lunedì 28 maggio 2018

Letizia Bramante Schreiber, l'anatomo-patologa italiana tra le 5 donne più importanti d’Israele. L'intervista di Fattitaliani

di Ester CampeseIncontriamo oggi per la nostra intervista la Dott.ssa Letizia Bramante Schreiber, medico specialista in anatomia-patologica e ricercatrice in Israele. Formatasi alla facoltà di medicina a Ferrara, finiti gli studi e sposatasi con un collega di studi Israeliano, si trasferì proprio in Israele dove ha iniziato la specializzazione nell’ ospedale Hadassah.
 Si è poi trasferita a Tel Aviv dove ha lavorato all’ospedale Sourasky Medical Center per 10 anni, dedicandosi contestualmente alla carriera accademica all’universita’ di Tel Aviv nella facoltà di medicina. Nel 2005 diviene direttore del reparto di anatomia patologica nell’ ospedale Wolfson Medical Center a Holon proseguendo nel suo impegno universitario a Tel Aviv. Ha iniziato la ricerca al Weitzman Institute con il prof. Amsterdam approfondendo l’ origine dei tumori al pancreas e delle ovaie dalle cellule staminali presenti nei suddetti organi. Ha così sviluppato la ricerca nella patologia placentare, ed è tra le pochissime donne in assoluto in Israele specializzata in tale campo.
Benvenuta carissima Letizia sono onoratissima che tu abbia accettato di rilasciarmi questa intervista e ti faccio subito una prima domanda partendo dal fatto che essendo come dicevamo in apertura una delle poche donne specializzata in questo tipo di ricerca sei in contatto con tutti gli altri ospedali dell’intero Paese sia per consultazioni che per le tue ricerche poi diffuse nel mondo scientifico a livello internazionale e globale. Ci vuoi dire tu qualcosa di più in merito?
La placenta è un’illustre sconosciuta nel campo della medicina , direi quasi bistrattata perché nel momento del parto ci si concentra sul nascituro e la placenta viene gettata. E’ stata riabilitata negli ultimi anni , inizialmente per ragioni cosmetiche, riconoscendole doti di rigenerazione. Poi  è cominciato l’interesse per le potenzialità nel campo delle cellule staminali e da li si sono aperte le porte della ricerca. L’analisi post partum puo’ informare i neonatologi sulle condizioni del neonato, in quanto è considerato un organo del feto e può essere importante in caso di dispute medico-legali per indagare ciò che è avvenuto durante il parto. In tutto questo entro io con la mia ricerca.
Rispetto all’Europa e all’Italia in particolare Israele è un Paese ad alta natalità sia fra gli ebrei che fra gli arabi con forte interesse per le patologia che influenzano negativamente il buon esito di una gravidanza. Tu come riesci ad intervenire, attraverso la ricerca, per far si che le successive  gravidanze abbiano esiti positivi, scongiurando aborti ripetuti?
Ti rispondo con un paragone molto chiaro: la placenta è come la scatola nera degli aerei dove si possono rilevare tutte le attivita’ del volo. Cosi’ anche nella placenta si puo’ rilevare tutto cio’ che influisce negativamente durante la gravidanza , differenziando le patologie di origine materna , da quelle di origine fetale. Ora si puo’ intervenire terapeuticamente annullando gli effetti patologici e consentendo di portare a termine una gravidanza , che altrimenti sarebbe stata ostacolata.
Letizia tu hai anche al tuo attivo, da sola ed insieme al gruppo di ginecologi dell’ospedale, un’intensa attività di pubblicazioni in riviste internazionali e presenti i lavori in congressi in tutto il mondo, come concili le tue tante attività?
E’ semplice …dormo dalle 4.30-5 ore al giorno e tutte le altre sono di lavoro e ricerca.
Quali sono secondo te le maggiori differenze fra Israele e l’Italia nel concepire la vita e quali quelle che in qualche modo hanno avuto un riflesso anche nel tuo lavoro o nel tuo stile di vita?
