mercoledì 20 febbraio 2019

Davide Ferrario, eccellente producer e dj: difficilmente accetto compromessi, anche a costo di rimetterci. L'intervista di Fattitaliani


di Laura Gorini - Dopo oltre quindici anni di carriera nella musica, in cui ha collaborato con Franco Battiato, sia in studio che nei live, e ha fatto da produttore per artisti del calibro di Max Pezzali, Syria, Fred De Palma e tanti altri, Davide Ferrario si concentra ora sulla carriera solista, sia come producer che come dj. Sabato sera al Fabrique di Milano ha presentato per la prima volta dal vivo il suo live set, in apertura del concerto degli Infected Mushroom.

Davide, presentati ai nostri lettori con pregi, vizi e virtù…
Faccio il musicista da tanti, tanti, tanti anni. Tra i pregi credo di poter annoverare una certa dose di impegno in quello che faccio, oltre all’esperienza maturata in tutto questo tempo. Diciamo che ho sempre fatto questo lavoro con estrema passione.
Inoltre sono abbastanza alto, quasi un metro e novanta.
I difetti sono tantissimi e sono la parte che a me risulta più evidente, quindi non saprei davvero da dove cominciare. Dirò una banalità: sono sicuramente una persona estremamente convinta del proprio pensiero e difficilmente accetto compromessi, anche a costo di rimetterci. Questa è forse la cosa più grave del mio carattere.
Sei giovane eppure hai alle spalle già una bella carriera ma solo ora hai deciso di camminare solo sulle tue gambe, diventando solista. Come mai? Ci è voluto coraggio per farlo? Quali sono state le maggiori difficoltà che hai riscontrato?
E’ molto bello che tu mi dica che sono giovane, anche se ho trentasette anni. Vuol dire che in un mondo della musica preda di un giovanilismo spietato c’è spazio anche per noi quasi quarantenni. 
In verità ho iniziato come solista, anche se tutto ciò che ho fatto, nel tempo, è rimasto abbastanza nel sottobosco. Ma non quel sottobosco di adesso che è quasi più fico del mainstream. Parlo del sottobosco vero. Quello dove non ti si fila davvero nessuno, per capirci. Probabilmente la strada del cantautore non era quella giusta. Uno lo capisce e lascia andare. E’ necessaria anche una certa maturità. 
Ho sempre ascoltato un sacco di elettronica e di house, nella mia vita. Ha sempre fatto parte di me, fin da subito, però non l’avevo mai prodotta davvero. Non mi ero mai seduto e detto: “Oggi scrivo un pezzo di musica elettronica”. Ad un certo punto avevo del tempo e ci ho voluto provare. Non avevo idea di dove sarei andato e, probabilmente, non ce l’ho nemmeno ora. Sto ancora giocando. 
Ci vuole coraggio, probabilmente. Però considera che per me la cosa strana, rispetto agli obiettivi che mi ero sempre posto, è suonare per gli altri, più che farlo per me stesso.
Sì, ci vuole coraggio perché la faccia è la tua, non più quella del cantante che ti paga lo stipendio.
Ma facciamo ora un passo indietro nel tempo: come è avvenuto il tuo primo incontro con il mondo delle sette note? Era come te lo eri immaginato oppure no?
Ho iniziato a suonare da piccolissimo. In casa mia giravano un po’ di strumenti, mio padre era musicista per hobby. Si ascoltavano Beatles, Pink Floyd, Crosby Stills Nash & Young, insomma, tutta musica di quel periodo. Il pomeriggio in cui iniziai a suonare me lo ricordo. Gironzolavo attorno ad una chitarra classica appollaiata su un reggichitarra in camera dei miei genitori. Ad un certo punto la presi in mano e trovai una posizione di dita che produceva qualcosa che mi sembrava sensato. Quindi iniziai così, per intuito. Avevo, credo, otto anni.
Non ho mai studiato, ma ho sempre voluto affrontare gli strumenti da solo. Ho imparato a strimpellare più o meno tutto in questo modo. Non sono un virtuoso e non mi è mai interessato esserlo. Credo siano più importanti le idee. Questo, però, è un punto di vista estremamente soggettivo.
