giovedì 1 marzo 2018

Anselmo Villata: abituare i bambini a rapportarsi con la cultura è un investimento. L'intervista


Incontriamo oggi per la nostra intervista il Dott. Anselmo Villata noto curatore, giornalista e critico d’arte nonché cultural e planner manager per la divulgazione e valorizzazione dei beni culturali.
Presidente dell’Istituto Nazionale d’Arte Contemporanea dal 2006 ha contribuito alla realizzazione di molte mostre in musei e spazi istituzionali sia in Italia che all’estero, ha lavorato nei più importanti Musei Nazionali tra i quali quelli di Lubiana, La Valletta, Praga, Tirana, Zagabria, Almaty, Shanghai oltre che in spazi pubblici per istallazioni monumentali presso la Città Proibita di Pechino, nella Piazza del Popolo di Shanghai, nel Quartiere Storico Italiano di Tianjin, a Miami, Denver e nei centri storici di Parigi, Madrid e Roma.

E’ membro dal 2012 dell’Association Internationale des Critiques de l’Art (istituzione che è parte del Consiglio dell’UNESCO). Che dire di più, e ci sarebbe molto altro davvero, se non ringraziarlo per la disponibilità a questa nostra intervista.

Benvenuto carissimo Anselmo, come prima domanda, ti chiedo di darci il tuo punto di vista sullo scenario artistico culturale odierno, ovvero trovi ci sia un giusto equilibrio fra promozione e novità scientifica che smuova gli immobilismi burocratici?
Oggi il mondo ci offre grandi opportunità di incontro, di scambio, di interazione e di divulgazione consentendo di intraprendere percorsi che solo il decennio scorso sarebbero stati molto più complessi da realizzare; allo stesso modo questa ampiezza si è realizzata anche per quanto riguarda l’offerta culturale, ampliando l’arena sia in termini di artisti che di forme d’arte. Un’evoluzione che da un lato ha dato sicuramente un impulso positivo in termini di produttività, ricerca e sviluppo culturale, ma dall’altro ha aperto una questione di “ridondanza” del sistema con difficoltà da parte di attori privati, pubblici, di mercato o di cultura (musei o gallerie, ad esempio), di avere un quadro chiaro della situazione culturale contemporanea. Così, non di rado, si assiste ad una sorta di smarrimento da parte delle istituzioni culturali che di conseguenza agiscono con grande prudenza rapportandosi al contemporaneo, condizionando anche il mondo dei fruitori e dei collezionisti.
Si legge nella tua pagina social che le innovazioni tecnologiche, incluse l’arte e la cultura, hanno bisogno di essere messe a disposizione di tutti, in quanto beni per e della società, ma questo accade a sufficienza oggi?
Innanzitutto bisogna precisare che l’essere a disposizione di un bene, nel nostro caso culturale, non si riferisce solamente alla disponibilità fisica dello stesso; questo è solo uno dei fattori e, fortunatamente (soprattutto nel nostro Paese), possiamo dire che è un elemento positivo: musei, siti archeologici, biblioteche e iniziative quali mostre, rappresentazioni musicali, teatrali e cinematografiche sono diffuse su tutto il territorio, anche se non uniformemente. Detto questo bisogna considerare altri aspetti che possono essere ostacoli per una cultura a disposizione di tutti, parliamo di fattori economici, sociali e culturali. Nel primo caso è facile comprenderne il motivo: le risorse economiche sono limitate, la fruizione della cultura, per quanto agevolata, ha comunque dei costi e questo, soprattutto tra la popolazione più disagiata, può essere causa di esclusione. L’abitudine a frequentare i luoghi della cultura è un qualcosa che deve essere insegnato sin dalla tenera età: abituare i bambini a rapportarsi con la cultura è un investimento che restituisce adulti consapevoli che senza timori reverenziali si rapportano con il sapere e l’arte amandoli e anche dando un contributo attivo; le famiglie e la scuola hanno una grande responsabilità in questo senso e grazie al loro contributo si può evitare l’insorgere di quel fattore che di fatto è un’auto-esclusione dal mondo della cultura perché sconosciuto, percepito come selettivo, esclusivo e a volte classista. Nell’ultimo caso il rischio di esclusione è dato dalla non-conoscenza del patrimonio culturale: non se ne fruisce poiché non lo si conosce, una sorta di circolo vizioso in cui l’ignoranza alimenta sé stessa; le istituzioni culturali stesse, così, hanno la responsabilità di mettere a disposizione non solo il bene culturale, ma anche l’informazione che lo riguarda, renderlo noto, oltre che raggiungibile: solo così sarà davvero a disposizione.
