venerdì 4 maggio 2018

Teatro, Sara Platania è una Chanel segreta, fra luci e ombre. L'intervista di Fattitaliani


È una Chanel segreta quella che viene rappresentata da Sara Platania. Mostra l’infanzia e l’adolescenza nell’orfanotrofio, con delle suore che tutto sapevano fare tranne sostituirsi alla mamma. Al Teatro Stanze Segrete, dal 2 al 6 maggio - di Io, Gabrielle - Chanel Segreta, atto unico di Valeria Moretti, con la regia di Gianni De Feo

I travagli infantili ne fanno una donna forte e ha il suo riscatto, diventando “Coco” una donna autoritaria che tutto il mondo conosce ed ama, alla stessa stregua degli uomini che l’hanno amata ma ai quali non si è mai legata perché era una donna libera ed indipendente. 
Sulla scena è avvolta da un lenzuolo bianco, quasi fosse un bozzolo che la protegge. Si sente echeggiare la voce di Jean Cocteau, grande amico della stilista.
Il racconto è struggente ma coinvolge il pubblico presente senza mai cadere nel cliché! 

Coco era più eroina, zingara indipendente o una bambina ribelle?
Diciamo tutte e due. È stata una bambina ribelle nell’orfanotrofio e poi da grande zingara indipendente. È eroina nel suo ambito, è stata una figura fondamentale del suo tempo, la prima femminista del 900. Senza quei travagli infantili non sarebbe riuscita ad arrivare. È stato un riscatto da parte sua. 

In questo spettacolo, l’attenzione è focalizzata su infanzia e adolescenza di Chanel. Quali sono i punti che vengono messi più in rilievo? 
Le atmosfere dell’orfanotrofio. Nello spettacolo dice “e le monache prive di gioia, chiuse nei loro abiti scuri, con le cuffie inamidate e immacolate”. Nei colori che userà, il bianco e il nero, che sono i colori che usavano le monache, esce fuori la freddezza dell’orfanotrofio.
In scena ci sono una bacinella, una bambola di pezza e un telo bianco. Cosa rappresentano? 
Sono degli oggetti simbolo della sua infanzia. Lo spettacolo ruota attorno a questi oggetti simbolici della sua infanzia che ritorna sempre e che viene ricordata da lei.  
Perché Coco confida ad un inatteso e inconsueto interlocutore il suo passato? Perché è la parte più intima di lei, si confida con la bambola perché non si fida neanche delle sue modelle. Si fida di questo fantoccio che considera come un’amica, un interlocutore fidato, silenzioso che ascolta i suoi pensieri e le sue confessioni. È stata un’idea molto originale del Regista Gianni De Feo che ha curato la Regia in maniera impeccabile. Ha soprattutto focalizzato questi oggetti feticcio-simbolici in tutto lo spettacolo. Bisogna essere fortunati a lavorare con lui perché è un Grande artista. Per me è stata una grandissima fortuna perché con la sua Regia ha dato delle sfumature particolari al personaggio ed ha creato delle atmosfere suggestive.
Affermava “Sono io il solo cratere d’Alvernia che non si sia spento”. Cosa c’è di vero?
Lei viveva di luci e di ombre. Le ombre rappresentano la sua infanzia. Le luci sono la forza che lei si è creata. Dice che l’unico compagno che le abbia tenuto testa è il cavallo perché si ritiene molto simile a lui, una puledra che non vuole essere domata. Il riferimento al cratere è dato dal fatto che lei ha resistito ed ha combattuto contro tante vicissitudini ed ha vinto tante battaglie della sua vita. E’ sempre rimasta libera e indipendente. 
Che cosa ha portato di suo, nel personaggio? 
Ho portato la mia indipendenza, nel mio piccolo ho creato un’associazione culturale e la considero una mia creatura che ho creato con le mie forze, ovviamente il paragone è un po’ azzardato ma contando solo su quelle, sono riuscita a creare qualcosa di mio. È uno spettacolo che mi autoproduco ed è già un sogno che ho realizzato.

Elisabetta Ruffolo
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