sabato 12 gennaio 2019

Christian Bartolomeo: La scrittura costruisce ponti straordinari. L'intervista di Fattitaliani su "Le Quindici" finalista al Premio Kaos 2018

Dop il secondo posto al Premio La Giara e il premio della narrativa Alessio di Giovanni, lo scrittore agrigentino Christian Bartolomeo con la sua opera prima "Le Quindici" (Navarra editore) si appresta a vivere una nuova emozione: il suo romanzo, infatti, è entrato nella cinquina finalista della sezione narrativa per il Premio Kaos 2018, il Festival itinerante dell’editoria, della legalità e dell’identità siciliana, che quest'anno fa tappa il 18, 19 e 20 gennaio 2019 a Canicattì (riconoscimenti speciali). Le Quindici è una rocambolesca commedia degli equivoci, ambientata in uno scorcio della Sicilia e della Calabria dei primi anni ’60, che, muovendosi tra fede e superstizione, unisce toni dialettali a linguaggi più forbiti. Fattitaliani lo ha intervistato.

Un esordio narrativo già baciato da due premi, adesso finalista a Kaos 2018. Chi ben comincia...   
… Speriamo che non si perda! Già! Tutto è stato una grande sorpresa, e continua ad esserlo. Sono davvero contento che il testo non abbia lasciato indifferente la giuria. Essere fra i finalisti del premio Kaos 2018 mi dà un’enorme carica e mi incoraggia ancor di più nella scrittura. Ho iniziato la stesura de Le Quindici qualche anno fa, per puro caso e senza alcuna aspettativa iniziale. Oggi, ne sto curando la sua trasposizione teatrale: un’altra scommessa. Stiamo a vedere. 
Chi l'ha incoraggiata a pubblicare il libro? come ha vissuto i diversi momenti che hanno poi portato alla sua pubblicazione?
La pubblicazione del romanzo è stata una conseguenza della partecipazione al Premio Rai La Giara. Poi, la vittoria della Giara d’Argento penso abbia avuto un suo ruolo. Un membro della commissione regionale, l’editore Ottavio Navarra,  ha letto il testo e, subito dopo la premiazione, mi ha proposto di pubblicarlo. Era entusiasta. Io di più. Un’emozione che, sicuramente, mi ha ripagato di un anno duro di scrittura, privo di pretese. 
Riconosco di essere stato molto fortunato: sia per non aver dovuto cercare un editore, sia per collaborare con un Vero editore, uno di quelli che non ha paura di scommettere su giovani autori esordienti. In Italia, è una rarità.
Da che cosa è nata la particolare ambientazione temporale e geografica?
Il romanzo vive nei primi anni Sessanta, quelli di un boom economico che, è vero, c’è stato, ma non per tutti. Adoro andare indietro nel tempo, scegliere e adattare una sceneggiatura, in un periodo che non ho vissuto. Tutto ciò stimola parecchio la mia fantasia e la mia curiosa ricerca su fatti e personaggi storici che possono fare da cornice al testo, rendendolo così ancora più credibile. Infine, ho provato ad unire la mia Sicilia con la Calabria, il posto in cui oggi vivo. I ponti che sa costruire la scrittura sono straordinari. 
Anche il mio secondo romanzo, Malagloria, che uscirà a brevissimo con Ugo Mursia Editore, si è tuffato ancora più indietro, nella Sicilia degli anni Trenta, durante il periodo del confino fascista.
Tanti personaggi animano il libro: ci sono delle figure verso cui prova particolare simpatia e coinvolgimento?
È vero. Il romanzo, alla fine, è corale. Si intrecciano le vite di sei personaggi, tutti diversi, tutti unici. Non potrei non indicare Antonio, l’uomo il cui sogno finisce per stravolgere la sua vita e quella di tanti altri e, certamente, anche il vescovo Mangione di “Agrigendo”, la figura che più mi ha permesso di alleggerire e dare un humus ironico ad un testo che reputo molto profondo.
Di se stesso che cosa ha messo di più? 
Sicuramente la ricerca continua e costante di Dio, la voglia di narrare, il desiderio di raccontare, anche ai miei figli, i luoghi che porto nel cuore. 
Cosa si augura che il lettore possa provare dopo la lettura?
Chi, finora, ha letto Le Quindici ha avuto quasi sempre una chiave di lettura diversa, è stata la mia meraviglia più grande. Le corde che ogni parola riesce a toccare sono molto personali. È la potenza della scrittura. Personalmente, mi piacerebbe che restasse la ferma convinzione che ogni uomo può riprendere in mano la propria vita, sempre ed in qualunque momento e, soprattutto, che c’è un Dio testardo che non ci abbandona, mai. 
Personalmente di quali letture si nutre?
Leggo di tutto, avidamente. Sono cresciuto con le commedie pirandelliane, mi perdo sia dentro i romanzi classici, che dentro quelli attuali. Adoro i testi che riprendono e fanno conoscere anche parole dialettali, vecchie filastrocche della nonna, quelle che, oggi, si stanno dissolvendo e sembrano scomparire. Quelle che devono restare solo in dialetto, perché tradotte perderebbero la poesia del loro suono. Ci ho provato anche io, un po’, con questo romanzo. Una parola, in italiano, riesce a riassumere un concetto; l’equivalente, in dialetto, ne imprigiona il sentimento. Questo lo dice Pirandello, non io. Giovanni Zambito.