giovedì 11 gennaio 2018

Sandro Mabellini dirige "Clôture de l'amour" au Théâtre des Martyrs: voglio valorizzare l'essere umano che recita. L'intervista

Al Théâtre des Martyrs di Bruxelles l'italiano Sandro Mabellini mette in scena "Clôture de l'amour" di Pascal Rambert, narrando la rottura di una coppia formata da Sandrine Laroche e Pietro Pizzuti che a turno, dipanano un discorso che procede per ripetizioni, ripetizioni e variazioni. Lo spettacolo sarà in scena da stasera fino al 10 febbraio 2018. L'intervista di Mélanie Lefebvre.

Come ha scoperto questo testo di Pascal Rambert?
Circa due anni fa, vidi la messa in scena di "Clôture de l’amour" in Italia perché Pascal Rambert lo aveva rappresentato in tanti paesi. Fui subito colpito dal testo, che ho trovato universale. In quel periodo cercavo un testo da proporre a Pietro Pizzuti con il quale desideravo lavorare. L'idea del progetto m'è tornato in mente.
Il testo ci parla di una rottura, ma senza alcuna rottura vera e propria. È una specie di maratona, senza punteggiatura, con ripetizioni, lunghe frasi, poi con momenti più convulsi. In che maniera ha gestito una tale valanga di parole?
Avevo già lavorato a questo tipo di scrittura convulsa. Qualche hanno fa avevo messo in scena "Quelqu’un va venir" di Jon Fosse. Credo che questa struttura di scrittura sia caratteristica della drammaturgia contemporanea. La trovo particolarmente interessante, perché, malgrado la scrittura in versi, nelle parole va trovata la vita. È un testo molto musicale che esige al contempo che sulla scena l'attore sia il più vivo possibile. La struttura del testo sostiene pure la recitazione dell'attore. È effettivamente una maratona che richiede bravissimi attori. Devono prestare molto attenzione per tutta la durata dello spettacolo e ogni volta recitare come fosse la prima volta: il che è davvero complicato.
Lo spettacolo consiste in due soliloqui. Come ha immaginato la regia? Tutto era stato deciso a monte o qualcosa nel mentre è evoluto?
Per me non c'è altro che il testo. Nient'altro che quello che si dice. Avevo visto delle rappresentazioni di Pascal Rambert e tutte le volte gli attori si muovevano in uno spazio nudo con una luce fissa. Il testo è di così alto livello che nient'altro è necessario. In questo modo si recupera una forma di teatro molto antica dove essenziale è l'ascolto del testo. Si fa a meno di scenografia, luci, costumi per rimanere concentrati sull'attore. È veramente la mia concezione di regia. Si tratta del mio primo spettacolo in Belgio, ma ho già lavorato così per gli spettacoli diretti in Italia. Non c'erano né scenografia né effetti speciali. Solo la musica suonata dal vivo o elementi "viventi" utilizzati sulla scena. La mia volontà è quella di valorizzare l'attore e, più che l'attore, l'essere umano che recita.
In che maniera i corpi hanno trovato il loro posto laddove le parole spingono e non si fermano più?
Abbiamo cercato come mettere questi corpi in movimento e il loro posto sul palco. Nella regia di Pascal Rambert in Francia, gli attori erano permanentemente faccia a faccia, quasi immobili. Volevo anche questa nozione di "passare" il testo all'altro, ma con più movimento. Ci sono dei momenti in cui gli attori sono immobili, altri in cui si muovono, ed è un modo che consente al pubblico di seguire il movimento interiore del testo. La cosa più importante era servire al meglio il testo e i corpi seguono questa necessità in maniera naturale.
Come avete scelto Pietro Pizzuti et Sandrine Laroche? È la prima volta che lavora con loro?
Avevo visto più volte Pietro Pizzuti recitare a Bruxelles. Penso sia un attore eccezionale e avevamo il desiderio di lavorare insieme a questo progetto. Ho riflettuto su alcuni testi da proporgli. Quando ho scelto "Clôture de l’amour" non sapevo chi avrebbe potuto interpretare il ruolo femminile e non conoscevo le attrici belghe. Mi sono ricordato che anni fa avevo partecipato a un corso seguito anche da Sandrine Laroche e mi sono ricordato di quanto fosse magnifica come attrice. L'ho contattata per proporle il ruolo. Quindi, è la prima volta che lavoro con entrambi.
Ha visto altre rappresentazioni del testo?
Ho visto degli spezzoni della regia di Pascal Rambert in Francia e ho visto lo spettacolo messo su in Italia, dunque in una versione italiana. Trovo problematica la traduzione del testo: anzi, è impossibile tradurre un testo simile. È talmente perfetto che la traduzione cambia tutto. Inoltre, in Italia, abbiamo un linguaggio diverso. Tutta la verità presente nella versione francese si perde in quella italiana. È un testo fatto di rotture ritmiche permanenti, dove ogni frase è condotta da un pensiero differente, un po' come dei "flash" che attraversano lo spirito degli attori. Fra le due lingue il ritmo è diverso, così come la maniera di esprimere i sentimenti. Dopo aver visto lo spettacolo in Italia, ho cominciato a scrivere a Pascal Rambert. È una persona che si entusiasma tanto per il suo lavoro che per quello degli altri e questo fa piacere. Secondo me, con Joël Pommerat, è uno dei migliori autori francesi contemporanei. Questi due personaggi si dicono fino a che punto non si amano più con parole assai dure ma anche molto belle, come una dichiarazione dell'amore che ambedue stanno per perdere.
A suo avviso, Pascal Rambert voleva accentuare questo aspetto fatalista? Che cosa voleva dire secondo Lei?
È una specie di inno all'ammore, con la consapevolezza che è quasi impossibile restare un'intera vita in una relazione d'amore con una persona. Penso che in questo tipo di scrittura ci sia una parte di fatalismo. Mi fa pensare ai testi di Michel Houellebecq, con quella sorta di obiettività che gli autori contemporanei hanno. Loro captano la realtà. In "Clôture de l’amour" sento che c'è più di una storia che l'autore ci racconta. È la trasmissione di una realtà attuale che gli esseri umani vivono. Non si tratta soltanto di una coppia. È una coppia di adesso. Non c'è morale, quanto piuttosto di una fotografia del reale.
Che cosa guida le sue scelte di regista e attore? quali sono le sue influenze?
Un regista che amo particolarmente è Thomas Ostermeier: è capace di lavorare su testi contemporanei e classici, rendendoli di volta in volta in un maniera vivente, sia nel dirigere gli attori, ma anche nell'attualizzazione dei testi seppur si trattino di testi classici. È una mix di teatro e performance, che utilizza l'integralità del testo e facendo della performance l’essenza della messa in scena.
Questa mescolanza mi appassiona. La nozione di performance rende le cose davvero viventi e influenza la scelta di testie la maniera di lavorare con gli attori, che non sono presenti per recitare, ma come esseri viventi.
In "Clôture de l’amour" è anche la tematiche che m'interessa molto. C'è un altro testo che ho diretto in Italia e che vi si avvicina, "Closer" di Patrick Marber. Un film di Mike Nichols è uscito dopo la messa in scena di Marber a Londra. Si trattadella tematica delle coppie e anche qui il testo è composto di rotture. Credo di non sfuggire nemmeno io all'universalità di questo argomento (ride). 
Mélanie Lefebvre