domenica 25 febbraio 2018

68° Festival Internazionale di Berlino, in grande conto i temi sociali e politici del momento

La 68° edizione del Festival Internazionale di Berlino, la cosiddetta “Berlinale”, (termine coniato negli anni ’50 dall’attrice tedesca Tatjana Sais) si è conclusa il 25 febbraio ed è andata in scena per i soliti, fatidici 11 giorni, nella sua sede principale, il Theater, affascinante e recente edificio sulla Potsdamer Platz, completamente ricostruita dall’archistar italiano Renzo Piano dopo le distruzioni dell’ultima guerra.

Nato nel 1951, il Festival ha ampliato nel corso degli anni il suo campo di azione che nell’edizione di quest’anno ha visto, oltre naturalmente, nella sezione “In concorso” lungometraggi inediti proiettati in lingua originale con sottotitoli in inglese e tedesco, altre 10 sezioni includenti cortometraggi, film d’autore, film sperimentali e film dedicati a bambini e ragazzi, per un totale di ben 400 nuove proiezioni, oltre a retrospettive di film, registi ed attori del passato.
Quest’anno, l’edizione – da alcuni critici giudicata sottotono- ha visto l’assegnazione dell’ambito premio dell’”Orso d’oro” ( l’orso è il simbolo della città di Berlino) al contestato film della rome a Adina Pintilia “Touch me not” ed il secondo premio, l’ ”Orso d’argento” al film “Mug” della polacca Malgorzada Szumowska, mentre il premio per il miglior regista è andato a Wes Anderson per l’ “L’isola dei cani”, per il miglior attore ad Anthony Bayon e per la migliore attrice ad Ana Brun.

Nessun premio è stato attribuito, invece, alla cinematografia italiana, presente in concorso ufficiale con il film “Figlia mia” di Laura Bispuri e a “La terra dell’abbastanza” dei gemelli D’Innocenzio che concorreva nella sezione delle opere prime.
Come si può evincere anche dai nomi dei quasi sconosciuti, almeno al grande pubblico, vincitori, questo Festival (a differenza di quello di Cannes, più “commerciale”) rivolge l’attenzione soprattutto ai nuovi personaggi che si affacciano sulla scena del cinema e tiene in grande conto i temi sociali e politici del momento. Non a caso quest’anno il Festival è stato dominato dalle donne e dai loro problemi, ad iniziare dallo stesso vincitore “Touch me not” che indaga sulle difficoltà fisiche e psicologiche di una donna a farsi “toccare” dopo aver subito una lontana molestia sessuale, mentre anche il secondo premiato “Mug”, che racconta le drammatiche vicende di un giovane polacco che ha subito un trapianto di faccia all’estero e torna poi nella sua patria, tende a mostrare le difficoltà politiche e sociali in cui si dibatte oggi una Polonia ambigua e confusa. Tutto ciò perfettamente in linea con quanto aveva già annunciato all’apertura il direttore del Festival, il tedesco Dieter Kosslick.

Riccardo Bramante