venerdì 2 marzo 2018

Mario Schifano, l’uomo e l’artista

Alla fine degli anni  ’50, giovane universitario con vaghe ambizioni artistiche, mi ritrovai una sera a cenare in una piccola trattoria di Via dell’Oca, vicino a Piazza del Popolo, con un gruppo di persone poco più grandi di me che discutevano animatamente di arte in genere e di pittura.
Informatomi dall’oste (si chiamava Mondino), questo mi chiarì che si trattava degli allora ancora poco conosciuti pittori della cosiddetta Scuola romana di Piazza del Popolo, Mimmo Rotella, Giuseppe Uncini, Giosetta Fioroni, Tano Festa, Franco Angeli e Mario Schifano. Tra tutti, quest’ultimo si distingueva maggiormente per il suo parlare ad alta voce accompagnandosi con  un frenetico movimento delle mani. E’ così che conobbi Schifano ed iniziai una sorta di amicizia con lui. All’inizio, ciò  che maggiormente mi attraeva, non conoscendo ancora la sua attività pittorica, era la sua fama di “tombeur de femmes” e l’avventurosità della sua vita: nato nel 1934  ad Homs , nella Libia  allora colonia italiana, fuggito precipitosamente da là con lo scoppio della guerra e approdato a Roma, andato ad abitare al quartiere Tuscolano, all’inizio non aveva trovato di meglio che collaborare, anche se malvolentieri , con il padre restauratore presso il Museo etrusco di Valle Giulia.

Lasciato questo lavoro e dedicatosi esclusivamente alla pittura , Schifano esordisce con una personale alla Galleria Appia Antica e poi, insieme ai suoi amici pittori Tano Festa, Francesco Lo Savio, Franco Angeli e Giuseppe Uncini, fa una  mostra collettiva alla galleria “La Salita” presentata dall’ allora noto critico d’arte Pierre Restany che nel commento li colloca tra i New-Dada ed i Nouveaux Realistes, appartenenza che, peraltro, qualche tempo più tardi Schifano respinge.

In questo stesso anno 1961 conosce Anita Pallenberg, modella, attrice e stilista italo-tedesca con cui stringe un sodalizio sentimentale e parte per il suo primo viaggio a New York dove partecipa alla mostra “The New Realists” che inaugura ufficialmente la Pop Art. Qui conosce e frequenta gli studi di Andy Warhol e Gerard Malanga, regista e fotografo americano, rimanendo grandemente influenzato dai loro stili.

Tornato in Italia, raccoglie i suoi massimi successi nella metà degli anni ’60 partecipando a numerose mostre tra cui la XXXII Esposizione Internazionale d’Arte con la serie dei suoi “Paesaggi Anemici”, una sorta di visioni appiattite in cui lo spettro cromatico si impoverisce e ogni elemento descrittivo si annulla. Di questo stesso periodo sono i “Monocromi”, fatti solo con uno o due colori applicati su carta da imballaggio, dove Schifano perviene “all’azzeramento di ogni profondità, nella riduzione della tela a corpo liscio e speculare che accoglie ed espelle nello stesso tempo la sostanza pittorica”, come scrisse il critico Achille Bonito Oliva nella presentazione.

Di questo stesso periodo è, poi, la serie di quadri “Le propagande” dedicate ai marchi pubblicitari come Esso o Coca-Cola, rielaborati in stile pop art, nonché le cosiddette “tele emulsionate” dove vengono riproposti personaggi o immagini televisive di consumo quotidiano.

Nella sua frenetica ricerca delle novità, Schifano si dedica anche alla fotografia ed al cinema producendo, tra l’altro, le sequenze di coda e di testa del film “L’Harem” di Marco Ferreri e, nel 1968, la nota “Trilogia per un massacro” formata dai lungometraggi “Satellite”, “Umano, non umano” e “Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani”.

Divenuto ormai un protagonista della ruggente vita mondana dell’epoca, Schifano attira però anche l’attenzione della Polizia che, nella seconda metà degli anni ’70 lo arresta per consumo e detenzione di droga e lo spedisce in un primo momento  in prigione a Regina Coeli e poi addirittura nell’ospedale di Santa Maria della Pietà che era allora il manicomio di Roma. Uscito a fatica da queste drammatiche esperienze, partecipa ancora ad una serie di mostre e personali e intorno alla metà degli anni ’80 conosce Monica De Bei di cui si innamora e sposa avendone un figlio, Marco Giuseppe.

Ma ormai gli spacciatore continuano a perseguitarlo anche con ricatti e minacce per cui è costretto a lavorare continuamente e senza posa alla creazione tumultuosa ed affrettata di nuovi dipinti  per far fronte ai debiti e alle numerose spese che la sua vita disordinata richiede; tutto ciò, naturalmente, a discapito della qualità delle opere.

Nonostante ciò, viene prescelto per rappresentare la pittura italiana in una mostra allestita nel rinnovato Palazzo delle Esposizioni a Roma dove presenta una serie di quadri affascinanti in cui si rinnova il fasto cromatico dei suoi migliori momenti di felicità creativa. Ma ormai la sua parabola di uomo e di artista è compiuta e si spegne per un infarto il 26 gennaio 1998 nell’ospedale di S. Giovanni.

Riccardo Bramante

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