Presiedi l’Istituto Nazionale d’Arte Contemporanea, quindi naturalmente puoi offrirci un punto di vista privilegiato anche per rispondere a questa ulteriore domanda: cos’è, cosa si intende e come funziona un museo d’arte contemporanea oggi?
Un po’ come per tutti i musei, anche quelli di arte contemporanea hanno dovuto mettere in atto un profondo rinnovamento per restare al passo coi tempi. La vecchia concezione del museo come un contenitore di cultura, catalogata ed esposta è oramai superata e poco attraente, se non addirittura respingente: oggi i musei per avere successo non devono solo offrire cultura, ma insieme a questa devono offrire emozioni e dare ai visitatori esperienze, esperienze da ricordare. La nozione non è più fine a sé stessa, così non sarà assimilata solamente per la sua rilevanza, ma anche per la piacevolezza dell’esperienza vissuta acquisendola. Il visitatore va stimolato, coinvolto; oggi si cerca l’interazione e la visita deve essere un processo attivo di interazione, non un passaggio di informazioni in cui il visitatore accoglie passivamente il messaggio trasmesso dal museo.
I principali musei Italiani, anche post riforme, stanno conoscendo, per fortuna, un rinnovato successo di attenzione e di pubblico, con un incremento di visitatori e introiti, facendone un successo oggettivo. La tua opinione al riguardo? Eventualmente vuoi darci qualche numero a sostegno?
Abbiamo capito che la cultura è una risorsa e non un peso! Sicuramente ha fatto buon gioco un cambio di mentalità da parte delle Istituzioni che hanno cambiato atteggiamento abbandonando politiche semplicemente conservative per cui i beni culturali andavano solamente tutelati, per giungere ad un complesso di iniziative che oltre a tutelare il bene culturale lo promuovono e lo valorizzano; un’evoluzione che ha portato alla riforma Franceschini che ha concretizzato passaggi necessari come la gestione indipendente dei grandi musei nazionali e l’apertura a figure manageriali per una gestione più proficua dei beni culturali. Un dato cruciale è quello che riguarda i visitatori che dal 2013 sono sempre stati in crescita passando da 38,5 milioni ai 51,5 milioni del 2017 con un incremento degli incassi (nello stesso periodo) da 126 a 193,6 milioni di Euro. Chiaramente la situazione non è così positiva in tutta Italia e abbiamo una grande forbice tra il Lazio che, grazie soprattutto ad una città come Roma, ha avuto il risultato migliore nel 2017 con 23 milioni di visitatori rispetto ai quasi 80 mila del Molise (Regione con il minor numero di visitatori), ma ci sono elementi positivi che mettono in luce una forte crescita soprattutto nelle Regioni più deboli come la Liguria che rispetto al 2016 ha visto una crescita dei visitatori del 26%, così come la Puglia che ha avuto un incremento del 19,5%. Chiaramente la competizione con il Lazio e Roma, dove il solo Colosseo è stato visitato da 7 milioni di persone, è impari, ma è estremamente positivo vedere quanto i margini di miglioramento siano reali e si stiano concretizzando.
Le tue collaborazioni, lo dicevamo prima nell’introduzione, sono profuse a livelli anche internazionale, continentale ed extra-europeo, che differenza trovi rispetto al contesto Italiano?
Facendo una comparazione tra i diversi sistemi le differenze sono molte non solo tra quello italiano e quelli esteri, ma soprattutto tra questi ultimi che differiscono molto per impostazione, gestione e interrelazione: da quello cinese a quello statunitense a quelli euroepei. Se vogliamo però trovare un punto, che trovo molto critico, relativo soprattutto al contesto italiano rispetto al resto del mondo, riguarda una sorta di questione generazionale. Nel nostro Paese l’essere giovane è spesso un disvalore, un aspetto che influisce in modo negativo nelle relazioni con i diversi attori del mondo culturale, a meno che non si tratti di contesti specifici dedicati a quella determinata categoria. Un aspetto che caratterizza diversi ambiti della società e che si rispecchia nella presenza, piuttosto rara, di giovani in posizioni di rilievo.
Da cosa può dipendere il successo di un progetto?

