sabato 10 febbraio 2018

Segnalibro, Laura Imai Messina a Fattitaliani: certi libri non smettono di parlarti mai. L'intervista

Una donna che vuole a ogni costo diventare madre. Un uomo che anela al padre sconosciuto. Un intreccio di passioni e di invidie in un romanzo in cui l’assenza o l’eccesso dell’amore cambiano le vite. Tutto questo in "Non oso dire la gioia" di Laura Imai Messina, dal 13 febbraio in libreria. Fattitaliani ha intervistato l'autrice per la rubrica "Segnalibro"

Quali libri ci sono attualmente sul suo comodino?
Una pila di nove volumi tra saggi e narrativa, così come nel Kindle ho venti libri in lettura. Sono vorace e disordinata, inizio, sospendo, riprendo. Sotto il letto ne ho altre sei, ai suoi piedi un’altra ventina, soprattutto saggi e guide su Tōkyō, sul tavolo in soggiorno un’altra decina, perlopiù libri illustrati. Nella mia testa i libri si chiamano l’un l’altro, non leggo consecutivamente quasi mai uno stesso libro a meno che non abbia uno scopo preciso, un obiettivo da salvaguardare. Colpa da una parte dell’amore sfrenato che nutro per la parola - e che quindi mi rallenta incredibilmente, tutta presa come sono da un termine solo -, ma anche dei tantissimi anni di ricerca accademica che mi hanno virtuosamente costretta a sfogliare un’infinità di volumi alla ricerca di un solo pezzo che mi fosse utile per un articolo o un pezzo di tesi. Tuttavia c’è un libro che porto sempre in borsa: Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese. Benedico ogni volta la mia scarsa memoria, perché rileggerne anche solo un periodo mi rende profondamente grata, riconoscente.
L'ultimo "grande" libro che ha letto?          
Ho riletto Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. È il fil rouge del mio nuovo romanzo, ne ha stimolato più parti, tornano i nomi, da alcune frasi sono scaturiti dei luoghi: è una sinfonia e come tale ha da dire moltissimo a ogni lettura. Certi libri sono dei veri chiacchieroni, non smettono di parlarti mai. Una nuova lettura invece che mi ha aperto un grosso spazio di vita è Disumane lettere di Carla Benedetti, un volume che parla di letteratura, di etica, del mondo che ci circonda; e poi Al mercato della felicità di Luisa Muraro, splendida miscellanea di riflessioni sul sentimento della gioia, sulla spiritualità, sul femminile. E ancora Contro i maestri dello sconforto di Nancy Huston… Sono troppi, mi fermo.
Chi o cosa influenza la sua decisione di leggere un libro?
Sono brutalmente influenzabile. Mi fido di chiunque stimi (amici, giornalisti, altri scrittori, persone incontrate per caso, programmi radiofonici o televisivi) che mi consigli un saggio o un romanzo. Mi pare di perdermi qualcosa a non avere quella specifica visione del mondo che quel libro promette di darmi. Ne compro anche duecento e più l’anno, soprattutto in e-book, 60% in italiano, 30% in giapponese e 10% in inglese. Tuttavia la prima causa di acquisto è la bibliografia di un libro in lettura che sto amando. O vado a cercarmi tutti gli altri libri del medesimo autore (sono malata di collezionismo) oppure testi citati che ho trovato particolarmente stimolanti. Colpa anche degli studi accademici fatti. Uno tira l’altro, come i cioccolatini.
Quale classico della letteratura ha letto di recente per la prima volta?
La Sacra Bibbia. Tuttavia non l’ho ancora finito. Probabilmente mi accompagnerà per qualche altro anno ancora. E poi lo Zibaldone, che leggo costantemente ma anch’esso nella mia maniera disordinata. Ogni volta è un immenso piacere essere guidata dall’intelligenza sopraffina di Leopardi. È come aprire la finestra, pur se per un attimo soltanto, affacciarsi, chiudere di nuovo le imposte, eppure ritrovare l’aria fresca e frizzante della mattina nella stanza.
Secondo lei, che tipo di scrittura oggi dimostra una particolare vitalità? 
Le grahic novel stanno finalmente ottenendo la visibilità che meritano. Tuttavia la vitalità la riconosco a ogni tipo di narrazione, in particolare a quella promossa dalle piccole case editrici, che riescono meglio a svincolarsi da certe dinamiche di mercato. Non cercano di replicare il successo di certi libri, smussando l’originalità di altri in uscita. Mi pare siano più in grado di ampliare la prospettiva del lettore, di guidarlo a quella malleabilità del pensiero cui contribuisce ogni buon libro, saggistica o narrativa che sia.
Personalmente, quale genere di lettura Le procura piacere ultimamente? 
Giorgio Manganelli con Centuria e con Pinocchio. Un libro parallelo; Cristina Campo con Gli imperdonabili; Pasolini con Le ceneri di Gramsci; Profanazioni di Giorgio Agamben. Rileggo più volte le stesse pagine. Sono meravigliosi. Mi rifaccio gli occhi e il cuore con i libri illustrati, con Rodari e Bruno Munari, ad esempio. Ultimamente ho scoperto Beniamino Sidoti e i suoi Stati d’Animo, una piccola rivelazione.
L'ultimo libro che l'ha fatta sorridere/ridere? 
Diario di una mamma in pappa di Gaia Manzini. La “mammitudine” e la “bimbitudine” che racconta sono esilaranti oltre che profondamente veri. La sincerità con cui illustra sentimenti ed eventi del quotidiano rendono godibilissimo questo diario di pappe e prime parole.
L'ultimo libro che l'ha fatta commuovere/piangere?
Ho incontrato di recente i libri della giornalista e scrittrice Cristina Zagaria, e mi sono innamorata de I piccoli principi del Rione Sanità, un libro intelligente, lucido nel mescolare realtà e finzione, nel sovrapporre le storie di bimbi napoletani alle prese con il diverso fuori e dentro sé, all’intreccio de Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry.
L'ultimo libro che l'ha fatta arrabbiare? 