Ho iniziato a farlo di lavoro con Franco Battiato, suonando la chitarra nei suoi concerti, ed è stato bellissimo, probabilmente molto meglio di come me l’ero immaginato. Salvo rari casi, ho avuto sempre la fortuna di lavorare con persone belle e in situazioni positive. Questo, per me, è determinante.
E quando hai capito che era la tua strada e che avevi le carte in regola per farcela in questo settore?
Non l’ho ancora capito. Non so ancora se ho le carte in regola. Non esiste nemmeno una valutazione oggettiva, credo. Trovo sia necessario vivere giorno per giorno. Cerco di fare quello che mi piace. A volte paga, a volte no. Non so decidere cosa voglio essere. So fare ciò che mi piace fare. Per me è l’unico modo di andare avanti.
Sii sincero: quale pensi che possa essere il giusto diciamo - comportamento - e la giusta - etica - per poter svolgere questa professione, più che mai quando si viene a stretto contatto di artisti del calibro davvero alto come quelli con cui hai lavorato tu?
Ci sono vari aspetti da tenere in considerazione.
Il primo è l’umiltà, senza dubbio. Non puoi pensare di rapportarti ad una produzione di professionisti con spocchia e superiorità. 
Ci vuole, inoltre, una grande professionalità. La produzione di un disco, o una tournée, sono macchine che coinvolgono un sacco di persone, di energie, di denaro.
E’ necessario saper stare al proprio posto e avere una grande padronanza del proprio ambito. Che non significa solo saper suonare bene uno strumento, ma, ad esempio, avere l’elasticità di entrare nel mood del progetto. Io ho sempre fatto così. Ci ho sempre messo tutto me stesso. Poi, è inevitabile, ci sono situazioni in cui non scatta l’empatia o ancora peggio in cui ti stai sul cazzo. Questo accade in qualsiasi professione, credo.
E soprattutto come si riesce a volare basso e a rimanere umili?
Per me è il contrario. Dovreste insegnarmi come si fa a menarsela.
A volte incontro gente che ha fatto pochissimo ma che ci ha costruito sopra un castello di chiacchiere e auto celebrazioni.
Lo trovo agghiacciante.
Credi che molti giovani a causa del successo immediato tendando a bruciarsi in fretta? La colpa è dei Media e dei talent?
No, non credo questo. Credo che se hai qualcosa da dire prima o poi il tuo canale lo trovi. Si tratta di tempo e costanza. Non entriamo nel merito dei talent perché, davvero, è un ambito che non conosco.
Non conoscerai questo ambito ma quello dei dj set lo conosci – invece-alla grande! Raccontaci il tuo live set che hai presentato al Fabrique per la prima volta…
Non suono la chitarra e non canto, tanto per cominciare. Ho costruito un set con varie macchine. Mi sarebbe piaciuto portarmi tutto lo studio e tutti i miei sintetizzatori ma per ovvie ragioni di praticità non era una strada percorribile. Ho deciso di non usare il computer e mi sono inventato una sorta di grande videogame interattivo, composto da un paio di sequencer, una drum machine, qualche effetto, un mixer e così via. Di fatto ho voluto creare qualcosa in cui suono davvero delle parti. Questo è un ambito più da dj, ma io, nonostante adori quel mondo, vengo comunque da trent’anni di approccio da musicista e quindi quel tipo di interazione mi è necessaria per divertirmi. E’ tutto molto libero, ed è una cosa bellissima perché nel pop non hai così tanto spazio creativo. L’elettronica pura, oggi, ti permette di inventarti quello che vuoi. Trovo che ci sia molto fermento.
Per concludere, che augurio ti vuoi fare sia dal punto di vista professionale sia umano?
Guarda, mi interessa solamente avere la possibilità nel tempo di fare le cose che mi piacciono, nel mio studio, con le mie tastiere e le mie macchine.
Di divertirmi, ecco.
Questa è la cosa più bella che possa succedere.
Copertina: Live Fabrique Milano. Foto di Sergione Infuso