I progetti culturali necessitano di un grande lavoro, soprattutto in fase preliminare ovvero in fase di elaborazione e progettazione.

Una prima fase attiene sicuramente alla strutturazione di un progetto scientifico e curatoriale che si ponga dei fini, stabilisca degli strumenti da utilizzare e consideri le risorse culturali che si vogliono o possono impiegare.

L’individuazione di una necessità socio/culturale o semplicemente di ricerca scientifica diventa il punto dal quale si sviluppa un concept che cresce e si amplia fino alla sua completa strutturazione. Fondamentalmente il successo di un progetto culturale dipende da tre anime che devono interagire alla perfezione tra loro e sono l’anima scientifica, che è attinente al nucleo prettamente culturale, quella divulgativa, volta a creare una narrazione efficace e comprensibile, e quella comunicativa, impegnata nella diffusione e nella creazione di attrattiva verso il progetto.
Le modalità attraverso le quali si concretizza il tutto, attuando il progetto grazie a risorse economiche e operative che possono essere interne se si lavora in contesto strutturato o in caso contrario reperite esternamente attraverso la collaborazione con terze parti, portano a compimento l’intero processo, concretizzandolo e dando corpo anche ai punti di forza e di debolezza scaturiti dalla fase progettuale.
Quel è il paese leader che possiamo prendere a riferimento come best in class artisticamente e culturalmente parlando?
Al momento ritengo che ci siano due contesti artistico-culturali che stanno lavorando meglio degli altri, anche se con modalità e fini differenti: la Cina e gli USA.
Per quali motivi?
Il Paese asiatico ha una grande forza che è rimasta inespressa per lungo tempo e oggi sta tirando fuori grandi personalità che vengono sostenute sia dal Pubblico che dai privati con modalità che a volte arrivano a sovrapporsi e a confondersi. Un contesto fino a non molti anni fa chiuso e misterioso che oggi si è lanciato nel mondo globalizzato grazie a grande qualità e ingenti capitali.
Diversamente il contesto statunitense è quasi del tutto privo dell’attore Pubblico, con un sistema che si basa sull’iniziativa privata, sia in termini di sostegno al mercato che di promozione e valorizzazione delle risorse artistiche, un complesso di attori che con le proprie forze  si è consolidato nel tempo divenendo un “brand” di qualità della cultura e dell’arte contemporanee.
Come colmare il gap Italiano, dato che siamo il Paese che ha il patrimonio culturale più ricco e variegato al mondo?
Sicuramente continuando con forza l’attività di promozione del patrimonio culturale nazionale sia in patria che all’estero, attivando politiche di prestito, scambio e circolazione dei nostri beni culturali, anche quelli (numerosi) nascosti nei ricchissimi depositi dei nostri musei che non hanno gli spazi per renderli fruibili a tutti, ma non basta: è necessario sostenere con più convinzione anche l’arte e la cultura contemporanee. Al pari del nostro patrimonio storico, abbiamo un patrimonio di intelletto straordinario che necessita di essere sostenuto per avere la forza di consolidarsi ed essere competitivo a livello internazionale confermando anche oggi i fasti del nostro passato.
Ringraziamo il dottor Anselmo Villata per averci offerto questo dotto e importante punto sull’arte e la cultura odierna e per questa intervista. Rammentiamo ai lettori, che lo volessero, dove possono seguirlo.
Ester Campese