Mi fanno arrabbiare i libri scritti male oppure furbetti. È difficile tuttavia che sbagli acquisti. Mi arrabbio quindi molto raramente, ma quando accade, me lo tengo per me. Sono dell’idea che scrivere recensioni per stroncare sia molto meno efficace che non parlarne affatto.
Tuttavia sono incappata ultimamente in un libro in giapponese che si schierava violentemente contro le pratiche di procreazione assistita, accusando una eccessiva medicalizzazione e invitando a far “con calma” (il che si traduce poi in un invecchiamento della donna che, arrivata alla soglia dei 40 anni, non ha che una ridotta percentuale di possibilità). Ne ho letto con attenzione l’80%, il restante 20% mi pareva così parziale che ho proceduto a quella che in italiano si direbbe “lettura verticale” ma che in giapponese diventa “orizzontale”. Sono molto sensibile all’argomento.
Quale versione cinematografica di un libro l'ha soddisfatta e quale no?
Banalmente Harry Potter, che ritengo tuttavia alta letteratura per ragazzi, i cui intrecci nulla hanno da invidiare ai romanzi del realismo francese o ai grandi russi; o ancora la resa francese del libro di Ogawa Yōko L’anulare, diversa, senza alcuna tendenza a raccontare la medesima storia. Non mi è piaciuta invece la trasposizione cinematografica di Room di Emma Donoughe, un’autrice cui mi ero interessata per un discorso sulla rielaborazione contemporanea della fiabe cui è molto attenta. Il romanzo è bellissimo, il film - a confronto - piuttosto didascalico, benché non brutto.
Quale libro sorprenderebbe i suoi amici se lo trovassero nella sua biblioteca? 
Ho manuali e un dizionario di lingua coreana. Iniziai a studiare la lingua moltissimi anni fa. Interruppi poco dopo, il giapponese allora era ancora una sfida.
Qual è il suo protagonista preferito in assoluto? e l'antagonista?
Parlerò qui di un altro tipo di letteratura di cui tuttavia, per il mio ruolo di madre, mi occupo ultimamente moltissimo. Tra i protagonisti preferiti ecco allora che ci sono la Lumaca Laura di Nicoletta Costa, perché è personaggio a latere dei libri illustrati di Giulio Coniglio eppure risulta sempre posata, equilibrata nel giudizio, e perché grazie a lei mio figlio ha scoperto come mi chiamo. E poi Momotarō nella tradizione favolistica giapponese: quel bimbo è una forza.
Tra gli antagonisti amo invece i tanuki che, assumendo via via forme antropomorfe, ingannano e fanno i dispetti all’uomo nei mukashibanashi. Uscendo di casa me li ritrovo scolpiti talvolta ai lati delle case giapponesi, mi divertono molto. E poi, sul versante occidentale, il lupo cattivo della favola di Cappuccetto Rosso, quello che mio figlio, di due anni, ultimamente immagina comparire dietro ogni porta, e che appella come “Lupo Cattivaccio”. Alla lunga ci si affeziona a questo sfigatissimo lupo cui non gliene va mai bene una; si finisce per tifare per lui e non per la nonna mangiatrice di torte o per la bambina molesta.
Lei organizza una cena: quali scrittori, vivi o defunti, inviterebbe?
Mi piacerebbe riunire intorno a un tavolo filosofi e antropologi del contemporaneo, più che narratori. Leggo qualunque cosa scrivano ad esempio Francesca Rigotti, Remo Bodei, trovo sempre illuminante Marc Augè, adoravo Umberto Eco. Li vorrei a dialogare con Heidegger o Simmel, Walter Benjamin, Lévi-Strauss, Simone de Beauvoir o Jean Baudrillard, magari anche con pensatori giapponesi semi-sconosciuti in Occidente, nella situazione ideale in cui tutti si comprendessero pur parlando una lingua altra. Li inviterei per ascoltarli parlare, non per parlarci io direttamente. In certi casi, la cosa migliore che si può fare, è tacere e ascoltare.
Ricorda l'ultimo libro che non è riuscito a finire?
Come dicevo all’inizio, porto avanti anche moltissimi libri insieme, e tanto più li amo, tanto più lentamente procedo. Alcuni, per assurdo che possa sembrare, non li finisco proprio perché sono così belli che la lettura si inceppa continuamente. Dipende credo anche dal fatto che prendo tantissimi appunti, che scrivo i miei libri leggendo. Mi basta una sola parola a stimolarmi un intero periodo per un libro o un racconto che sto stendendo e che quindi mi rimane sempre presente durante la giornata. Alcuni, lo so, non riuscirò a finirli mai. Ma in fin dei conti non è alla trama che punto. In alcuni libri ogni frase mi parla.
Quale scrittore vorrebbe come autore della sua biografia? 
Emmanuel Carrère, perché non avrebbe pietà. E solo non avendo pietà ci si può avvicinare al vero, superare l’artificio, rendere potentemente credibile una narrazione. Il suo Limonov è epico e tragico insieme, impietoso per buona parte del racconto.
Che cosa c'è di Laura Imai Messina in "Non oso dire la gioia"?
In Non oso dire la gioia ci sono tre anni intensissimi della mia vita, la ricerca della maternità, una riflessione profonda sul sentimento della gioia che mi ha sempre affascinata: tutti la cerchiamo, alcuni sentono di meritarla, altri la pretendono come fosse un diritto, altri ancora, disillusi, credono non esista. Insomma, cos’è? Che forma ha? Come la si ottiene, come la si mantiene una volta ottenuta? E la sua durata? Esiste uno spazio dedicato alla felicità? Il Giappone in cui vivo da più di un decennio, l’Italia che mi è sempre presente, come si accordano in questo discorso?
Ecco, volevo creare una trama forte che tenesse compatte le fila di un discorso universale sulla gioia di stare al mondo, mettere in luce vite di personaggi molto diversi tra loro che finiscono tuttavia per annodarsi. Mi interessava indagare l’amore, il margine di merito che un ruolo consente, i genitori e i figli, le prove cui ci mette costantemente di fronte la vita. Insomma, sintetizzando volevo parlare delle difficoltà che ci temprano e ci scoraggiano talvolta, ma anche del costante iniziare che è il senso dell’uomo, così come dicevano Hanna Arendt, Cesare Pavese, Romain Gary. Spero di esserci riuscita.

