualcosa non starebbe funzionando per il verso giusto. L’emozione è un sentimento necessario che poi va gestito in scena e convertito in energia scenica.  E’ come una turbina, l’importante è montarla correttamente nel motore attoriale ed usarla come risorsa. Un attore che non si emoziona è un attore morto, mentre un attore che si fa travolgere dall’emozione è un personaggio morto che cammina…
Elisabetta Ruffolo