domenica 27 gennaio 2019

Opera Liegi, il mito di Faust riletto da Stefano Poda. La recensione di Fattitaliani

Figura romantica per eccellenza, il mito di Faust, nella rivisitazione di Goethe, non smette di affascinare e ispirare  opere teatrali, pittoriche, letterarie.
Affascina chi crea, affascina chi mette in scena, affascina chi guarda: evidentemente la vicenda  tocca qualcosa che è scritto nelle profondità dell'anima dell'uomo di cultura europea, o forse dell'uomo tout court, forse si tratta di un vero archetipo, presente in tutte le culture. Non lo sappiamo, però la fascinazione che esercita è innegabile. E in chi si occupa di teatro nasce il desiderio di rileggerla, di metterla in scena, di confrontarcisi. 
Ne è prova la versione attualmente in scena all'Opera di Liegi, in cui Stefano Poda ha esercitato tutte le forme espressive che ha personalmente maturato: la regia, la scenografia (un anello immenso in continua rotazione accompagna i vari momenti), i costumi, le luci e le coreografie portano la sua firma e la sua impronta, con l'intento di far vivere allo spettatore un'esperienza inedita, che lo invita a spogliarsi e a dimenticarsi di eventuali rappresentazioni precedenti, con un risultato che però ci ha lasciati perplessi. 
Da quel che abbiamo visto, i primi due atti sono scivolati abbastanza indifferentemente: poca anima, poco movimento. La potenza dell'originale e bella scenografia non è suffragata da un'interpretazione altrettanto intensa dei protagonisti: Faust (Marc Laho) non è carismatico e Mefistofele (Ildebrando D'Arcangelo), per contraltare, si atteggia un po' troppo sia nella voce che nella postura.
Persino la direzione musicale del M° Patrick Davin ne risente, risultando così rallentata, poco coinvolgente.

La situazione e la narrazione cambiano decisamente in meglio nel terzo atto con Marguerite: la voce chiara di Anne-Catherine Gillet dà corpo e anima a un personaggio credibile e puro, come dev'essere, e le interazioni con gli altri artisti ne prendono forza a vita.
Da questo momento in poi si assiste a un crescendo di bellezza e bravura.
Gli ultimi due atti rispondono veramente a un progetto che nella prima parte sembra essere rimasto una bozza non sviluppata, senza profondità.
Nel IV e V atto tutti gli artisti danno il meglio, la musica fluisce corposa, i danzatori, i movimenti dei corpi, il gioco delle luci e la parte finale sono di alto livello: qui si riconosce compiutamente l'estro di Stefano Poda.
Insomma, questo Faust dà l'impressione di essere stato concepito a partire dall'ultima parte, per poi arrivare stanco all'ideazione dei primi due segmenti. Giovanni Zambito.
Foto: © Opéra Royal de Wallonie-Liège