lunedì 19 novembre 2018

Gent, Fattitaliani intervista Sidi Larbi Cherkaoui, regista e coreografo di "Satyagraha" di Philip Glass: ovazione meritatissima.

L'opera di Gent segna un altro bel colpo con "Satyagraha" di Philip Glass.
Dopo più di tre ore di rappresentazione, il pubblico entusiasta ha riservato una meritata standing ovation al regista e coreografo belga Sidi Larbi Cherkaoui, al direttore d'orchestra Koen Kessels, a tutti gli artisti, cantanti e danzatori in scena. Philip Glass mostra nell'opera come le idee di Gandhi possano cambiare il mondo e lo spettacolo prende vita attraverso tre momenti narrativi diversi, ciascuno ispirato a tre figure distinte: Lev Tolstoj, Rabindranath Tagore e Martin Luther King.
Un'opera complessa da realizzare ma anche da capire dato che cantata in sanscrito: eppure, qui il linguaggio va oltre la barriera di lessico e suoni; l'arte attraversa i corpi degli spettatori e li rende emotivamente partecipi a ciò che si svolge sul palco. Merito delle grandi trovate di Sidi Larbi Cherkaoui, di un coro strepitoso diretto da Jan Schweiger, dei cantanti che si sono prestati con disinvoltura alle indicazioni del regista, dello scenografo Henrik Ahr e del costumista Jan-Jan Van Essche, degli eccezionali danzatori. Fattitaliani ha intervistato Sidi Larbi Cherkaoui.
Essere anche regista oltre che coreografo comporta più vantaggi o svantaggi?
Il vantaggio è che essendo coreografo posso ascoltare la musica come se effettivamente fosse una danza, perché credo che la musica di Philip Glass ispiri molto i coreografi e trasmette la voglia di scrivere una danza e accanto a ciò c'era l'aspetto della regia in relazione al personaggio di Gandhi e il suo entourage e come fare per mostrare fino a che punto lui fosse sostenuto da un insieme di persone durante la sua vita che ha permesso che lui fosse un uomo così grande, grazie a chi lo circondava. Avevo dunque desiderio di mettere in scena come queste persone lo aiutino e quello che amo molto in è che gli elementi nella storia sono elementi dove si avverte la fragilità e allo stesso tempo la forza di Gandhi: quindi, in un certo senso, è propiro al suo essere fragile che lui diventava forte. Cosa che ho trovato importantissima.
Lei stesso ha potuto conoscere meglio Gandhi attraverso questa opera?
Sì, è stato interessante parlare con delle persone che conoscevano più cose della sua vita: non era un uomo perfetto, con aspetti complessi, dunque io -un po' come Philip Glass- mi sono basato sull'ispirazione che Gandhi aveva come se lui fosse un veicolo di una filosofia ancora più duratura della sua stessa vita. Quando si guarda o ascolta l'opera, i testi provengono da un'epopea molto antica, sono dei miti e lui diventa veicolo di una filosofia pacifista ma anche militante e attiva, che trova una maniera per resistere all'oppressione attraverso il proprio vissuto, battendosi per il suo popolo e tutto questo ha ispirato persone come Martin Luther King, che ad un tratto hanno capito un'altra maniera di resistere all'oppressione.
Un elemento che mi ha molto colpito è l'immediato movimento che accompagna la messa in scena fin dall'inizio e inoltre tutti gli elementi corrispondono perfettamente fra loro: gli artisti, i danzatori, la musica, i costumi, perfino il palco. Quanto ha sofferto nel concepire quest'opera?
(ride, ndr) È stata molto intensa come creazione: c'è stata una versione prima a Bâle; è stata Laura Berman che mi aveva invitato a crearla. In effetti, è una co-produzione con la Komische Oper Berlin, dunque con Barrie Kosky, e da lì siamo arrivati a Gand. Insomma, è tutto un processo a reimparare tutti gli elementi per una nuova opera, un nuovo contesto e ogni volta impariamo di più: piccoli dettagli sono più giusti oggi perché si ha avuto il tempo per riflettere, abbiamo visto come ha funzionato a Bâle. È uno spettacolo costantemente in movimento.
Una settimana fa Fattitaliani ha visto a Parigi "Shell Shock" (recensione) con le sue coreografie. Quando ha pensato di passare anche a fare il regista?
Ho avuto la fortuna di lavorare con Alain Platel, coreografo e regista, quindi dagli inizi della mia carriera ho imparato a riflettere più come regista che come coreografo. I contatti con drammaturghi e tante connessioni col teatro mi hanno molto aiutato: ho lavorato anche con Damien Jalet che ha studiato più regia che coreografia. Sono stato fortunato ad essere circondato da persone che capiscono il teatro e coreografia e teatro insieme, che è un potenziale per fare l'opera. L'opera è un po' la sintesi di tutte queste arti.
Il fatto di non comprendere il sanscrito, la lingua dell'opera, ha paradossalmente prodotto l'effetto di concentrarsi e gustare tutto della messa in scena: lei aveva pensato a questo aspetto?
Sì. Molto spesso, prima di creare un'opera, io lavoro su musiche antiche di diverse culture (coreana, giapponese, corsica). Ho l'abitudine di lavorare su musiche e canti venuti d'altrove che il pubblico non comprende. Come in questo caso, abbiamo potuto accompagnarlo dentro un'emozione senza essere tutto il tempo appresso alla parola. La musica è ripetitiva e le parole ritornano come dei mantra, una sorta di filosofia che si cerca di imparare, che forma dei cicli ripetitivi, preghiere che si imparano, ritornano fino a quando non le si comprende. Giovanni Zambito.
Foto Opera: © Koen Broos

"Satyagraha" di Philip Glass

Team

Conductor
Koen Kessels
Director and choreography
Sidi Larbi Cherkaoui
Set
Henrik Ahr
Costumes
Jan-Jan Van Essche
Lighting
Roland Edrich
Chorusmaster
Jan Schweiger

Cast

Gandhi
Peter Tantsits
Ms. Naidoo
Tineke Van Ingelgem
Ms. Alexander
Raehann Bryce-Davis
Kasturbai
Rihab Chaieb
Prince Arjuna
Denzil Delaere
Lord Krishna
Justin Hopkins
Ms. Schlesen
Mari Moriya
Mr. Kallenbach
Robin Adams
Parsi Rustomji
Justin Hopkins
Orchestra
Symfonisch Orkest Opera Vlaanderen
Chorus
Koor Opera Vlaanderen
Dancer

Stephanie Amurao
Nick Coutsier
Jason Kittelberger
Georgios Kotsifakis
Joseph Kudra
Elias Lazaridis
Nicola Leahey
Josepha "Princess" Madoki
Robbie Moore
Shintaro Oue
Oscar Ramos
Kazutomi "Tsuki" Kozuki
Kei Tsuruharatani
Patrick Williams Seebacher (Two Face)
Pol Van den Broek
Ema Yuasa
Coproduction with Theater Basel and Komische Oper Berlin