mercoledì 14 febbraio 2018

Giampaolo Atzeni, l'intervista: le mie opere non vogliono lanciare sfide, ma aiutare a comprendere la contemporaneità

Assume quasi il tono di sfida fare un’intervista ad un artista come Giampaolo Atzeni.
Sardo, cagliaritano, personalità poliedrica, architetto di formazione che ha saputo spaziare tra i più disparati campi di comunicazione. Oltre alla pittura infatti, ha una grande vastità di interessi cui si è dedicato. La fotografia, che lo ha portato a viaggiare nel mondo per la realizzazione di reportage fatti in Africa, India, Thailandia, Nepal e Medio Oriente. Il giornalismo, vanta infatti la collaborazione con diverse testate giornalistiche e con ArteIn, dove emerge un forte connubio con la moda ed il design. In questa sua veste ha intervistato illustri personaggi del mondo del fashion, molti nomi illustri come Egon Von Furstemberg, Cavalli, Missoni, Ferrè, Romeo Gigli, Laura Lusuardi direttore artistico per Max Mara. Nell’ambito del collezionismo e del design ha intervistato Miki Wolfson, gli architetti Massimiliano Fuksas e  Renzo Piano, Paolo Portoghesi, Ettore Sottsass (designer e architetto) e Vittorio Gregotti, solo per citarne alcuni. Approda alla pittura negli anni ‘70 con le sue prime realizzazioni, ma è dagli anni ’90 che matura e giunge ad una personale sintesi pittorica che ne impone uno stile caratteristico ed inconfondibile, facendone da li in aventi la sua principale attività.
Buon giorno Giampaolo e benvenuto, ci vuoi raccontare come ti sei avvicinato all’arte?
Ho sempre avuto una passione per l’arte, in tutte le sue forme. Ma prima di dedicarmi esclusivamente alla pittura ho riflettuto a lungo, spaziando tra architettura e design, ma anche tra fotografia e giornalismo. Una ricerca più che ventennale che mi ha spinto verso la pittura come punto di arrivo ineluttabile; perché ancora oggi, riguardando le mie fotografie o i miei lavori di designer, o rileggendo le mie interviste, ritrovo qualcosa nei miei quadri.
Mi sembra, guardando le tue opere, che il tuo passato, le tue esperienza abbiano influenzato in qualche modo il tuo “fare arte”. È così?
Certamente. La mia formazione di architetto è chiaramente riconoscibile nello stile delle mie opere. Ma c’è qualcosa di più. Non avrei mai potuto farle se prima non avessi creato oggetti di design, se non avessi viaggiato in Africa e in Asia come fotoreporter, se non avessi intervistato personaggi famosi, come quelli del mondo del moda ai quali, ad esempio, ho dedicato un intero ciclo di opere. Le mie esperienze passate, che mi hanno fatto amare gli oggetti, il viaggio, la natura, sono tutte racchiuse nelle mie opere. Potrei dire che via via che le vivevo, le esperienze diventavano già opere d’arte nella mia immaginazione.
Cosa, di un tuo dipinto, mette meglio a fuoco la tua personalità artistica?
Il colore, innanzitutto. Poi la rappresentazione dello spazio. La simbologia e il racconto fantastico. Mi definisco un artista pop metafisico. Perché dietro ad una rappresentazione apparentemente semplice ed immediata della realtà c’è un’ idea, un progetto su cui lavoro per molto tempo, prima di mettere mano alla tela e ai pennelli. Per questo i miei quadri stimolano ogni volta fantasie diverse, anche alla stessa persona, che vi trova particolari che non aveva colto in precedenza. La spina staccata, che c’è in ogni mio quadro, simboleggia questo tipo di “lettura”. Staccare la spina dal mondo reale e dalla quotidianità e cominciare a sognare.
Guardando alla tua produzione artistica, quali sono i generi e i modi espressivi che preferisci ed a cui ti ispiri?
Mi ispiro a tutti e a nessuno. Diciamo che mi ispiro al mondo. Sono un artista contemporaneo: passato, presente e futuro si integrano in un’unica armonia nelle mie opere.
Quello che emerge spontaneamente, osservando le opere che realizzi, è quasi un tuo talento irriverente, giocoso, ma anche un po’ ribelle quasi ti divertissi a giocare con le immagini proposte dalla pubblicità o dai media, per ribaltarne completamente il significato e mandarci un messaggio forte e chiaro. Quale?
Le mie opere non vogliono lanciare sfide, ma piuttosto aiutare a comprendere i difetti della contemporaneità, i buchi neri di una modernità spesso posticcia, attraverso un’estetica anticonvenzionale che prende le distanze dal reale delle cose per estrarne un senso nuovo, inaudito, altrimenti irrappresentabile, se non attraverso l’arte.
Quali sono gli altri messaggi che è possibile leggere all’interno delle tue opere?
L’amore e il rispetto per le donne. Vorrei soffermarmi su questo aspetto in un momento come quello odierno in cui la differenza di genere è nuovamente al centro del dibattito pubblico. La donna è la protagonista indiscussa dei miei lavori: gambe, bocche, rossetti, unghie smaltate, seni di ogni forma, scarpe con i tacchi, borse… Oggetti che si trasformano in donne e donne che si trasformano in oggetti. E anche se qualcuno ha travisato una sorta di maschilismo nei miei quadri, il mio messaggio va in tutt’altra direzione. Il mio ciclo dedicato a “Il viaggio di Eva”, ad esempio, descrive, in modo fantastico, proprio l’emancipazione. Eva fugge dal Paradiso Terrestre mettendosi in borsa il serpente: è una donna tentatrice che al posto del volto presenta proprio il frutto del peccato, la mela. E la mela tra le sue mani diventa il simbolo di un riscatto. La mia donna, sia che sia adagiata su una poltrona dell’Orient Express, sia se sia un “cavatappi”, o che assuma le sembianze di una bufala, è  sempre una dotta colta, elegante e raffinata ed emancipata, ma anche ironica e colorata e, soprattutto, sempre libera.
Cosa ci riserverà Giampaolo Atzeni nel suo prossimo futuro? Che progetti hai in corso?
Continuerò a dipingere e a fare mostre, ma ho intenzione di portare avanti un progetto appena iniziato con alcuni partner del mondo della moda per usare i miei quadri nei tessuti di capi di abbigliamento (pochette, foulards, borse). E sto lavorando ad un libro fotografico dedicato alle migrazioni sul fiume Niger che raccoglie le vecchie foto scattate durante un mio viaggio in Africa negli anni ’70. Dopo tanti anni ho deciso di riaprire il mio archivio fotografico e vi ho trovato documenti che meritano di essere divulgati. E dopo il libro, perché no, magari una mostra fotografica.
Grazie carissimo Giampaolo per essere stato con noi e averci dedicato questo tempo della tua piacevolissima intervista.
Ester Campese