lunedì 19 febbraio 2018

La “Maison Horta” a Bruxelles: come un’abitazione può divenire opera d’arte

Quasi tutti i movimenti artistici hanno avuto la loro massima espressione in una ben determinata categoria: l’impressionismo nella pittura, il classicismo nella scultura ed architettura, il romanticismo nella letteratura e nella musica.
Al contrario, il movimento della cosiddetta “art nouveau” ha esteso il suo campo di applicazione dall’architettura alle decorazioni di interni, dai mobili alla moda, fino agli oggetti di uso più comune, divenendo un movimento complesso non riconducibile al semplice rifiuto della macchina in favore della rivalorizzazione dell’artigianato, alla introduzione del ferro lavorato come elemento estetico, in poche parole, alla ricerca de “l’arte per l’arte”.
Ne è un esempio concreto la Maison Horta (ora divenuta museo) costruita nel 1898 a Bruxelles, nel quartiere di Saint-Gilles, dall’architetto Victor Horta per farne la propria residenza e studio e successivamente modificata dallo stesso proprietario per ampliarla e meglio adattarla alle sue esigenze.
Edificata su tre piani e con un ampio giardino sul retro, l’abitazione è pienamente intonata alla ricerca di un medesimo stile, dalla facciata in cui si concentra la sapiente realizzazione artigianale dei dettagli ornamentali delle lavorazioni in ferro e in pietra, per arrivare agli interni in cui perfino i particolari delle porte e delle maniglie rispondono ad un unico stile e gli stessi mobili hanno una fruizione decorativa oltre che funzionale come pure le finestre in vetro opalescente in rilievo che filtrano i raggi del sole producendo colorazioni oniriche. Questi effetti vengono ottenuti con l’utilizzazione dei cosiddetti “vetri americani” perché realizzati per primi in America da Louis C. Tiffany e John La Farge,in cui l’oro e l’azzurro si confondono formando luci e figure fantastiche misteriose come i fondali marini e cangianti a seconda dell’intensità della luce.

Né viene dimenticato il richiamo dell’arte giapponese, proprio allora riscoperta, con l’audacia delle sue composizioni, l’assenza di prospettive geometriche e l’importanza della natura. Quando Horta disegna la facciata della sua abitazione egli vuole rappresentare un vero paesaggio: nella griglia al piano terra evoca le erbe, nel balcone del primo piano dagli iris e in quello del secondo piano dalle ali spiegate di una libellula. Gli iris, le ortensie, i pavoni, gli uccelli, i pesci che animano le vetrate, i mosaici interni e i lavori in ferro sono tutte decorazioni riprese da stampe e disegni giapponesi adattate peraltro ai gusti occidentali.

Nello stesso tempo il concetto di “abitazione artistica”, rispondente cioè a canoni estetici raffinati, non fa dimenticare anche la realizzazione di tutte quelle comodità che l’evoluzione dei tempi richiedeva: acqua corrente all’interno, riscaldamento centrale, stanze da bagno, illuminazione a gas o elettrica, in ciò rispondendo al principio enunciato dal contemporaneo architetto William Morris “non abbiate nulla nella vostra abitazione che non sia bello ed utile”, in contrapposizione alla pesantezza dell’architettura e delle arti decorative dell’epoca vittoriana.

In definitiva in questa opera di Horta si trova il superamento della semplice imitazione formale della natura attraverso la ricerca dello spirito insito nella natura stessa secondo linee a lui più congeniali che hanno fatto dire ad un suo critico “ Horta riprende dalle piante lo stelo e non il fiore”.

Articolo di Riccardo Bramante

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