La maggior differenza fra Israele e l’Italia sta nel profondo istinto di sopravvivenza che esiste nel popolo ebraico e che non trovo negli italiani. In primo luogo gli ebrei danno piena espressione alla loro religione , che per altro dice : ” unitevi e procreate ” e in secondo luogo contrastano l’ alta natalità presente nel popolo arabo. L’ istinto di sopravvivenza del popolo ebraico e’ il motore  che li ha salvati nel corso dei millenni , facendoli arrivare fino ai giorni nostri e considerato l’ anno ebraico ora siamo nel 5778. Ora facendo un po’ di calcoli gli ebrei erano contemporanei delle più’ grosse civiltà antiche, nell’area mediterranea , civiltà che sono via via scomparse. L’istinto di sopravvivenza li ha salvati da genocidi nel corso dei secoli, a partire dalle più antiche epoche , per arrivare agli orrori del nostro periodo ( seconda guerra mondiale) e li ha salvati e mantenuti uniti nonostante la Diaspora, che li ha dispersi nel mondo.  Tutto questo non lo trovo negli italiani che sono tuttora suddivisi mentalmente come se fossero all’epoca dei Comuni medievali (anacronistico in epoca di Unione europea). L’istinto di sopravvivenza porta inevitabilmente alla natalità ed agli sforzi per garantirla anche a chi avrebbe difficoltà a qui si inseriscono le mie ricerche.
Vorrei farti una domanda un pochino provocatoria forse, ma credi che se avessi seguito lo stesso percorso in Italia avresti forse potuto avere le stesse soddisfazioni?
Non ti so dire per certo , ma di sicuro qui nessuno mi ha chiesto a che partito appartengo, che religione professo o a che famiglia appartengo, ho sempre e solo presentato il mio curriculum e tutte le strade erano aperte.
Collegandomi alla domanda di prima, quali sono, secondo te, le opportunità che in Israele sei riuscita a trovare e cogliere che in Italia non reputi ci siano?
Israele è molto dinamica e aperta, inoltre non c’è tutta la burocrazia che è presente in Italia, per cui tutto è  più fluido e disponibile ad accettare novità. In Israele ci si può’ mettere in gioco senza paura che un eventuale fallimento ti distrugga la vita …in altre parole puoi esprimerti in ciò che vuoi realizzare, perché ti danno le basi e se il progetto è valido hai il successo. Se invece non riesci nessuno ti impedisce di riprovare in altro modo, riproponendoti in un’ altra versione. Questo è un modo di ragionare diverso da quello che c’era almeno trent’anni fa in Italia.
Secondo te in Italia cosa si potrebbe fare per incentivare il ritorno delle menti italiane dall’estero e magari anche riuscire ad attrarre talenti esteri?
Annullare le baronie, annullare la burocrazia, investimenti nella ricerca. Prima di tutto gli italiani residenti devono essere aperti agli italiani che hanno vissuto all’estero e che inevitabilmente sono cambiati nella mentalità e poi devono essere aperti agli stranieri. Il progetto Erasmus è un passo avanti nel permettere alle “menti” di circolare liberamente senza confini e di trovare il proprio “posto” indipendentemente dalla nazionalità. Lo studio della lingua inglese da parte di tutti i cittadini italiani, a livello pratico, è l’altro passo necessario per poter attrarre i talenti stranieri e farli sentire a loro agio , permettendo quello scambio culturale fluido e costruttivo.
Un enorme grazie cara Letizia per aver  dedicato, a me ed ai lettori, il tempo di questa interessantissima intervista, sappiamo che stai lavorando a diversi ed interessanti progetti, di cui magari prossimamente potremmo riparlarne se ti farà piacere. Nel frattempo un grande in bocca al lupo e presto rivederci.
Grazie a te per questa opportunità che mi hai dato.
Ester Campese