venerdì 31 agosto 2018

Libri, "Eroiniche vite": Frammenti di racconti in 121 pagine di umanità ferita e lacerata. La recensione di Fattitaliani

di Massimo Lanzaro - Medici di frontiera, medici in prima linea, medici “operatori” perché non hanno “mai smesso di toccare i corpi” dei loro pazienti, corpi da cui sono toccati a loro volta… ma nell’animo.
A sedici anni di distanza - al ritrovamento del corpo senza vita di una di quei pazienti, Simona, in una situazione al limite, “avvolto in un tappeto persiano finto accanto a un cassonetto dell’immondizia” -, il moto dell’animo dello psichiatra Gilberto Di Petta e dello psicologo Pietro Scurti, entrambi dell’Asl Napoli 2 Nord, è tale che riprendono in mano i versi pubblicati nel 2001 da Dante & Descartes in “Merci madame. Eroiniche vite” e li ripubblicano in “Eroiniche Vite. Frammenti di incontri” per le Edizioni Universitarie Romane (2017). Sono 121 pagine di umanità ferita e lacerata, un’umanità che incontra l’anima di operatori che in condizioni estreme cercano di essere boa, ancora e porto di persone che si bucano per sentire che sono vive. Sono “Eroiniche vite”, vite che si fanno di eroina, “eroi” piegati da un’esistenza da cui si sentono respinti e rifiutati, ma che incontrano altre “Eroiniche vite”, gli operatori che cercano di strapparli dalle grinfie dell’eroina e che sono gli “eroi” solitari di una battaglia che combattono giorno dopo giorno, spinti da amore e rabbia, incontrando quotidianamente centinaia di occhi belli ma spenti. Sono gli operatori di un SerT (Servizi per le Tossicodipendenze) – oggi SerD (Servizi per le Dipendenze) -, ma non un SerT qualunque. È quello sotto un ponte specifico nella Terra dei Fuochi. Due piani: di sopra gli uffici per gli incontri di gruppo, di sotto la distribuzione del metadone, l’unico presidio farmacologico nei SerT, che ieri come oggi viene somministrato solo a chi viene trovato con tracce di eroina nelle urine. Cruda la metafora de “Il pifferaio di Hamelin” che accompagna la narrazione: due medici che, come due Pifferai, richiamano i “tossici” come “topi” dalle loro tane. Cruda ancora di più se si pensa alla fine della leggenda tedesca: i giovani verranno irretiti e portati via da un pifferaio vendicativo, il richiamo della droga. I pifferai/medici vogliono liberare la terra da una peste il cui suono è ammaliatore per tanti: ieri per lo più eroina, adesso per lo più sostanze stimolanti. I SerT oggi sono tracimati da un’ondata pandemica di consumo di questi ultimi stupefacenti. Non potendo somministrare il metadone per questi casi, i reparti di salute mentale si trovano ora a fronteggiare episodi psicotici indotti da sostanze sintetiche che nulla hanno però a che vedere con le psicosi che si affrontano di solito. Questi pazienti hanno sintomi che somigliano molto alla lontana a quelli che s’inquadrano nell’ambito dei disturbi bipolari e della schizofrenia, ma hanno un’eziopatogenesi diversa. Sono pazienti prigionieri di un viaggio che Di Petta in diverse occasioni ha paragonato alla favola di “Alice nel Paese delle meraviglie”: una giovane annoiata che mangia biscottini e beve pozioni per trasformare il proprio mondo, e solo a un certo punto riemerge. Ieri come oggi i protagonisti di questa storia sono “l’isolamento di chi sta fatto” e la “solitudine di chi è lucido”, che cerca di liberare il primo dalla seduzione di “Madame”. In un articolo recente Di Petta suddivide la psichiatria in tre livelli: molecolare, costituita e trasmessa essenzialmente dalle cliniche universitarie; manageriale, in genere formata dai direttori dei Dsm e dai direttori di Uosm; quotidiana, cioè quella di tutti i giorni, di territorio, di centri diurni, di comunità, di Spdc (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura). Sono gli psichiatri a contatto con i pazienti, quelli più esposti sul campo e quelli meno rappresentati nelle sedi istituzionali. Leggendo “Eroiniche vite” si viene immersi in questa realtà, una realtà che lotta contro ogni burocrazia per salvare vite allo sbando: vite, non numeri. Di Petta e Scurti sono medici poeti ed hanno un grandissimo pregio: raccontano la loro comune esperienza in un SerT e lo fanno mettendosi a nudo, senza proteggere dietro scudi impermeabili le loro anime scalfite da tanto dolore e tanta sofferenza in cui si imbattono giorno dopo giorno. E lo fanno trasportando il lettore dentro quelle pareti scrostate da vite in transito in cerca di senso, anche attraverso la forma letteraria. Una forma che si rifà ai poeti simbolisti, in particolare ad Arthur Rimbaud, come suggerisce il compianto professore Bruno Callieri che nella presentazione ricorda “Une saison en enfer” (“Una stagione all’inferno”). La scrittura di “Eroiniche vite”, infatti, appare indotta da una sostanza allucinogena: si fa deformante nell’uso di una punteggiatura che, sembrando disperda senso, dà ancora più significato all’esperienza che racconta.