Giovanni Zambito
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IL LIBRO
Nella vita di Clara le strade hanno nomi mutevoli, quelli dei pensieri che le attraversano la mente mentre il corpo le percorre. Si perde nella geografia della città così come nel passato da cui è fuggita da ragazza. Sposata a un uomo che non ama, insegue invano una maternità che dia senso al matrimonio e, insieme, alla sua vita. Ma quando ogni speranza sembra persa, Clara si ritrova a compiere un gesto atroce, inaspettato, e nello stesso drammatico istante a realizzare il proprio sogno. Marcel e Jean sono migliori amici. Jean vive l’amicizia con Marcel come una compensazione alla felicità mancata, sempre rimandata nell’infanzia e nell’adolescenza. Marcel, invece, non ha mai conosciuto il padre ed è una voragine quel vuoto. Soggiogato dall’amore soffocante della madre e dalla possessività dell’amico, conduce un’esistenza piatta, insignificante, indegna del suo valore. Poi, però, un giorno per Marcel arriva la gioia, una gioia che quasi non si osa dire ad alta voce. È Momoko, una donna giapponese, anche lei con un segreto doloroso che ha segnato la sua storia personale, eppure determinata a fare della propria vita la loro, rovesciando l’Oriente nell’Occidente di Marcel e insegnandogli un diverso modo d’essere e di amare.
Tuttavia la gioia è complicata da gestire, soprattutto quella altrui, e quando appartiene solo a due persone, essa sa scatenare sentimenti d’odio e di vendetta in chi sta loro accanto. Roma e Tōkyō, passato e futuro, presenza e assenza si intrecciano indissolubilmente in questo romanzo che, nella crudezza che solo la verità possiede, svela i molti modi in cui si ama e si è amati.
NON OSO DIRE LA GIOIA
di 
LAURA IMAI MESSINA

Casa editrice: Piemme Pagine: 402
 Prezzo: 18,50 euro 
Data di uscita: 13 febbraio 2018
L'AUTRICE
Laura Imai Messina è nata a Roma nel 1981, si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza e si è trasferita a Tōkyō a 23 anni, dove ha conseguito un dottorato presso la Tōkyō University of Foreign Studies. Insegna lingua italiana all’università ed è ricercatrice di letterature comparate. Scrive romanzi nei caffè di Tōkyō e durante gli spostamenti in treno tra le tante linee che attraversano la capitale. Abita tra Kamakura e Tōkyō insieme a suo marito Ryúsuke e ai due figli. Da qualche anno ha creato il blog Giappone Mon Amour, che ha ormai un foltissimo gruppo di affezionati lettori. Tokyo orizzontale, il suo primo romanzo, ha riscosso un ottimo successo.