martedì 17 aprile 2018

DEBORA MATTIELLO, DEBUTTO NAZIONALE AL TEATRO LO SPAZIO con la sua creatura "ALLONTANARSI DALLA LINEA GIALLA": l'intervista di Fattitaliani

Una serie di comizi, ‘d’armi e d’amore’ in una sala d’aspetto di seconda classe, oggi, in una stazione al centro del paese. Lo spettacolo ALLONTANARSI DALLA LINEA GIALLA, scritto e interpretato da Debora Mattiello, in scena al Teatro Lo Spazio in prima nazionale dal 17 al 19 aprile 2018 presenta una serie di personaggi in attesa di partire che vogliono lasciare un segno prima che sia troppo tardi. Fattitaliani ha intervistato l'artista e autrice.

Lo spettacolo è nato sotto buoni auspici coi premi ricevuti: secondo te, in che cosa consiste la forza del tuo lavoro?
Be’, che dire? Questa è una domanda alla quale non so rispondere perché in realtà io non riesco a dire se e quanto sia forte il lavoro che propongo. So che i riconoscimenti ricevuti sono stati forti, nel senso che mi hanno trasmesso entusiasmo e fiducia. Posso ricordare il fatto che sia nato da una esigenza intima e personale e qui risiede la genuinità della scrittura. La suggestione evocata dalla strage del 2 agosto 1980 ha un’origine famigliare: quella mattina, mio padre, capostazione, prestava servizio in un'altra stazione e la vicina dei miei nonni era in stazione a Bologna: per fortuna si è salvata.
Un giorno mi sono seduta in quella sala d’aspetto e, guardando la crepa, mi sono detta: capita di sentirsi piccoli, minuscoli, ma padroni. Siamo sicuri di poter decidere tutto. Poi, improvvisamente, arriva lo smacco. Tutto esplode e noi non siamo più padroni di niente, neanche del nostro corpo. Qualcosa di terribile ci pone tutti sullo stesso piano, vittime. La grande storia, quella che spesso ignoriamo e che forse ci ignora, ci deflagra addosso e copre di macerie le nostre piccole vite quotidiane.
Quanto i personaggi sono vicini alle realtà che vivi ogni giorno?
Questo strano condominio che mi abita è plasmato dalle persone che incontro e che osservo, delle quali amo le fragilità e la poesia, talvolta evocata anche solo da un gesto distratto in metro o da una voce rubata tra la folla. Trascorro molto tempo ad osservare gli abitanti della città, e forse Roma è la mia vera maestra in questo senso, offrendomi squarci su una umanità multiforme, talvolta colorata e divertente, talvolta cupa e disperata. Non so se riesco, ma sono affascinata dai toni grotteschi, che alludono con sarcasmo e colgono l’esasperazione del quotidiano. La memoria storica in questo spettacolo infatti resta affidata a personaggi semplici, talora ingenui, che mantengono, rispetto alle ragioni di Stato e alla grande Storia, uno sguardo dal basso, talora inconsapevole e disarmante.
Negli anni del cosiddetto stragismo si avvertiva una cesura tra i cosiddetti poteri forti e i cittadini. Questo senso di spaesamento, io lo sento anche oggi, nel mio vivere quotidiano.
Quanto di te hai messo in ciascuna storia?
Certamente i tratti dei personaggi si mescolano con alcune caratteristiche mie, ma non svelerò quali!!!!! Attingo sempre a immagini e storie che conosco, per quanto il lavoro non percorra precisamente le strade del ‘io mi ricordo’. Sono grata a chi mi ha donato esperienze e mantengo un certo pudore rispetto alla vita privata, per questo poi trasformo tutto in storie immaginate, ma l’origine è reale.
Le musiche di Francesco Verdinelli quando sono nate e in che modo si sono "accordate" al testo?
Le musiche di Francesco Verdinelli, oltreché essere meravigliose, hanno il dono raro di disegnare paesaggi, di evocare emozioni e di scolpire lo spazio, per questo hanno una valenza drammaturgica e mi aiutano a trovarmi emotivamente là dove posso incarnare in profondità la storia. Suonano come i colori di una grande affresco. Lui aveva visto il mio lavoro e mi ha proposto molte composizioni, avrei voluto inserirle tutte, ho avuto difficoltà a scegliere perché Francesco ha colto benissimo le necessità della scena e del lavoro.
Stasera grande debutto: sensazioni?
Emozione. Emozione. Emozione. Tanto pudore ed imbarazzo, anche ora qui, nel rispondere, ho la tachicardia. È ‘febbrile’ parlare di una creatura che fino ad ora è rimasta solo dentro di me e che sto per ‘esporre’. Non ho mai partorito, ma mi permetto di usare questa immagine di titubanza, fatica e gioia. Giovanni Zambito.