sabato 12 gennaio 2019

Nicolò D'Alessandro finalista Premio Kaos 2018: non si smette mai di raccontare. L'intervista di Fattitaliani

Artista, scrittore, critico d'arte, Nicolò D'Alessandro è fra i cinque finalisti della sezione narrativa di Kaos 2018, il Festival itinerante dell’editoria, della legalità e dell’identità siciliana, che si svolgerà il 18, 19 e 20 gennaio 2019 a Canicattì (riconoscimenti speciali). Il suo libro “La cantatrice muta e altri racconti” (Medinova edizioni),  è composto di dodici racconti che narrano storie, ambienti, vite reali tra ironia e sogno, tra realtà e fantasia. Centrale la storia della Cantatrice muta che con i suoi movimenti magnetici riesce a cantare pur non avendo la voce. L'intervista di Fattitaliani.

Chi sono i protagonisti dei racconti? che Sicilia rappresentano?
Credo che i protagonisti dei racconti in genere siano, nel percorso narrativo, il pretesto per leggere meglio la realtà. Un percorso verso la conoscenza di se stessi.
Soggetti inventati per dare voce a idee, immagini, suggestioni legate al nostro banale quotidiano. Forse servono per descrivere, per svelare; un pretesto per raggiungere attraverso le possibilità affabulatorie il lettore, la sua sensibilità, la sua capacità di riscrivere le immagini suggerite dalle parole.
Il racconto nasce con l’uomo. Ognuno di noi si racconta in ogni momento, comunica agli altri il senso e il mistero dell’esistenza. Reinventa, con la parola, un mondo parallelo che gli consente di rivedersi, di riappropriarsi della propria intima essenza, di condividerla.
Sciascia diceva che la Sicilia è la metafora del mondo. Dichiarava in qualche modo che non esiste un’identità siciliana. Ne sottolineava i difetti e le mancanze. Ma la Sicilia è un luogo qualunque che metaforizza questo pianeta. 
Una terra contraddittoria il cui peccato più grave è stato ed è sempre quello di non credere nelle idee che muovono il mondo. Non si è mai creduto. Ci sono naturalmente delle ragioni, delle ragioni di storia, delle ragioni di esperienze negative. Ciò ha impedito e ancora ci impedisce di andare avanti, di progredire come si dovrebbe. E con pessimismo affermava, inoltre, che la sfiducia nelle idee, la mancanza di idee e il credere che il mondo non potrà mai essere diverso da come è stato, costituisce un problema che si proietta su tutto il mondo. In tal senso ne diventa metafora. La Sicilia è una terra senza memoria.
Verso quale personaggio in particolare mentre ne scriveva la storia ha provato più tenerezza, vicinanza, partecipazione?
Quando scrivo cerco di dare la parola non soltanto ai personaggi inventati, spesso conseguenti a persone realmente esistenti, ma anche attraverso la loro parola cerco di descrivere l’identità dei luoghi, la storia che anima le azioni; cerco di esprimere la percezione personale del tempo, cerco di restituire la verisimiglianza degli accadimenti dell’esistenza. 
Ce ne sono alcuni in cui ha riversato più riferimenti autobiografici che in altri?
I personaggi di un racconto o di un lungo romanzo riflettono dichiaratamente le esigenze dello scrittore sia che scriva in prima persona o in terza persona. Sia che riferisca un fatto accaduto che lo coinvolge, sia che inventi luoghi, tempi e personaggi che sono sempre funzionali alle esigenze del narrare.
C'è anche un cd con la lettura dei racconti: come mai questa scelta?
In questa raccolta de La Cantatrice muta, personaggio dalla voce negata e non per sua volontà, ho voluto sottolineare il valore affabulatorio della parola ma soprattutto il senso della solidarietà. Grazie a Pino Badalamenti, una tra le più belle voci della Sicilia e ai brani musicali di mio fratello Mario D’Alessandro credo si possa cogliere ascoltandolo, la suggestione e il senso del racconto metaforico, si possa avvertire la condivisione corale di fronte alla diversità, alla menomazione vissuta come normalità.
Che cosa si augura possa provare o pensare il lettore dopo aver letto il libro?
Spero possa avvenire nel lettore, attraverso i miei racconti, il recupero di quel magico mondo infantile dove il tempo e la vita restano in sospeso nell’attimo dopo il “C’era una volta…” che sottende l’attesa del racconto, della sospensione dove la fantasia e la realtà si confondono, si integrano. Diventano un momento senza tempo, senza luogo come avviene nella magia del teatro.
Lei si occupa di molte belle cose. Ritaglia dei momenti e degli spazi precisi da dedicare alla narrativa? 
Tra un disegno ed un altro, tra una lettura e una riflessione emerge un momento improvviso dove s’insinua un’idea che diventa il pretesto per raccontare. Un’idea si allea ad altre suggestioni, ad inevitabili analogie, a inaspettati rimandi, ai ricordi dei quali siamo formati,  alle esperienze fatte e quelle da fare auspicando un futuro condivisibile con gli altri. 
Come procede quando inizia a concepire e a scrivere un nuovo libro?
L’idea comincia piano piano a crescere, diventa come nella favola popolare inglese Jack and the Beanstalk, (Jack e la pianta di fagioli) un albero altissimo che quasi raggiunge il cielo. L’idea diventa una enorme raccolta di parole, frasi, ricordi di parole. 
A proposito di ricordi mi sovviene un epitaffio posto sulla tomba di Leonardo Sciascia che conclude la sua vita con la frase di Villiers de L’Isle-Adam: “Ce ne ricorderemo di questo pianeta” sottolineando la necessità del ricordo. Finché saremo, ricorderemo. Alludeva alla volontà ineliminabile della memoria. Aggiungo io: e racconteremo agli altri ciò che è la nostra fragile esistenza con i suoi dolori e le sue dolcezze.
Inizia il lavoro faticoso della scrittura, procede in aggiungere e poi in levare. Scegliere la parola più pertinente e significativa nell’economia della narrazione. Ed ancora identificare le aggettivazioni, muoversi con cautela per allontanare la trappola dei luoghi comuni e delle frasi fatte. 
Concludo dicendo che non si smette mai di raccontare. Nella mia libreria e in quella di qualche altro spero possa esserci il mio prossimo libro di racconti da leggere e non da relegare nel cimitero dei libri dimenticati. Giovanni Zambito.